Temi

Due stati della Coscienza

Premessa

Il problema di fondo che ottenebra la capacità interpretativa della maggior parte di coloro che si accingono nell’improbo cimento di interpretare prima e spiegare poi alcune delle antiche scritture che ci parlano di un universo trascendente, consiste proprio nel fatto che, essendo detto universo nascosto ai sensi fisici, e perciò alla nostra ragione, (e dunque al metodo cui la nostra mente è avvezza), gli studiosi si fermino alla sola interpretazione razionale degli scritti sapienziali dimenticando che troppo spesso essi sono pervasi dal mito, dal simbolo, dall’allegoria. Si verifica pertanto una sorta di perenne conflitto tra l’interpretazione letterale, analitica, razionale e quella simbolica che solo il sensorium dell’immaginativo/ispirativo può donarci.

L’obbiezione secondo cui solo attraverso la razionalità sia possibile l’attività interpretativa e che quella immaginativa o intuitiva sarebbe falsa e fuorviante, non è corretta; anzi è da ritenersi semmai esattamente l’opposto. Così dapprima tenterò di interpretare lo scritto attraverso l’intuizione per come mi è concesso di fare, cioè attraverso la appercezione immediata e folgorante, e solo successivamente sottoporrò quanto pervenutomi ad analisi ed esame critico razionale. Dunque, una perenne battaglia tra ragione e intuizione; battaglia che non avrebbe motivo di sussistere poiché entrambe sono lingue che non confliggono tra loro, ma che semmai hanno possibilità di integrarsi e, interagendo, di giungere a più alte vette di conoscenza.

Questo il metodo: applicare il sensorium appercettivo e solo successivamente quello analitico/razionale che mi permetterà, attraverso l’esame critico, di verificare, di valutare.

Né qui si ha la presunzione che tutto possa esser portato alla luce della coscienza (e quindi al vaglio della ragione); tuttavia può ottenersi quanto basta per discovrire una piccola verità oggi e forse una più grande Verità domani.

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Quanto premesso appare necessario alla comprensione delle scritture sacre; il metodo appena descritto infatti va applicato sia in alcune parti dell’antico testamento che nei testi apocalittici, cioè in quei testi definiti tali proprio perché si prefiggono lo scopo di rivelare cose nascoste ai più, ossia nascoste proprio a coloro che non sono ancora nel tempo, ovvero non sono ancora formati alla comprensione di tali rivelazioni.

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Come è noto, la Bibbia ci racconta di un grande profeta, Mosè, il quale ebbe il compito di liberare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto e di condurlo alla Terra Promessa. Mosè riesce nell’impresa di portare fuori dall’Egitto il popolo di Israele. Durante il lungo viaggio durato 40 anni (numero simbolico) per raggiungere la Terra Promessa solcata da fiumi di latte e miele (ciò basti a significare di come il racconto sia surreale[1]), Mosè ricevette da Dio le tavole della LEGGE; esse furono scolpite dalla Divinità nella pietra. Legge che le 12 tribù di Israele avrebbero da quel momento in avanti dovuto osservare.

Le lapidi su cui Dio incise la LEGGE furono custodite da Mosè all’interno di una cassa costruita appositamente per contenerle.

Non mi soffermerò a dire di come il viaggio di 40 anni sia la rappresentazione simbolica del viaggio dell’anima che, da Dio originata, dopo traversie ed esperienze torna a Lui, né a dire di come il racconto sia il medesimo che Gesù descrive con la parabola del figliol prodigo, né a dire di come Omero ci racconti la medesima storia attraverso il viaggio di Ulisse, perché i racconti, imbastiti nei modi più svariati, ci rappresentano sempre e solo la medesima avventura, il medesimo cammino: quello dell’anima.

Desidero, di contro, soffermare la mia attenzione proprio sulla cassa di legno fatta costruire da Mosé: l’Arca dell’Alleanza, l’alleanza con Dio. E se di alleanza si parla vuol dire che ci fu un momento, un tempo in cui si stabilì il legame tra Dio e l’uomo.

Se però noi interpretassimo letteralmente dovremmo concludere che Mosè tenendo molto a custodire le importantissime lapidi con le sacre scritte, le volle conservare in una cassa di legno che, come ci viene raccontato, si trascinò dietro per tutto il viaggio. Nei secoli seguenti però della cassa non si seppe più nulla; andò forse smarrita? O forse è tutt’oggi segretamente custodita da qualcuno o da qualche ignota congrega religiosa di… ebrei, cristiani? Chissà. Oggi alcuni si spendono in ammirevoli ricerche dell’arca peraltro mai giunte a buon fine.

È da notare come lo scrittore biblico si sia impegnato a descrivere l’arca dell’alleanza con grande dovizia di particolari; desta anzi stupore il fatto che l’autore, o gli autori, non abbiano illustrato nei minimi dettagli proprio le sacre pietre che recano incisi i comandamenti, preferendo soffermarsi lungamente sulla scatola destinata a contenerli. Che sia allora il contenitore più prezioso ed importante del contenuto? [ Vedasi in proposito il passo biblico riportato in fondo (1) ] .

Dunque, una descrizione dettagliatissima che non si esaurisce alla sola cassa, ma anche alla tenda – una sorta di recinto sacro – al cui interno sarà collocata l’arca ed ai veli che staranno all’intorno e perfino al loro colore. Un vero e proprio santuario dovrà realizzare Mosè su indicazione di Dio, dove sarà posto il prezioso contenitore delle tavole della Legge.

In definitiva, viene da pensare che sia la cassa in legno d’acacia e lamine d’oro, sormontata da due cherubini, l’oggetto sacro del culto, non altro. Allora sorge ineludibile la domanda sul che cosa rappresenti l’arca se considerata così preziosa, addirittura più delle stesse tavole: dobbiamo allora sforzarci e passare dall’interpretazione letterale del racconto biblico a quella simbolica e formulare l’ipotesi che l’arca sia la raffigurazione allegorica dell’anima dell’uomo! L’anima nel cui intimo devono essere marchiate a fuoco le leggi divine. È ormai da millenni che le tavole mosaiche vi sono impresse: Non ruberai, non mentirai, non fornicherai, non ucciderai, etc.!!

Infatti, non v’è uomo quasi che non sappia nel suo cuore che è male, uccidere, rubare, etc.

Se ne conclude che le tavole della Legge, l’Arca, la tenda, i veli, siano un modo di raccontarci allegoricamente di come la Legge mosaica sia ormai incisa in modo indelebile nell’anima dell’uomo e che in questo sacro Sacello la Legge sia custodita per sempre.

Appare doveroso ora fare un breve inciso che ha riguardo ad alcune stagioni che l’uomo deve attraversare. Questi periodi, per consuetudine umana, li leghiamo al tempo cronologico, ma in realtà essi ne sono svincolati; infatti, prescindono dallo scorrere del tempo così come noi abitualmente lo intendiamo e si proiettano invece sul progresso spirituale, ossia sulla evoluzione della Coscienza, che viene contrassegnata da tre distinte epoche: le grandi età “Pietrina”, “Paulina” e “Giovannea”.

Vediamo meglio in breve di che cosa si tratta con l’aiuto di un brano di alto sapere:

Se l’ io sono agisce sui tre corpi trasforma l’astrale in sé cosciente spirituale: il manas altresì detto “manna” nei tempi biblici. Trasforma il corpo eterico in uomo spirito altresì detto atma, ed il fisico in spirito vitale o budhi. Ciò avviene per gradi allorché l’io si riflette sui tre corpi: ATTENZIONE: l’io è superiore e deve riflettersi sugli inferiori ma da cui riceve , vincendoli, dono di vita cosmica.

Chi accoglie l’ “Io Sono” diviene capace con il proprio io di modificare e generare le parti nuove dei tre corpi. Ma se ciò avviene, diviene parte dell’ Io Cosmico riconoscendosi in fratellanza con gli altri “Sé spirituali”, “Uomini Spirito”, “Spiriti Vitali”. All’incontrario, e non comprendendo se già l’età Giovannea entra nell’azione, si ha il compimento tentato del risultato prima del compiuto. (…)

La casa dei Figli è quella degli “io sono” ormai attivi sui tre corpi e già attivanti da molto tempo i tre corpi.

Nell’età Pietrina, che vuol rappresentare il Padre, era la legge sull’astrale che si rifletteva sull’ “io sono” non ancora “Io Sono”. Nell’età Paulina la fede realizza l’ “Io Sono” e diviene principio del trasmuto. Nell’età Giovannea il trasmuto è completo e l’ ”Io Sono” governa in unità sincosmica con gli altri “Io Sono”. (…)

I figli della Casa sono giovannei come il loro rappresentato da Spirito Santo; i paulini dal Figlio.

  • Età Pietrina: il tempo della Legge;
  • Età Paulina: il tempo della fede attraverso la Parola del Cristo;
  • Età Giovannea: il tempo dello Spirito Santo; il tempo dei Figli della Casa divenuti tali per la avvenuta trasmutazione dei tre corpi (Sé Spirituale, Uomo spirito e Spirito Vitale) grazie all’inchino dell’Io Sono che ha operato la fecondazione sui tre corpi.

La LEGGE pertanto contrassegna l’età Pietrina: coloro che appartengono all’età Pietrina sono CEFA, pietra. Oggi molti stanno ancora attraversando questo stadio dell’anima; è lo stadio che Giovanni nell’Apocalisse indica nel simbolo del cavallo nero cavalcato da un uomo con la bilancia: la giustizia che opera attraverso la LEGGE. Lo stadio nel quale sono ancora operanti le forze egoiche che la Legge sottomette e frena; dunque, per età Pietrina è da intendersi l’uomo ancora preda delle forze dell’ego che Giovanni in Apocalisse chiama dragone antico, diavolo, satana. Di qui come conseguenza il dolore ed il karma con il ciclo delle rinascite, o ANANCHE, meccanismo regolatore – ben noto nella mitologia greca – che ristabilisce l’equilibrio cosmico turbato dall’uomo quando costui, avvalendosi del libero arbitrio, provoca effetti che stridono con l’ordine e l’armonia cosmica.

I quaranta anni di viaggio per raggiungere la Terra Promessa, di cui si diceva, stanno ad indicare, in forma simbolica, il tempo necessario a quel trasmuto dei tre corpi da parte dell’Io Sono. La terra promessa da Dio agli ebrei non può certamente essere considerata un luogo fisico, bensì una condizione dell’anima che, al termine dei c.d. 40 anni, ha subìto la necessaria mutazione e, affinandosi, si è preparata al passaggio alla nuova condizione: il passaggio dalla autocoscienza alla Super-Coscienza!

Alla fine, il popolo di Israele, completato l’attraversamento del deserto, giunge alla mèta tanto ambita e sofferta. Ma Mosè[2] sorprendentemente viene fermato da Dio, non potrà raggiungere anche lui quella Terra; chissà perché? Forse perché il suo compito è di fermarsi prima e di accompagnare gli uomini di ogni generazione attraverso il passaggio che li conduce a quella terra? Una sorta di buon Caronte?

Nel vangelo di Marco, ritroviamo Mosè che, assieme ad Elia, entra in contatto con Gesù.

È un contatto quasi fisico cui assistono alcuni discepoli di Gesù (Pietro, Giacomo e Giovanni) i più progrediti sul piano iniziatico e quindi spirituale.

« 1Diceva loro: «In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza.».
2Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4E apparve loro Elia con Mosé e conversavano con Gesù. 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosé e una per Elia».  ( Mc 9,1-5)

Siamo nel punto focale in cui il vangelo di Marco ci rivela qui come l’intervento del Cristo sia necessario ad aiutare l’umanità a traghettare dall’età Pietrina a quella Paulina e come ciò avvenga anche con l’ausilio del traghettatore Mosè.

Quanto precede a significare che tutti noi siamo in cammino e stiamo faticosamente attraversando il nostro deserto, ciascuno il proprio; impiegheremo quaranta anni? Forse di più o forse meno, chi può dirlo. La destinazione però è a noi nota: la Terra Promessa, Gerusalemme, la città nuova e santa dove cesserà il pianto e la tribolazione, la terra del latte e del miele.

E giungiamo alla descrizione che ci fa Giovanni nell’Apocalisse di questa terra, anzi di questa Città santa: la Gerusalemme Celeste. [Vedasi in proposito il passo riportato in fondo (2) ]

Lo scrittore, anche in questo caso, fa una descrizione molto minuziosa, conta il numero delle porte, descrive i materiali con cui è costruita, ne comunica le misure dalle quali si evince che ha forma di cubo (notoriamente simbolo di stabilità assoluta), e così via.

Forma, numeri materiali, tutto è caratterizzato da immagini simboliche. Il numero 12 ad esempio ricorre di continuo.

Si afferma altresì che nella Città Santa non vi sarà più lamento o affanno, non vi sarà più malattia, dolore o morte né vi sarà menzogna; vi regnerà l’Agnello che la terrà come sua sposa.

Sulle 12 porte saranno scritti i nomi delle 12 tribù di Israele, mentre al suo interno un fiume d’acqua viva cristallina scorrerà perenne e sarà sempre giorno. Intere moltitudini potranno accedervi e godere della pace che vi regna.

Insomma, quello che potremmo in una parola definire uno stato di grazia senza termine per chi vi soggiorna.

Ciò è riservato a coloro che hanno raggiunto un alto livello di affinamento spirituale. Hanno attraversato il deserto, hanno vinto le forze egoiche, hanno mangiato la manna (si sono cioè nutriti della Parola), hanno rinnegato il vitello d’oro ed hanno scelto l’Agnello.

Dunque, il passaggio è avvenuto; è avvenuto quel transito dall’Arca/Anima di ciascun uomo individuo, alla Città santa abitata da una Comunità di uomini legati fra loro dall’amore e dall’affinità. Un passaggio dall’età Pietrina a quella Giovannea (avendo attraversato l’età Paulina). I primi a raggiungere Gerusalemme sono proprio le 12 tribù di Israele che infatti hanno il nome di ciascuna incisa sul frontone di ogni porta della Gerusalemme celeste. E questo è un collegamento inequivoco tra il passo biblico e l’Apocalisse di Giovanni.

Sebbene nel tempo l’Apocalisse di Giovanni può aver subìto manipolazioni e inquinamenti, il senso generale della rivelazione persiste e ci dona importantissime informazioni; esse sono difficilmente verificabili sul piano razionale, come si è avuto modo di affermare in premessa, tuttavia le ritengo convincenti nonostante l’impossibilità di darci una reale rappresentazione di quanto viene descritto; l mondo metafisico non può infatti essere raffigurato, rappresentato, descritto se non attraverso allegorie e simboli.

Dunque, in conclusione, come abbiamo visto precedentemente, coloro che hanno accolto l’Io Sono (maiuscolo) nel corso dell’età Paulina hanno fatto sì che il loro (minuscolo) si riflettesse sull’astrale, sull’eterico e sul fisico generando le parti nuove dei tre corpi e provocandone la trasformazione in: “Sé spirituale”, “Uomo Spirito”, “Spirito Vitale”; detti corpi nuovi permetteranno all’Io Sono (maiuscolo) di governare in unità sincosmica con gli altri Io Sono (maiuscolo), ovverossia con i cosiddetti Figli della Casa, in altre parole, semplici parole, con gli “abitanti della Nuova Gerusalemme”.

L’età Pietrina con la Legge impressa nell’anima è il punto da cui siamo partiti, l’età Paulina il percorso, duro, percorso che, attraverso la fede e con l’aiuto del Cristo, ci fa superare il deserto, infine l’età Giovannea il punto di arrivo che implica l’ingresso nella Città Santa.

Un salto temporale? Quaranta anni nel deserto? Certamente no, poiché non è il tempo cronologico umano che dobbiamo calcolare, anche se poi la vita materiale, intesa come ciclo delle rinascite, ci precipita in un illusorio vortice temporale; è da calcolare invece la rapidità, o al contrario la lentezza (poiché dipende solo da noi), con cui conquistiamo, amplifichiamo la auto-Coscienza grazie alla nostra capacità di “fecondare noi stessi” (gnothi se auton – conosci, ossia feconda te stesso – ), e siccome il Maggiore ha da inchinarsi a servire i minori, ecco che Gesù si mette al servizio dei discepoli suoi, ma anche al nostro servizio e ci dà il suo grande insegnamento operando la lavanda dei piedi; se vogliamo progredire, è pertanto necessario imparare ad inchinarci e lavare i piedi dei fratelli minori, conseguentemente anche il nostro Io Sono si inchinerà per sunpathos a fecondare i nostri minori corpi trasformandoli così come si è descritto.

Tutto quanto precede non può non portarci che ad unica conclusione: i testi biblici presi in esame hanno riguardo a due differenti, quanto fondamentali, stati di Coscienza e ci narrano in modo velato di come inarrestabile sia per noi il processo di accrescimento della consapevolezza dell’Essere sol che lo si appetisca. Ciò è offerto a tutti. Cercare è una libera scelta, ma se si cerca si trova, poiché a chiunque chiede sarà dato e a chiunque bussa ai battenti del Cielo verrà aperto.

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(1)

Esodo 10 – 25-26-27:

ESODO – 25

1Il Signore parlò a Mosé dicendo: 2«Ordina agli Israeliti che raccolgano per me un contributo. Lo raccoglierete da chiunque sia generoso di cuore. 3Ed ecco che cosa raccoglierete da loro come contributo: oro, argento e bronzo, 4tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso e di pelo di capra, 5pelle di montone tinta di rosso, pelle di tasso e legno di acacia, 6olio per l’illuminazione, balsami per l’olio dell’unzione e per l’incenso aromatico, 7pietre di ònice e pietre da incastonare nell’efod e nel pettorale. 8Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. 9Eseguirete ogni cosa secondo quanto ti mostrerò, secondo il modello della Dimora e il modello di tutti i suoi arredi.
10Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. 11La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori la rivestirai e le farai intorno un bordo d’oro. 12Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro. 13Farai stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro. 14Introdurrai le stanghe negli anelli sui due lati dell’arca per trasportare con esse l’arca. 15Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno tolte di lì. 16Nell’arca collocherai la Testimonianza che io ti darò.
17Farai il propiziatorio, d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. 18Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del propiziatorio. 19Fa’ un cherubino a una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini alle due estremità del propiziatorio. 20I cherubini avranno le due ali spiegate verso l’alto, proteggendo con le ali il propiziatorio; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso il propiziatorio. 21Porrai il propiziatorio sulla parte superiore dell’arca e collocherai nell’arca la Testimonianza che io ti darò. 22Io ti darò convegno in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimonianza, dandoti i miei ordini riguardo agli Israeliti.
23Farai una tavola di legno di acacia: avrà due cubiti di lunghezza, un cubito di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. 24La rivestirai d’oro puro e le farai attorno un bordo d’oro. 25Le farai attorno una cornice di un palmo e farai un bordo d’oro per la cornice. 26Le farai quattro anelli d’oro e li fisserai ai quattro angoli, che costituiranno i suoi quattro piedi. 27Gli anelli saranno contigui alla cornice e serviranno a inserire le stanghe, destinate a trasportare la tavola. 28Farai le stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro; con esse si trasporterà la tavola. 29Farai anche i suoi piatti, coppe, anfore e tazze per le libagioni: li farai d’oro puro. 30Sulla tavola collocherai i pani dell’offerta: saranno sempre alla mia presenza.
31Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci; i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti di un pezzo. 32Sei bracci usciranno dai suoi lati: tre bracci del candelabro da un lato e tre bracci del candelabro dall’altro lato. 33Vi saranno su di un braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla, e così anche sull’altro braccio tre calici in forma di fiore di mandorlo, con bulbo e corolla. Così sarà per i sei bracci che usciranno dal candelabro. 34Il fusto del candelabro avrà quattro calici in forma di fiore di mandorlo, con i loro bulbi e le loro corolle: 35un bulbo sotto i due bracci che si dipartono da esso e un bulbo sotto i due bracci seguenti e un bulbo sotto gli ultimi due bracci che si dipartono da esso; così per tutti i sei bracci che escono dal candelabro. 36I bulbi e i relativi bracci saranno tutti di un pezzo: il tutto sarà formato da una sola massa d’oro puro lavorata a martello. 37Farai le sue sette lampade: vi si collocheranno sopra in modo da illuminare lo spazio davanti ad esso. 38I suoi smoccolatoi e i suoi portacenere saranno d’oro puro. 39Lo si farà con un talento di oro puro, esso con tutti i suoi accessori. 40Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte.

ESODO – 26

1Quanto alla Dimora, la farai con dieci teli di bisso ritorto, di porpora viola, di porpora rossa e di scarlatto. Vi farai figure di cherubini, lavoro d’artista. 2La lunghezza di un telo sarà di ventotto cubiti; la larghezza di quattro cubiti per un telo; la stessa dimensione per tutti i teli. 3Cinque teli saranno uniti l’uno all’altro e anche gli altri cinque saranno uniti l’uno all’altro. 4Farai cordoni di porpora viola sull’orlo del primo telo all’estremità della sutura; così farai sull’orlo del telo estremo nella seconda sutura. 5Farai cinquanta cordoni al primo telo e farai cinquanta cordoni all’estremità della seconda sutura: i cordoni corrisponderanno l’uno all’altro. 6Farai cinquanta fibbie d’oro e unirai i teli l’uno all’altro mediante le fibbie, così la Dimora formerà un tutto unico. 7Farai poi teli di pelo di capra per la tenda sopra la Dimora. Ne farai undici teli. 8La lunghezza di un telo sarà di trenta cubiti; la larghezza di quattro cubiti per un telo; la stessa dimensione per gli undici teli. 9Unirai insieme cinque teli da una parte e sei teli dall’altra. Piegherai in due il sesto telo sulla parte anteriore della tenda. 10Farai cinquanta cordoni sull’orlo del primo telo, che è all’estremità della sutura, e cinquanta cordoni sull’orlo del telo della seconda sutura. 11Farai cinquanta fibbie di bronzo, introdurrai le fibbie nei cordoni e unirai insieme la tenda; così essa formerà un tutto unico. 12La parte che pende in eccedenza nei teli della tenda, la metà cioè di un telo che sopravanza, penderà sulla parte posteriore della Dimora. 13Il cubito in eccedenza da una parte, come il cubito in eccedenza dall’altra parte, nel senso della lunghezza dei teli della tenda, ricadranno sui due lati della Dimora, per coprirla da una parte e dall’altra. 14Farai per la tenda una copertura di pelli di montone tinte di rosso e al di sopra una copertura di pelli di tasso.
15Poi farai per la Dimora le assi di legno di acacia, da porsi verticali. 16La lunghezza di un’asse sarà dieci cubiti e un cubito e mezzo la larghezza. 17Ogni asse avrà due sostegni, congiunti l’uno all’altro da un rinforzo. Così farai per tutte le assi della Dimora. 18Farai dunque le assi per la Dimora: venti assi verso il mezzogiorno, a sud. 19Farai anche quaranta basi d’argento sotto le venti assi, due basi sotto un’asse, per i suoi due sostegni, e due basi sotto l’altra asse, per i suoi due sostegni. 20Per il secondo lato della Dimora, verso il settentrione, venti assi, 21come anche le loro quaranta basi d’argento, due basi sotto un’asse e due basi sotto l’altra asse. 22Per la parte posteriore della Dimora, verso occidente, farai sei assi. 23Farai inoltre due assi per gli angoli della Dimora sulla parte posteriore. 24Esse saranno formate ciascuna da due pezzi uguali abbinati e perfettamente congiunti dal basso fino alla cima, all’altezza del primo anello. Così sarà per ambedue: esse formeranno i due angoli. 25Vi saranno dunque otto assi, con le loro basi d’argento: sedici basi, due basi sotto un’asse e due basi sotto l’altra asse. 26Farai inoltre traverse di legno di acacia: cinque per le assi di un lato della Dimora 27e cinque traverse per le assi dell’altro lato della Dimora e cinque traverse per le assi della parte posteriore, verso occidente. 28La traversa mediana, a mezza altezza delle assi, le attraverserà da una estremità all’altra. 29Rivestirai d’oro le assi, farai in oro i loro anelli, che serviranno per inserire le traverse, e rivestirai d’oro anche le traverse. 30Costruirai la Dimora secondo la disposizione che ti è stata mostrata sul monte.
31Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto. Lo si farà con figure di cherubini, lavoro d’artista. 32Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d’oro, munite di uncini d’oro e poggiate su quattro basi d’argento. 33Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo costituirà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei Santi. 34Porrai il propiziatorio sull’arca della Testimonianza nel Santo dei Santi. 35Collocherai la tavola fuori del velo e il candelabro di fronte alla tavola sul lato meridionale della Dimora; collocherai la tavola sul lato settentrionale. 36Farai una cortina all’ingresso della tenda, di porpora viola e di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto, lavoro di ricamatore. 37Farai per la cortina cinque colonne di acacia e le rivestirai d’oro. I loro uncini saranno d’oro e fonderai per esse cinque basi di bronzo.

ESODO – 27

1Farai l’altare di legno di acacia: avrà cinque cubiti di lunghezza e cinque cubiti di larghezza. L’altare sarà quadrato e avrà l’altezza di tre cubiti. 2Farai ai suoi quattro angoli quattro corni e costituiranno un sol pezzo con esso. Lo rivestirai di bronzo. 3Farai i suoi recipienti per raccogliere le ceneri, le sue palette, i suoi vasi per l’aspersione, le sue forcelle e i suoi bracieri. Farai di bronzo tutti questi accessori. 4Farai per esso una graticola di bronzo, lavorato in forma di rete, e farai sulla rete quattro anelli di bronzo alle sue quattro estremità. 5La porrai sotto la cornice dell’altare, in basso: la rete arriverà a metà dell’altezza dell’altare. 6Farai anche stanghe per l’altare: saranno stanghe di legno di acacia e le rivestirai di bronzo. 7Si introdurranno queste stanghe negli anelli e le stanghe saranno sui due lati dell’altare quando lo si trasporta. 8Lo farai di tavole, vuoto nell’interno: lo faranno come ti fu mostrato sul monte.
9Farai poi il recinto della Dimora. Sul lato meridionale, verso sud, il recinto avrà tendaggi di bisso ritorto, per la lunghezza di cento cubiti sullo stesso lato. 10Vi saranno venti colonne con venti basi di bronzo. Gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali saranno d’argento. 11Allo stesso modo sul lato rivolto a settentrione: tendaggi per cento cubiti di lunghezza, le relative venti colonne con le venti basi di bronzo, gli uncini delle colonne e le aste trasversali d’argento. 12La larghezza del recinto verso occidente avrà cinquanta cubiti di tendaggi, con le relative dieci colonne e le dieci basi. 13La larghezza del recinto sul lato orientale verso levante sarà di cinquanta cubiti: 14quindici cubiti di tendaggi con le relative tre colonne e le tre basi alla prima ala; 15all’altra ala quindici cubiti di tendaggi, con le tre colonne e le tre basi. 16Alla porta del recinto vi sarà una cortina di venti cubiti, lavoro di ricamatore, di porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto, con le relative quattro colonne e le quattro basi. 17Tutte le colonne intorno al recinto saranno fornite di aste trasversali d’argento: i loro uncini saranno d’argento e le loro basi di bronzo. 18La lunghezza del recinto sarà di cento cubiti, la larghezza di cinquanta, l’altezza di cinque cubiti: di bisso ritorto, con le basi di bronzo. 19Tutti gli arredi della Dimora, per tutti i suoi servizi, e tutti i picchetti, come anche i picchetti del recinto, saranno di bronzo.
20Tu ordinerai agli Israeliti che ti procurino olio puro di olive schiacciate per l’illuminazione, per tener sempre accesa una lampada. 21Nella tenda del convegno, al di fuori del velo che sta davanti alla Testimonianza, Aronne e i suoi figli la prepareranno, perché dalla sera alla mattina essa sia davanti al Signore: rito perenne presso gli Israeliti di generazione in generazione.

(2)

Apocalisse di Giovanni

Libro dell’Apocalisse – 21

1E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più. 2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
4E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
5E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». 6E mi disse:
«Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete
io darò gratuitamente da bere
alla fonte dell’acqua della vita.
7Chi sarà vincitore erediterà questi beni;
io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.
8Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».
9Poi venne uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». 10L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. 14Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
15Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. 17Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. 18Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
22In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio.
23La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.
24Le nazioni cammineranno alla sua luce,
e i re della terra a lei porteranno il loro splendore.
25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
perché non vi sarà più notte.
26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
27Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette orrori o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

Libro dell’Apocalisse – 22

1E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.
3E non vi sarà più maledizione.
Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello:
i suoi servi lo adoreranno;
4vedranno il suo volto
e porteranno il suo nome sulla fronte.
5Non vi sarà più notte,
e non avranno più bisogno
di luce di lampada né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà.
E regneranno nei secoli dei secoli.
6E mi disse: «Queste parole sono certe e vere. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere tra breve. 7Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».
8Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. E quando le ebbi udite e viste, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le mostrava. 9Ma egli mi disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo, con te e con i tuoi fratelli, i profeti, e con coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare».
10E aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino. 11Il malvagio continui pure a essere malvagio e l’impuro a essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.
12Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. 13Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine. 14Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città. 15Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!
16Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».
17Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta, ripeta: «Vieni!». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita.
18A chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; 19e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.
20Colui che attesta queste cose dice: «Sì, vengo presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. 21La grazia del Signore Gesù sia con tutti.

  1. Del resto, tutto il testo biblico è ricco di simbologie: simbolico è il passaggio del mar Rosso, simbolico il vitello d’oro, simbolica la manna che piove dal cielo e così via.
  2. Il nome deriva dall’ebraico Masciah, che, a sua volta, è legato al termine egizio mes, che significa “figlio”. Il suo significato è dunque “bambino”, ma anche “salvato dalle acque”.

PREMESSA

Dalla Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi 12/2:

“Conosco un uomo unito a Cristo che 14 anni fa — se con il corpo o fuori dal corpo non lo so, lo sa Dio — fu rapito fino al terzo cielo.  E so che quell’uomo — se con il corpo o separato dal corpo non lo so, lo sa Dio — fu rapito nel paradiso e sentì parole che non possono essere dette e che a un uomo non è lecito pronunciare.”

Qui Paolo nella seconda lettera ai Corinzi racconta in breve la sua stessa esperienza: il rapimento al 3° Cielo. Tale sua personale esperienza e le parole che non possono essere dette e che a un uomo non è lecito pronunciare costituiscono quella che viene definita l’Apocalisse (copta) di Paolo. È un testo che risale presumibilmente al 150-250 d.C., con attribuzione pseudoepigrafa all’Apostolo Paolo.

TESTO

Manca la prima parte

…la strada. Ed egli si rivolse a lui, dicendo: «Per quale strada salirò io a Gerusalemme?».

Qui si presuppone che Paolo abbia incontrato un fanciullo e con lui abbia cominciato a colloquiare.

Paolo cerca la strada per raggiungere Gerusalemme; ma quale? Quella vera o quella Celeste?

Si rammenti che quella vera giace su una distesa pianeggiante; dunque, la Gerusalemme del mondo della materia è piatta, mentre quella Celeste, come ci rivela Giovanni (che assiste alla sua misurazione con una canna), è un cubo; con ciò volendo significare che il passaggio dalla Gerusalemme materiale a quella Celeste è passaggio di dimensione, come dire che si passa dalle due dimensioni alle tre dimensioni.

Il fanciullo gli rispose: «Dimmi il tuo nome perché io possa indicarti la strada». Il fanciullo sapeva chi era Paolo. Ma voleva intrattenersi con lui, con le sue parole, per trovare un pretesto di parlare con lui.

Il fanciullo chiede il nome, ma vuole sapere il suo “vero nome”, cioè non quello umano bensì quello divino.

Il fanciullo proseguì dicendo: «lo so chi sei tu, Paolo. Tu sei colui che fu benedetto fin dal grembo materno.

A questo punto il fanciullo gli confessa che lui sa bene il suo nome e lo chiama Paolo ed aggiunge inoltre che lui sa che Paolo fu benedetto sin da quando si trovava nel ventre di sua madre (dunque lasciando intendere che lo conosce bene e conosce anche il vero nome di Paolo, il nome divino).

Perciò sono venuto da te, affinché tu possa salire a Gerusalemme, dagli apostoli, tuoi compagni. È per questo motivo che io ti ho chiamato. Io sono lo Spirito che ti accompagna. La tua mente (Nous) sia sveglia, Paolo!

Il fanciullo dice a Paolo che gli farà da guida, che lui è lo Spirito che lo accompagna nel percorso e che farà in modo che lui possa “salire” a Gerusalemme (ovviamente quella Celeste visto che lo dovrà accompagnare in alto; la Gerusalemme reale è in basso in pianura). Infine, lo esorta: “Affinché tu possa riuscire ad affrontare il viaggio è necessario che la tua mente sia sveglia”. Cioè: Chi ha orecchie per intendere intenda! Dunque, da aprire non la ragione, ma la mente acché possa rendersi a lui visibile ciò che è oltre la materia.

Mancano sette righe

«…tra gli arconti e queste potestà e gli arcangeli e le potenze e tutta la stirpe dei demoni e la casa di colui che svela i corpi al seme di un’anima». Terminate queste parole, egli proseguì dicendo: La tua mente si sveglia, Paolo! Vedi che la montagna sulla quale stai è la montagna di Gerico, di modo che tu possa conoscere le cose nascoste in quelle che sono manifeste.

Gli arconti, le potestà e gli arcangeli, sono guardiani dei Cieli, gli esattori, come vedremo meglio più avanti.

La “stirpe dei Demoni e la casa di colui che svela i corpi al seme di un’anima” è da intendersi quel complesso di forze egoiche che spingono e guidano un’anima verso un corpo fisico umano permettendole di incarnarsi in esso.

La montagna di Gerico da cui si possono vedere le cose nascoste in quelle manifeste potrebbe qui indicarsi molto semplicemente il monte Nebo, (alto circa 800 mt. s.l.m.), che sovrasta in realtà la pianura su cui si stende grande parte della Terra Santa; il Nebo è monte sacro agli ebrei poiché su di esso Mosè avrebbe ricevuto da Dio la visione della Terra Promessa e dove si dice che lo stesso Mosè fu sepolto.

Anche questa è un’allegoria. Viene infatti detto a Paolo che lui sta lì, sul monte dal quale può osservare dall’alto le cose nascoste che stanno entro quelle manifeste. Paolo, quindi, possiede la “mente sveglia” di colui che ha raggiunto il grado iniziatico della “visione dall’alto” o “Epiphaneia” (manifestazione, apparizione); tale capacità gli permetterà di “vedere” all’interno delle cose visibili all’occhio umano quelle invisibili per le quali è necessaria una seconda vista quella spirituale (il famoso terzo occhio).

«Ora tu andrai dai dodici apostoli, poiché essi sono gli spiriti eletti ed essi ti saluteranno». Egli alzò gli occhi e li vide: essi lo salutarono. Allora lo Spirito Santo, che parlava con lui, lo afferrò e lo portò in alto, su fino al Terzo Cielo, e passò oltre fino al Quarto Cielo.

Lo Spirito gli dice che dovrà raggiungere i 12 apostoli, presentarsi cioè agli Spiriti eletti, poiché essi lo saluteranno. Questi Spiriti hanno delle peculiarità che non ci vengono rivelate. Lo stato vibrazionale dei corpi di Paolo gli consentono ora di salire e lo Spirito, – in questo caso definito Spirito Santo perché la condizione vibrazionale attiene comunque al grado di Coscienza di Paolo -, lo sospinge verso il terzo Cielo ed oltre fino al quarto.

Lo Spirito Santo gli parlò dicendo: «Guarda! Sulla terra scorgi la tua somiglianza». Egli guardò giù, e vide quelli che erano sulla terra. Lanciò uno sguardo verso Dio che è al disopra della creazione. Poi guardò su in alto e vide i dodici apostoli alla sua destra e alla sua sinistra, nella creazione. E lo Spirito era davanti a loro.

Da questa condizione Paolo è in grado di percepire un’ampia visione del Creato qui allegoricamente descritta come visione del basso e dell’alto in un’unica veduta che abbraccia l’immanenza e la trascendenza della realtà. Paolo guarda giù e vede l’umanità, vede gli uomini sulla terra, poi lancia lo sguardo in alto verso Dio, ma non vede Dio Padre ovviamente, vede però ciò che sta al di sopra e al di là della materialità e scorge ancora una volta i dodici apostoli, gli spiriti di Verità, che affiancano la Suprema Essenza dell’Essere “nella creazione”: il LOGOS. Non a caso, infatti, viene usata la parola creazione poiché essa è opera del Logos che tutto permea, in alto come in basso.

Guardai :

nel Quarto Cielo, secondo la loro classe, vidi gli angeli rassomiglianti a dèi: questi angeli portavano un’anima fuori dalla terra dei morti. Essi la posero alla porta del Quarto Cielo. E gli angeli la frustavano. L’anima parlò dicendo: «Che peccato ho commesso nel mondo?». L’esattore che siede nel Quarto Cielo replicò: «Non era giusto che tu commettessi tutte le iniquità che sono nel mondo dei morti». L’anima rispose dicendo: «Produci dei testimoni! Indichino, essi, in quale corpo ho commesso quelle iniquità; volete portarmi un libro e leggerle da esso?». Vennero tre testimoni. Il primo parlò dicendo: «Non c’ero io, forse, nel corpo nella seconda ora? io mi levai contro di te fino a quando tu fosti preso dall’ira, dalla rabbia e dall’invidia». E il secondo parlò dicendo: «Non c’ero, forse, io nel mondo? Entrai alla quinta ora, ti vidi e ti ho desiderata. Ed ecco che ora io ti accuso degli omicidi che hai commessi». E il terzo parlò dicendo: «Non venni forse io da te alla dodicesima ora del giorno, quando il sole stava tramontando? Ti ho concesso oscurità fino a quando tu non hai compiuto i tuoi peccati».

Il Quarto Cielo è descritto come il Cielo in cui avviene il giudizio dell’anima al termine della sua vita terrena.

Qui si fa esplicitamente riferimento alla “reincarnazione” tant’ è che l’anima chiede in quale corpo avrebbe lei commesso delle iniquità.

Siamo in una fase drammatica del racconto di Paolo nel quale egli ci riferisce di ciò che accade ad un’anima che ha pervicacemente reiterato, in molteplici incarnazioni, esistenze di peccato. Un’anima che è rimasta sorda allo Spirito e si è resa responsabile di continue nequizie. Un’anima che nonostante abbia ricevuto dall’Alto e dal suo Sé grande più e più opportunità, si è pasciuta di ego e di vizio.

L’anima, al momento del distacco dal corpo fisico, viene dapprima raccolta dagli angeli[1] nella terra dei morti, cioè nel mondo terrestre, per essere poi accompagnata forzatamente al quarto Cielo dagli stessi angeli che, frustandola, la presentano innanzi all’Esattore per il giudizio finale. A Lui l’anima si rivolge e chiede che cosa mai abbia commesso di male nel mondo. L’esattore le rimprovera le tante ingiustizie compiute nel mondo dei morti. A questo punto l’anima nega e chiede che vengano prodotti testimoni e anzi che sia prodotto il suo libro; qui si riferisce al libro della Vita, libro in cui è annotato tutto il percorso, spirituale e non, di ciascun essere umano nel mondo. È il libriccino di cui parla Giovanni nella sua Apocalisse, il “libriccino dolce e amaro”.

Il testimone che accusa l’anima peccatrice è il suo grande Sé; è in realtà l’auto giudizio che formula il Sé grande (ossia lo Spirito) al sé piccolo (ossia l’anima). Chi la accusa è dunque un fanciullo, quel fanciullo che, nel caso di Paolo, è guida e compagno dell’anima di Paolo nei piani superiori della Coscienza (i Cieli).

Lo Spirito rimprovera all’anima di essere stato presso di lei e di essersi palesato a lei in più incarnazioni terrene: nella seconda ora, nella quinta ora e nella dodicesima ora quando il sole stava tramontando. Ciò nonostante, l’individuo aveva continuato nella strada del vizio e del peccato fino all’ultimo, fino a quando “il SOLE” era giunto al tramonto ed anche oltre, cioè fino a che non vi era stata più luce, ovvero fino a quando i canali di scambio tra l’anima e lo Spirito si erano spenti del tutto. Anzi dice il Sé: Ti ho concesso oscurità, ma invano, ossia ancora ti ho lasciato vivere e chiamato mentre eri nell’oscurità, ma inutilmente perché continuasti comunque a peccare. Qui vengono sottolineate TRE CHIAMATE.

(da una comunicazione)

“““Tre volte così lo (Giuda) chiamai; due volte a gran voce vi ho chiamato! Ma egli sordo non rispose; voi?

Ora io vi chiamo a Me dall’alto dei Cieli e dalle profondità del mio dolore. Chi obbedisce al mio richiamo è amico e non servo, poiché conosce la mia parola che è quella del Padre. Due volte vi ho invocato; due volte siete stati vinti dal sonno. Perché?”””

Allora l’anima, udite queste cose, abbassò gli occhi molto triste; poi guardò verso il cielo, ma fu respinta in basso. Allorché fu respinta in basso questa anima, andò in un corpo che era stato preparato per lei. Ed ecco, le sue testimonianze erano finite.

A questo punto il giudizio ha avuto termine, l’anima è triste, volge per un attimo lo sguardo verso l’alto, verso il Cielo e percepisce ciò che ha perduto, ma subito viene ricacciata verso il basso nella terra del non-Sé per entrare in un ben determinato corpo: in un corpo preparato per lei. Quale sia questo corpo non è detto esplicitamente, ma è da ipotizzare che sia un animale; in questo caso, infatti, l’anima non è sospinta da colui che sta nella casa che svela i corpi al seme di un’anima, quell’entità cioè preposta ad accompagnare e guidare un’anima in un corpo umano. L’anima prima di entrare in quel corpo ha orrore, orrore di ciò che ha perduto, orrore del destino cui va incontro[2]. È questa la fase in cui lo Spirito (ossia l’autocoscienza, l’Io Sono) abbandona l’anima e torna all’Origine Sua, torna al Padre. L’anima ha desiderato più la materia che lo Spirito, ad essa volgendosi sempre più e sempre più restandovi avvinta, avviluppata. È il momento in cui l’individuo precipita nella seconda morte (la mors secunda), ossia viene abbandonato dallo Spirito che cede difronte alla scelta libera in favore della materia e si distacca.

“Oh, uomo, eri libero, libero di scegliere tra il Cielo e l’abisso e hai scelto quest’ultimo; potevi scegliere tra la coscienza dell’Angelo e quella del bruto e hai scelto sempre il fango, ed allora ti incarnerai nel corpo di un maiale e così nel fango da oggi potrai rotolarti a tuo piacere! “

Allora guardai in alto e vidi lo Spirito, che mi disse: «Vieni, Paolo! Avanza verso di me». Allora io andai. La porta si aprì, ed io giunsi in alto al Quinto Cielo. Vidi gli apostoli, i miei compagni, che camminavano con me, mentre lo Spirito ci accompagnava. Nel Quinto Cielo, vidi un grande angelo che stringeva nella sua mano un bastone di ferro. Con lui c’erano altri tre angeli. Io osservavo il loro viso. In mano tenevano delle fruste e rivaleggiavano tra loro eccitando le anime ad andare verso il giudizio. Ma io camminai con lo Spirito, e la porta mi si aprì. Allora noi salimmo al Sesto Cielo. Vidi gli apostoli, miei compagni, che camminavano con me, e lo Spirito Santo che mi conduceva davanti ad essi. Guardai su in alto e vidi una grande luce che splendeva in basso, giù nel Sesto Cielo. Parlai all’esattore che era nel Sesto Cielo, e gli dissi: «Aprimi!». E lo Spirito Santo era davanti a me. Egli mi aprì. Allora salimmo al Settimo Cielo.

L’ascesa di Paolo continua. Lo Spirito lo conduce e lo invita a proseguire mentre all’ingresso di ogni Cielo lui vede gli Apostoli che lo seguono ad ogni passaggio. A questo punto Paolo giunge al settimo Cielo.

Ed io vidi un vegliardo la cui luce faceva risplendere i suoi abiti bianchi. Il suo trono, nel Settimo Cielo, era sette volte più splendente del sole. Il vegliardo parlò dicendomi: «Dove vai, tu, Paolo? O benedetto, che fosti posto da parte fin dal grembo di tua madre!». Ma io volsi lo sguardo verso lo Spirito, ed egli mi fece un cenno del capo, dicendomi: «Parla con lui!». Allora io risposi al vegliardo: «Sto andando al luogo dal quale sono venuto!». Il vegliardo mi replicò: «Donde sei venuto?». Io gli risposi: «Discendo verso il mondo dei morti per fare prigioniera la prigionia che è stata fatta prigioniera nella prigionia di Babilonia».

Qui incontra un vegliardo luminosissimo che possedeva un trono che Paolo descrive come sette volte più lucente del sole. La peculiarità che si rileva è che a guardia del settimo cielo non stia un esattore, ma un vegliardo risplendente. È come se Paolo fosse giunto ad un livello, il settimo, che è come uno spartiacque; ipotizzo: sette Cieli, sette stati della Coscienza, sette sigilli del Libro apocalittico di Giovanni. Il vegliardo chiede dove stia andando e aggiunge: “o benedetto che fosti posto da parte fin dal grembo di tua madre”; da interpretare: oh uomo che sei stato protetto, guardato, accudito sin dal momento del tuo concepimento e dunque sin da quando iniziasti la tua vita terrena. Paolo gli risponde e gli dice che sta per fare ritorno in terra (il mondo dei morti) con lo scopo di “fare prigioniera la prigionia”, è un gioco di parole con cui Paolo vuole intendere “per liberare l’uomo dalla sua prigione di carne”, impedire cioè alla carne di rendere schiavo l’uomo, e lo farà insegnando agli uomini e operando tra di essi, diffondendo cioè la Parola del Cristo. Ed aggiunge “prigionia che è stata fatta prigioniera dalla prigionia di Babilonia”, intendasi: l’uomo, che è stato fatto prigioniero e reso schiavo dalla materialità del mondo e dai suoi vizi: il mondo della materialità qui indicato col nome di Babilonia (il luogo della perdizione delle anime). Dunque, da interpretare: “voglio liberare gli uomini resi prigionieri dal mondo della materia”.

Nel linguaggio apocalittico per Gerusalemme Celeste va inteso il mondo dell’Essere in contrapposizione (anzi direi meglio in complementarità) con Babilonia la grande, il mondo del non-Essere.

Il vegliardo mi replicò:

«Tu come potrai sfuggirmi? Guarda! Osserva gli arconti e le potestà!».

Il Vegliardo a questo punto chiede a Paolo come gli sarà possibile passare oltre il settimo Cielo. Gli indica a tal proposito gli arconti e le potestà, ossia i guardiani che sono incaricati di vigilare l’ingresso, i quali gli impediranno il passaggio.

Rispose lo Spirito e mi disse:

«Dagli il segno che hai, ed egli ti aprirà». Allora gli diedi il segno. Egli volse lo sguardo verso il basso, alla sua creazione e alle sue autorità!

La peculiarità in questo livello sta nella circostanza che Paolo non potrà passare oltre il settimo Cielo; il vegliardo glielo dice chiaramente: Non supererai i controlli dei guardiani, non basterà la semplice presenza del suo Sé, occorre qualcosa di più: un segno da mostrare.

Qual è il segno che possiede paolo? Quale sarà il “lasciapassare che gli consentirà di procedere oltre così come lo Spirito gli suggerisce? Qui non è detto in maniera esplicita e il lettore non può sapere, non può capire; di certo non si tratta di un oggetto materiale, ma di qualcosa di immateriale, dunque una qualità specifica di Paolo, una qualità che attesti il suo grado di elevazione spirituale che lo rende pronto e in grado di procedere ancora più in alto verso l’ottavo Cielo. Immagino, ma è solo un’ipotesi, che Paolo venga invitato dallo Spirito a mostrare la sua pietruzza bianca, quella pietruzza bianca cui si fa cenno nell’Apocalisse di Giovanni in cui è detto: “al vincitore della Chiesa di Pergamo io darò la manna nascosta (manna= manas) e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve” (è infatti il nome dell’Io Sono, corrispondente al grado di Auto-Coscienza raggiunto che solo chi lo possiede conosce).

Si aprì allora il Settimo Cielo e noi salimmo all’Ogdoade. Allora vidi i dodici apostoli: essi mi salutarono. E noi salimmo su al Nono Cielo. Salutai tutti coloro che erano nel Nono Cielo.

A questo punto Paolo riesce a passare e entra nell’ottavo Cielo: l’Ogdoade, ovvero il luogo dove, nella mitologia dell’antico Egitto, ha sede il Regno delle Otto Divinità primordiali ( Amon, Amaunet, Nu, Naunet, Eh, Hauhet, Kuk, e Kauket; i primi quattro chiamati Tetrade e gli otto Ogdoad), gli archetipi che forse possiamo identificare negli ELOIM ossia coloro che, secondo il racconto biblico, presiedettero alla creazione dell’universo. Paolo procede e saluta i dodici Apostoli e anche coloro che abitano il nono Cielo.

E salimmo al Decimo Cielo. E salutai gli spiriti miei compagni.

Egli giunge al decimo ed ultimo Cielo; è il punto massimo cui Paolo può spingersi, non andrà oltre. Colà, in quella dimensione egli trova gli Spiriti suoi compagni. Attenzione, qui non si parla di uomini o di anime, ma si parla di Spiriti compagni; non Spiriti fratelli, perché gli Spiriti sono tutti fratelli; è da ritenere che per spiriti compagni si debbano intendere gli spiriti di coloro che sono dotati di affinità con lo Spirito di Paolo. Un’affinità tra Spiriti di pari livello, saldati da un legame di condivisione e somiglianza, ma anche di complementarità e amore non umano. Potremmo dire, mutuando un termine caro a Pietro Ubaldi, che essi formano una NOURI, cioè producono, in unione tra loro, un unico grande flusso di Coscienza. Egli incontra, potremmo dire in altri termini, i musicisti di quella orchestra di cui egli stesso fa parte e con cui suonerà sinfonie celesti.

Conclusione

Ma allora? Quale sarà il destino di Paolo e quello di tutti coloro che, come lui, cresceranno sul piano della Coscienza? È forse Paolo destinato a scomparire con la sua anima per fondersi e confondersi nel suo Spirito che a sua volta si unirà agli Spiriti compagni? O forse no? Forse Paolo, una volta perduta la sua corporeità (ormai superflua per avere portato a termine la sua missione terrena) guadagnerà la super Coscienza spirituale in unione col suo Sé grande, non subendo in questo caso perdita alcuna, ma mutandosi in uomo angelicato, pienamente divinizzato. Così mi piace sperare, così mi piace desiderare, così mi piace immaginare che sia.

LEGENDA:

  1. Fanciullo – Spirito che accompagna – Spirito Santo

È la Coscienza di Paolo, dunque, è il “Sé grande” di Paolo qui rappresentato sotto forma di fanciullo;

  1. Anima

È il “piccolo sé” di Paolo o di altri uomini citati nel testo;

  1. Gerusalemme

È da intendersi allegoricamente la Gerusalemme Celeste cui fa riferimento anche Giovanni nella sua apocalisse, città divinizzata che si contrappone a Babilonia la città della corruzione e del peccato;

  1. Cieli

Sono i piani vibrazionali sempre più sottili a mano a mano che Paolo sale di livello;

  1. Apostoli tuoi compagni

Sono tutti coloro che hanno diffuso la Parola del Cristo e che hanno testimoniato la Via, la Verità e la Vita; dunque, un’altra allegoria per indicare lo Spirito di Verità di cui lo stesso Paolo è permeato poiché è stato in terra testimone ed apostolo della Verità. Non sono da intendersi pertanto gli apostoli di Gesù strictu sensu, bensì apostoli di ogni tempo e di ogni credo religioso diffusori della Parola di Dio;

  1. Arconti, Potestà, Arcangeli e Potenze

Sono i cosiddetti “esattori” di ciascun Cielo, sono le forze che impediscono a coloro che non ne hanno le qualità di accedere a quel piano vibrazionale. Dunque, quello che in altre dottrine viene indicato come “il Guardiano della Soglia”. (V.si appresso al nr. 11);

  1. La Casa di Colui che svela i corpi al seme di un’anima

E’ quel “luogo” dove agiscono le forze egoiche le quali operano opportunamente acché l’anima – che necessita di esperienza reincarnazionale – trovi un corpo ad essa appropriato per le finalità che l’anima stessa (il sé piccolo) si prefigge;

  1. La montagna di Gerico da cui si possono vedere le cose nascoste in quelle manifeste

Potrebbe qui indicarsi, sia pure sotto forma simbolica, del monte Nebo, (alto circa 800 mt. S.l.m.), che sovrasta in realtà la pianura su cui si stende grande parte della Terra Santa; il Nebo è monte sacro agli ebrei poiché su di esso Mosè avrebbe ricevuto da Dio la visione della Terra Promessa e dove si dice che lo stesso Mosè fu sepolto.

È indubbiamente un’allegoria. Viene infatti detto a Paolo che lui sta lì, sul monte dal quale può osservare dall’alto le cose nascoste che stanno entro quelle manifeste. Paolo, quindi, possiede la “mente sveglia” di colui che ha raggiunto il grado iniziatico della “visione dall’alto” o “Epiphaneia” (manifestazione, apparizione);

  1. La terra dei morti.

Essa indica il mondo terreno. Si potrebbe definire anche “terra dei dormienti” poiché gli uomini incarnati sono addormentati nello Spirito, ovvero nella Coscienza. “Lascia che i morti seppelliscano i morti”, dice Gesù al giovane che lo vuole seguire, ma che prima vuole andare a seppellire il padre defunto;

  1. “Discendo verso il mondo dei morti per fare prigioniera la prigionia che è stata fatta prigioniera nella prigione di Babilonia”

Sto rientrando sulla terra col compito di liberare l’uomo ossia di liberare l’anima dalla prigione di carne, quella carne (prigione) schiava, cioè prigioniera a sua volta di una prigione ancora più grande rappresentata dal luogo delle passioni e del peccato (Babilonia) ove si commettono tutte le più atroci iniquità; mi piace sottolineare ancora una volta la simbolica contrapposizione tra Babilonia, capitale delle iniquità e la Gerusalemme Celeste, approdo per le anime che, avendo vinto il mondo, hanno appetito il Cielo ed ora abitano nella Città Santa.

  1. Esattore

È così chiamato il guardiano posto a vigilare acché nessuno, ancora impreparato, varchi quel Cielo. Pertanto, non potrà accedere, ovvero sarà impedito l’ingresso, a colui che dovesse risultare con un grado non appropriato di elevazione;

  1. Libro

Ha lo stesso significato che ritroviamo nell’Apoc. di Giovanni nella quale si parla inizialmente del grande libro dell’umanità e dei suoi sette sigilli, e più avanti del libriccino di Giovanni. Per libriccino Giovanni intende il suo personale libro, quello stesso richiesto dall’anima peccatrice nell’Apoc. di Paolo. Nel libro è annotato tutto e ci racconta, con rigore, il percorso di ciascun individuo, non sul piano materiale, bensì racconta il progresso spirituale e lo stadio nel quale l’uomo intestatario del libro si trova;

  1. “Tu come potrai sfuggirmi? Guarda! Osserva gli Arconti e le Potestà!”

Tu come farai a passare oltre? Non vedi i guardiani della soglia che vegliano ed operano?

  1. “Dagli il segno ed egli ti aprirà”

Qui non è dato conoscere quale sia il “SEGNO” che permetterà a Paolo di passare oltre; sarebbe da ipotizzare che il “segno” in questione sia la “pietruzza bianca” in cui è inciso il nome, il vero nome, che solo chi la riceve conosce; quella pietruzza bianca che è citata in Apocalisse di Giovanni. Non va sottaciuto che all’inizio dello scritto, il fanciullo-Spirito dice a Paolo “io ti conosco io so CHI sei tu Paolo”. Infatti, è da intendersi che “Paolo” è semplicemente il nome umano e non il suo “VERO NOME”.

  1. Ogdoade

Questo termine sta ad indicare le otto divinità primordiali come è indicato nella mitologia dell’antico Egitto. Dunque, l’ottavo Cielo è il luogo dove risiedono le otto divinità primordiali, gli Archetipi (forse non a caso trattasi di “ottavo Cielo”).

  1. Gli Spiriti miei compagni

Chi potrebbero essere costoro? È da presumersi che per “spiriti compagni” debbano intendersi gli Spiriti legati a Paolo da affinità. Un’affinità fraterna di Spiriti di pari livello tra cui vi è condivisione e somiglianza, ma anche complementarità. Potremmo dire, mutuando un termine caro a Pietro Ubaldi, che essi formano una NOURI, cioè producono, in unione tra loro, un unico grande flusso di coscienza.

Si potrebbe inoltre fare riferimento, secondo la dottrina cattolica, al Corpo Mistico di Cristo, quell’organismo immateriale, trascendente che, al pari di quello fisico costituito da cellule, è, in questo caso, formato da un complesso di Spiriti elevati.

_______________________________

  1. Paolo parla di angeli simili a dei, secondo la loro classe; il che ci fa comprendere che tali esseri gli appaiono come esseri superiori, divinizzati, ma che appartengono evidentemente ad uno specifico livello, lasciando intendere che vi siano angeli inferiori e angeli superiori.
  2. Accade ciò che viene rappresentato simbolicamente da Böcklin nel suo dipinto: “L’isola dei morti”.

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Io sono

la Via,

la Verità,

la Vita…

chi crede in me anche se muore vivrà;

e chiunque vive e crede in me

non morirà in eterno

LA VIA

Egli, il Maestro, è la Via poiché la sua Parola è il mezzo, il ponte, per il raggiungimento della meta: la Casa del Padre Santo.

Egli è la rotta che è data al navigante acché non si smarrisca nella notte durante la traversata di tenebroso mare; acché non si faccia disorientare dalla violenza delle alte onde e dal vento impetuoso al sopraggiungere della tempesta; e neppure rimanga immoto e inane in oziosa attesa all’ improvviso calar della bonaccia.

Il Maestro ci insegna e ci indica, paziente ed amorevole, la via sicura e diretta, donandoci dal dolore della croce sua la chiave per aprire i battenti dell’ Altissimo Regno. La sua Parola scende lieve nel cuore dei viventi che liberi poi son di porvi ascolto. Che cosa attende colui che rimane sordo alla Sua Parola e la via smarrisce? Il dubbio, o forse peggio il disperante convincimento del nulla al di là del mondo della materia. Un ineluttabile destino lo vedrà, presto o tardi, preda dei mostri della ragione e dell’ego. La solitudine attende colui che all’ego suo rimane avvinto poiché non fu capace di accogliere l’altro! Così accadrà che chi solo a se stesso avrà guardato, solo se stesso avrà compagno. Forse che la Parola del Maestro non fu sempre di esortazione all’abbraccio col fratello? E quanti più fratelli avrò abbracciato in questo mondo, tanti più compagni avrò anche nel nuovo, così che mai in solitudine sarò neanche appresso.

La via iniziatica è ad alcuni concesso faticosamente di percorrere, ma all’uomo semplice è donato, attraverso vie misteriose, il fare propri, senza vaglio di ragione, gli insegnamenti del Cristo, accettandoli così, semplicemente, per poi confarsi ad essi e quindi con rapido passo coprir distanze che ad altri lunghissime, interminabili quasi, sarebbero.

In qualche raro caso e senza apparente motivo, la folgore del Vero balza prepotente a squassare il cuore di chi troppo, troppo a lungo rimase lontano dal sentiero che alla Verità conduce. E’ dono di fiaccola – per divina Grazia – a chi sperduto nel labirinto della ragione, più la strada di Casa non rinviene.

Nessuno disse mai che percorrere la via che Egli indicò fosse sempre facile e gioioso, ma di certo è la più diretta e sicura. “Chi vuole venire dietro a Me prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.  “Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero”.

LA VERITA’

Quanti gli inganni e quanti.

Quante le trappole mortali della falsità che travisa e illude ed addormenta.

Quanta menzogna nella realtà della materia che soffoca il vero e tradisce l’Essenza.

Quante volte l’uomo nella vita mortale ripete a se stesso il falso; quante volte l’ego ci inganna offrendoci agevole transito dalla porta ampia e comoda che per istintiva inclinazione siamo indotti ad attraversare ignorando l’altra, la stretta, ben più ardua e scomoda e dolorosa talvolta?

Disorienta il gioco degli specchi che riflettono una realtà che è fittizia ed illusoria. Solo se, vuoto di “me” (piccolo) saprò pormi dinanzi alla realtà e pensarla senza valutazioni preconcette che mi vincolano al consueto modo di intenderla (impedendomi così di percepirla in modo autentico), potrò avere accesso al Vero. Chi si pone in cammino seguendo la Via che Egli ci indicò, e ci indica, comincia a vedere, comincia a percepire il vero. “Ama il tuo fratello”! “Opera il bene”! Gli specchi allora si infrangono, la benda cade dagli occhi ed il Vero come d’incanto, come luce che rischiara…, prorompendo appare! Poiché la Verità comunque giunge o presto o tardi e annienta il falso che fino ad un attimo prima mi aveva distratto e traviato; ed essa Verità sarà vittoriosa comunque, basterà cercarla ed essa potrà o d’un colpo o a grado a grado condurmi sul retto sentiero della conoscenza prima e della coscienza poi.

Ebrei 4:12 :

La parola di dio è vivente ed esercita potenza ed è più tagliente di qualsiasi spada a due tagli e penetra fino alla divisione dell’anima [greco, psychès] e dello spirito [greco, pnèumatos], e delle giunture e del loro midollo, e può discernere i pensieri e le intenzioni del cuore”.

Apocalisse 1/10-17 :

(…) uno simile a figlio d’uomo. Indossava una tunica lunga ed era cinto all’altezza del petto con una fascia dorata. I capelli della sua testa erano bianchi simili a lana candida, come neve. I suoi occhi erano come fiamma ardente. I suoi piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, quando è stato purificato nel crogiuolo. La sua voce era come lo scroscio di acque abbondanti. Nella sua mano destra teneva sette stelle, mentre dalla bocca usciva una spada affilata a doppio taglio. (…)

In proposito le nostre guide dissero:

(…)

La verità è sola ed unica: essa giace nelle profondità di ciascuno spirito, ma per discovrirla esiste solo un sentiero quello stesso della verità. allora il primo gradino è denudare sé dal pensare evincendo dal proprio io solo il pensiero. Ché pensare e pensiero sono ben differenti. Se io saprò affrancarmi dal mio preconcettuale pormi dinanzi alla realtà potrò compiere l’atto di recepire, ché vuoto soltanto lo potrò. In ciò esorterei i miei. Una volta però recepito il modo e la realtà d’aver conosciuto il vero da altri è giusto valutare: ché ho detto di non pensare, ma di esercitare il pensiero, esso slegato dal binario del comune vincolarlo. La valutazione purtroppo è inferma dalla sopravvalutazione. Essa riguarda il proprio valutare alla luce di sé. Così si soffre di antipatia e simpatia, gioia e dolore senza comprenderne l’essenza. Se io soffro dirò: come soffro! Dovrei recepire vuoto di me il dolore, dunque valutarne l’essenza vale a dire ciò che in quell’evento causa il mio dolore ed il perché: infine dire: così parla il dolore.

V’è netta distinzione che porta alla fine a trasformare la capacità di soffrire in organo di senso: così come l’occhio che non chiede del perché di quel raggio luminoso o di quell’altra tenebra, ma li registra voi neanche accorgendovi d’aver occhi.

La trasformazione avviene allorché riesco a superare la mia sopravvalutazione: ché allorché mi immergo nel dolore già registro l’esistenza dell’occhio senza valutare che, ferito da un raggio abbacinante, vuol, ad esempio, solo indicarmi che colà splende il sole. Allorché tale valutazione diviene corretta assumo la facoltà di conoscere parte del vero. Quando tale mia sensibilità raggiunge un buon livello il vero si incontra con l’inconscio ed il tutto comincia ad apparire. Ma il mio pensare ancora mi porta ad errare. Il pensare umano è infatti continuamente corretto dalla realtà: se sogno cieli verdi la realtà corregge l’errore. Ciò non avviene nei confronti delle realtà spirituali e ciò per un duplice motivo:

– La realtà spirituale non modifica il pensiero onde far salvo il libero arbitrio; così è spesso il pensiero o meglio il pensare a modificare la realtà spirituale, conformandola a se stesso.

– La realtà spirituale non presenta quella condensazione che ha la fisica e che le consente di arrivare a modificare il pensare. Arrivati qui – e poi subito rileggerete – vien giusto di pensare che non vi è altra via se non quella di conformare il pensiero alla realtà spirituale, spogli di ogni preconcetto e col fine di compararlo alla verità. Ma se la mia strada fosse errata? Ciò non va detto poiché tale sfiducia presume già una altra sfiducia: quella nella verità stessa. Ma se inizio con tale diffidenza nei confronti del vero: perché mai ho iniziato? Allora dirò: non so se questa è strada corretta ma so che il solo forte desiderio di percorrerla all’unico fine di raggiungere il vero farà sì che il vero stesso mi distolga da sentieri tributari.

(…)

LA VITA

Ombre noi siamo,

che nel sonno della Coscienza vagano inquiete

Ora da baluginii di luce attratte;

ora stanche di aggirarsi, cieche ed affannate,

nella vana fatica di ricercare, disperate, un faro che, benevolo,

indicar voglia porto sicuro e rinfrancante .

Ombre noi siamo,

brancolanti e sole; libere sì, ma senza mèta,

nell’unica certezza che la morte infine,

termine porrà al loro trascinarsi in pena.

Ombre noi siamo,

che aggrappate alla ragione stanno,

la quale impietosa all’orecchio nostro sussurra:

Morte t’attende, e, nell’attesa,

lo scorrere t’è dato di giorni d’amor vuoti,

che riempirsi vedi solo di dolorose stille.

Il tempo scorre e, con esso, la vita umana scorre,

inarrestabile, in fuga verso il nulla……e verso l’oblìo che annienta,

come già fece con chi prima di te visse la vita, sì, la vita!

Oh uomo, uomo, fragile creatura!

Polvere fosti e polvere tu sarai…per sempre!

Ma davvero, allora, a colui che al mondo guarda, ma pure al Ciel si volge,

un destino di morte è riservato?

Il cuore batte verso l’infinito, ma la ragione ci incatena alla polvere della terra

arida e di sentimenti priva.

Oh vita! Vita! Come mi fosti data, così per certo mi sarai strappata!

E… dunque?

Eppure una voce odo nell’infinita solitudine del mondo

che in me riecheggia insistente e tormentosa:

A te Coscienza fu donata;

sì, proprio a te che ascolti e tuttavia non odi!

Ed è Coscienza del sempiterno e dell’ovunque:

Essa è coscienza che mai muore!

Figlio tu sei di Colui che t’ama e che ti attende,

e che Libertà volle offrire alla Sua creatura

che così rifiutare potrà, se lo vorrà, dono siffatto.

La mia Parola ascolta d’ora innanzi e vivrai per sempre.

Bevi dunque uomo a grandi sorsi l’Acqua di Verità che t’offro

e diverrai… immortale!!

chi crede in me anche se muore vivrà”
e chiunque vive e crede in me
non morirà in eterno
Chi crede in me anche se muore vivrà;…
V’è qui la richiesta di fede a noi rivolta dal Cristo/Gesù così come fu per Pietro che, invitato da Gesù a camminare sull’acqua del lago, ad un certo punto cominciò ad affondare e venne dolcemente rimproverato dal Maestro: “Perché hai dubitato?”.

La fede è posta all’uomo come condizione affinché la promessa si realizzi.

Fede è ciò a cui noi crediamo senza dubbi e senza prove della ragione. Se io credo, quello che credo diverrà reale. Se non credo in un qualcosa, quel qualcosa non sarà. Tale realtà sottile può dunque essere da me mutata al semplice credervi o meno.

Credere in Lui è affidarsi fino ad abbandonarsi a Lui nella certezza che ci ama e che non può ingannarci, non può tradirci; dobbiamo abbandonarci a Lui come un bimbo tra le braccia amorevoli della madre che lo osserva mentre lui con gli occhi socchiusi scivola nel sonno e si addormenta sereno e protetto.

Or dunque fede è credere fermamente nella Sua Parola che sana e che salva e ci racconta di una realtà che non muore. Noi siamo una realtà che non muore, perché la morte del corpo, per coloro che credono in Cristo, non sarà la fine dell’esistenza: noi sopravvivremo alla prima morte (“…laudato si’ o mio Signore per sora nostra morte corporale dalla quale nullo homo può scampare…” – S. Francesco; Cantico delle creature.). Dunque fede, e la fede è capacità di credere al punto da trasformarsi in vera e propria forza.

Essa è preghiera fervida del sé al Sé – che non nega nulla a Se Stesso.
…e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno.

Vivrà in eterno grazie alla promessa di “Vita Eterna” per chi in Lui crede e vive.

… perché non disse “Io sarò con voi..”, ma “Io sono con voi, fino alla fine del mondo”.

Nella affermazione v’è la promessa; e nella promessa v’è la certezza che Egli è qui, come in ogni attimo della vita umana: qui ed ora.

Ma, poiché vi sarà dato secondo la Vostra Fede, è a quella che dovete guardare come misura di grandezza di operato e di richiesta.

Vedete, la enormità del Mistero della vita risiede tutto nella Volontà Divina di volere rendere tutto cosciente come Egli è di Sé Stesso. La materia, però, per divenire cosciente ha necessità della parte di Dio che penetri in essa: ed è l’Uomo. Quell’Antropos di cui detto ha dunque capacità divina. Ma detta capacità prende forma via via che la coscienza si sviluppa, e via via che, sviluppatasi, dia spazio alla forza della Fede.

Giovanni evang :

tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”; che “In Lui era la Vita e la Vita era Luce degli uomini”; che “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.

S. Paolo: lettera ai Galati

Io, infatti, attraverso la legge morii alla legge per vivere a Dio. Sono stato crocifisso assieme a Cristo; vivo, però non più io, ma vive in me Cristo. La vita che ora io vivo nella carne, la vivo nella fede, quella nel figlio di Dio che mi amò e diede se stesso per me. Non rendo vana la grazia di Dio; se infatti la giustizia proviene dalla legge, allora Cristo è morto per nulla.” (Lettera ai Galati 2 – 19/21 )

Prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi come prigionieri sotto il dominio della legge, in attesa della fede che sarebbe stata rivelata. Cosicché la legge è divenuta per noi come un pedagogo che ci ha condotti a Cristo, perché fossimo giustificati dalla fede. Sopraggiunta poi la fede, non siamo più sotto il dominio del pedagogo. Tutti, infatti, siete figli di Dio in Cristo Gesù mediante la fede; infatti, quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.” (Lettera ai Galati 3 – 22/27)

 

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Cristo alla colonna (Bramante)

E’ una giornata caldissima, ma l’aria sembra ancora più rovente per l’eccitazione del momento. Fuori del palazzo del Governatore si sentono le urla corali, e a tratti isolate della folla…: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”.  Sembra che tutti d’improvviso vogliano ad ogni costo la morte di quell’uomo, vogliano assaporare il sangue di quell’eroe dei superstiziosi, fino a poco prima osannato come un essere superiore.

Sono il capo dei carcerieri di Pilato ed attendo nel cortile interno, illuminato dal riverbero delle facciate prospicienti il Pretorio non essendo ancora il sole alto. Il cortile appare immerso in un silenzio reso ancor più irreale dal chiasso che dall’esterno giunge come da un’altra dimensione. Ecco… la folla non grida più… si disperde; il silenzio ancora più greve dà un senso di angoscia opprimente. Da un porticato vedo sopraggiungere nel cortile le guardie; tenuta in mezzo ad esse una figura alta, snella di un uomo vestito di una tunica bianca che contrasta con la tenuta di cuoio e borchie di metallo dei soldati. L’uomo mi viene consegnato per essere sottoposto a tortura.

Ora è fermo, immobile dinanzi a me; lo osservo: mi appare dall’atteggiamento regale, sembra non badare a noi; lo sguardo è perduto nel vuoto, gli occhi velati…non sembra impaurito, ma piuttosto stordito, assorto; mostra un unico segno di insofferenza alle mani per via dei laccioli di cuoio che serrano i suoi polsi, osservo le vene delle mani gonfie per la stretta .

Adesso sei mio, giudeo”, penso tra me. “Ora sei in mio potere e ti inginocchierò, piegherò la tua alterigia!”. Pregusto la soddisfazione del momento in cui lo vedrò soffrire fino a sgretolarne la fierezza. “Ma chi credeva veramente di essere questo folle?”. Ordino ai miei sottoposti di slegarlo e di spogliarlo. Essi eseguono, avidi di poter infliggere a quell’uomo l’imbarazzo impotente della sua nudità. Viene quindi spinto fino al cippo di pietra che viene costretto ad abbracciare, trattenuto ai polsi da nuovi legacci.

Ho in mano il “flagellum”, raffinato strumento di tormento. Gli altri uomini e anche i militi mi osservano…, aspettano con impazienza che cominci, ma io mi attardo per prolungare il sottile piacere del momento. Poi, d’un tratto, vibro il primo colpo!

La schiena si arcua, sento l’uomo emettere un flebile lamento: Ne sferro un secondo ed un terzo. I colpi lasciano evidenti segni rossi che illividiscono dopo poco la superficie percossa. Riprendo a colpire finché la pelle si lacera e appaiono le prime strisce sanguinanti. Continuo…; ad ogni colpo sento quel flebile lamento… come un sommesso pianto.

Ora il suo corpo sotto i colpi è accasciato ed ha per il dolore dei tremiti convulsi che vedo partirsi dalle natiche nude contratte per gli spasimi.

Così volevo vederti!”, penso ancora.

Ora ho terminato il mio “lavoro”, ma il mio piacere si è esaurito in troppo breve tempo. Avrei voglia di infierire ma non posso oltre, ed allora lo faccio slegare, voglio assaporare ancora della vista di lui. E’ strano, ora mi appare come un mucchietto d’ossa e pelle dolenti… mi sembra più piccolo, come se si fosse rinsecchito e ritorto su se stesso. Lo faccio sedere sul cippo…  quella piccola sofferente nudità seduta sulla pietra suscita l’ilarità dei presenti ed uno sottolinea: “Guardatelo, il re dei Giudei!” Segue uno scoppio corale di risate. I militi che gli sono attorno prendono allora a schernirlo e a schiaffeggiarlo; uno di essi che teneva in mano l’elmo, che si era tolto per il caldo, d’improvviso lo scaglia sul volto dell’uomo colpendolo allo zigomo destro fratturandolo. Continuano gli insulti e qualcuno corre a prendere il necessario per rendere la scena ancora più ridicola. Gli viene posta sulle spalle sanguinanti una vecchia pezza di stoffa sporca e lacera, dal regale colore porporino, rinvenuta nelle vicine stalle; in una mano gli vien messa una canna a mo’ di scettro ed un rovo spinoso attorno al capo: “Ecco Gesù, ecco il re dei Giudei”, dice qualcuno dopo aver completato l’oscena mascherata. Così riprende il dileggio nel quale tutti si cimentano per suscitare le risa degli altri, i meno ricchi di fantasia si limitano a sputargli in viso.

Poi, stanchi dei nostri giochi, del nostro ridere delle sue miserie, lo facciamo rivestire.

Lo vedo allontanarsi curvo tra i soldati. “Com’è basso”, dico tra me. “Com’è basso!”.

Avverto d’improvviso una stretta dolorosa alla bocca dello stomaco, un senso di nausea mi assale…“Ho riso troppo!”.

 

L’ A p o c a l i s s e

di Giovanni

Nulla rimarrà celato ma tutto sarà rivelato

C:\Users\MARIO\Pictures\CRIPTAnagni\anagni cripta1.jpg Fig. 1 L’Agnello ritto come immolato

Generalità

Nell’uso corrente i termini apocalisse, apocalittico, vengono impiegati per significare disastri e calamità di portata planetaria. In realtà, così come l’etimologia ci suggerisce, la parola “APOCALISSE” – dal greco Apo-kalupto – significa “rivelo cose nascoste” (potremmo dire meglio in questo caso “NON rivelo cose nascoste”).

Ciò che a tutta prima può apparire singolare è che l’Apocalisse, altresì definita “Libro della Rivelazione”, in realtà non riveli proprio nulla poiché quanto scritto in essa appare al lettore così incomprensibile, direi meglio ermetico, da non fornire alcun dato conoscitivo nuovo, tampoco profetico[1]. Taluno potrebbe affermare che lo scritto sia in realtà il prodotto di una “ri-velazione” (o rivelatura) cioè che il significato in esso contenuto sia stato velato nuovamente dallo stesso destinatario allo scopo di non essere volgarizzato, rimanendo così accessibile solo ai pochi, pochissimi, che fossero stati capaci di trovarne le chiavi.

La terminologia e le allegorie in essa descritte non sono una prerogativa di Giovanni l’evangelista ma le ritroviamo nel vecchio testamento negli scritti dei profeti Daniele ed Ezechiele.

Il linguaggio è oscuro e assai complesso. Qaballah, numeri, immagini e simboli sembrano mischiati in modo tale da rendere davvero incomprensibile il messaggio contenuto nel libro. Più volte, infatti, Giovanni fa riferimento alla “sapienza” del lettore per comprendere il significato nascosto. Per sapienza deve intendersi padronanza da parte di chi si cimenti nell’interpretazione di conoscenze esoteriche ma non solo; egli deve essere un… iniziato ai Misteri.

Innumerevoli sono stati gli sforzi interpretativi dell’Apocalisse da parte di molti scrittori, filosofi, teologi e tutti, o quasi, hanno tentato di interpretare lo scritto o in modo letterale o in chiave storica: ricercandovi l’interpretazione di eventi storicamente accaduti e di eventi futuri; ma essa non è uno scritto profetico bensì iniziatico, è la descrizione di un processo spirituale che attiene sia all’umanità nel suo insieme che all’individuo. L’Apocalisse ha infatti riguardo a ciascuno di noi, sia singolarmente che collettivamente in quanto generazione di spiriti nel percorso della esperienza della materialità.

Giovanni ci descrive in dettaglio una vera e propria cerimonia, un rito grandioso e al tempo stesso impressionante in cui si susseguono immagini e rappresentazioni di eventi che riguardano l’umanità intera, ma essi sono caratterizzati dal fatto di essere stati percepiti e descritti su un piano sottile della realtà, dal cosiddetto veggente attraverso la sua capacità percettiva, ossia la capacità di vedere con l’anima là ove altri non vedono ancóra.

In realtà esso è veramente Libro di Rivelazione che Gesù Cristo ha voluto e concesso al Suo apostolo Giovanni nell’isola di Patmos. Ed essa Rivelazione (si intende qui la piena e completa Rivelazione) è concessa da Gesù Cristo a coloro che avranno raggiunto capacità di comprendere il significato profondo di Essa. Ecco la ragione per cui qualunque pubblicazione sull’argomento rimane sempre monca, incompleta per grande o piccola parte dell’Opera. Anche quanto seguirà è frutto incompleto della interpretazione dell’Apocalisse, ma si ritiene che sia sufficiente a dare un’idea complessiva della grandiosità e dell’importanza del contenuto.

Rassegnamoci dunque: come potremmo capire se non disponiamo degli strumenti idonei a comprenderli? Se cioè non siamo capaci di vedere con l’anima le cose dell’anima? L’errore metodologico che spesso rimane sotteso in coloro che si cimentano nell’interpretazione dello scritto è quello di guardare ed interpretare con occhi fisici ciò che fisico non è, di sottoporre all’analisi della ragione ciò che sfugge alla logica umana perché appartenente ad una dimensione della realtà a noi ignota o, per lo meno, alla quale non siamo ancóra sufficientemente preparati.

Verrà il tempo in cui tutti saranno in grado di comprendere il significato dello scritto occulto, ma ciò avverrà solo quando il lettore dell’Apocalisse sarà maturo, interiormente maturo, per comprendere.

In verità il libro ci narra di come tutto ciò che riguarda il piano animico umano, diverrà mano a mano sempre più chiaro, più comprensibile, finché, attraverso oscuri processi di maturazione e trasformazione interiore, tutto sarà disvelato!

Il cammino è soggettivo, individuale, diverso per ogni uomo e ciò per la semplice ragione che essendo l’uomo lasciato libero, potrà conseguire i traguardi spirituali, e quindi la conoscenza, solo a patto che la appetisca, la ricerchi ed infine la accolga come arricchimento interiore.

E’ tuttavia da sottolineare che nell’uomo il “disvelamento” è avvenuto, avviene ed avverrà comunque ed a prescindere dall’aver letto e compreso il contenuto dell’Apocalisse; è come chi, ignorandone la destinazione, abbia intrapreso un viaggio che lo porta a conoscere città, luoghi e quant’altro di enorme interesse… di certo non trarrà grande vantaggio se nel bel mezzo del percorso decidesse di leggere il depliant dell’agenzia turistica su cui sono indicate sommariamente le tappe , le visite, le soste etc.! Dal depliant ben poco il viaggiatore avrà appreso, mentre moltissimo avrà conosciuto ed imparato viaggiando.

Ciò che segue è il risultato di interpretazioni da parte di chi scrive. Come si vedrà è ben poca cosa rispetto all’intero scritto. Ciò nonostante tali brani potranno dare significazione al metodo seguito da Giovanni per trasmetterci il messaggio.

E’ necessario per prima cosa far chiarezza su due distorsioni interpretative cui va soggetto il lettore o chi tenta di interpretare:

la prima è quella di ritenere che l’Apocalisse riguardi un futuro – cronologicamente inteso – di catastrofi o di beatitudini cui sarebbero soggetti gli uomini, con conseguente salvazione di alcuni e dannazione eterna di altri.

La seconda distorsione riguarda la metodologia descrittiva dell’autore; quest’ultimo infatti si avvale di immagini e di allegorie che vanno interpretate mediante chiavi di lettura e di comprensione non facilmente accessibili. E’, in certo qual modo, come se il lettore guardasse un quadro nel quale vi fossero delle raffigurazioni che, dopo attenta osservazione e meditazione, lascino dapprima spazio alla percezione immaginativa, poi vadano analizzate sul piano razionale, in fine ricomposte in concetti secondo il consueto metodo del pensiero razionale; analogamente occorre procedere per lo scritto apocalittico nell’affrontare l’interpretazione delle allegorie, dei simboli, dei numeri, etc., non già effettuando una pedissequa trasposizione sul piano della realtà o, tampoco, letterale che sarebbe fuorviante.

Nei Vangeli possiamo constatare che Gesù racconta delle parabole per esprimere concetti complessi, difficili da comprendere per le masse. Sicché in esse abbiamo semplici racconti che racchiudono concetti dal significato profondo che divengono comprensibili, per via analogica, proprio perché veicolati da brevi e semplici quanto realistiche storie.

Nell’Apocalisse di Giovanni accade il contrario: da una allegoria o immagine in cui è racchiuso un concetto complesso, scaturisce un racconto inesprimibile per via analogica in quanto è pressoché impossibile esprimere per similitudini eventi che trascendono l’umano sentire o l’umana esperienza e che, non a caso, hanno carattere eminentemente esoterico. In questa abbiamo concetti/immagine che, allegoricamente, ci vogliono trasmettere un racconto ed i relativi significati.

L’Apocalisse è, in definitiva, una storia concernente l’evoluzione del “Sé” (grande), porzione e riflesso di Dio Padre, nonché delle lotte e dei pericoli cui Esso va incontro anche attraverso le scelte e l’opera del “sé” (piccolo) umano, con riferimento al complesso di elementi, sia materiali che sottili, di cui è costituito ciascun individuo.

Dunque l’ “Apocalisse” è la rivelazione per ciascuno di noi e di tutti e, come si vedrà, il racconto/cerimoniale a tratti si rivolge al singolo, a tratti all’umanità nel suo complesso; la esposizione delle immagini apocalittiche infatti si sviluppa avendo riguardo all’evoluzione di ogni “Sé” (grande) – di cui abbiamo appena accennato – e quella dell’evoluzione di tutti i “Sé” (grandi), presi nel loro insieme. Ci dice inoltre dei pericoli mortali che corre il “Sé” (grande), ma anche del doloroso, talvolta, cammino necessario alla Sua crescita (da intendersi quale ampliamento della coscienza) fino alla salvezza, ossia al definitivo transitare dalla pars obscura di Dio a quella luminosa.

E’ un processo che, come si è accennato, coinvolge l’intera generazione umana, con ciò intendendo l’umanità intera di ogni tempo. Per “generazione” infatti ci si riferisce – allegoricamente ed iniziaticamente – alla generazione di spiriti e non propriamente alla generazione di uomini storicamente coevi tra loro, come solitamente si intende nell’uso corrente del termine.

Così quando nei Vangeli Gesù annunzia: “Questa generazione non passerà che queste cose annunziate accadranno”, non si riferisce certo alla generazione di uomini suoi contemporanei (da cui l’errore frequente di chi interpreta letteralmente).

Questa generazione di spiriti è contrassegnata dal marchio di Adamo, è cioè “stirpe di Adamo”.

Essa deve effettuare un percorso evolutivo e l’iter non è necessariamente legato al fattore tempo, cronologicamente inteso; esso è piuttosto riconducibile al grado evolutivo che ciascuno riesce a raggiungere (non importa se in un giorno o in molteplici eventi incarnazionali) sotto il profilo dell’ampliamento della coscienza. L’opera salvifica del Cristo/Gesù consiste nell’aiutare la generazione di spiriti ad evolversi ed a riscattarsi dall’esistenza materiale per rinascere a nuova vita, diversa e più alta di quella terrena: non a caso Gesù viene spesso definito come “Novello Adamo”.

In conclusione l’Apocalisse parla a tutti noi ed a ciascuno singolarmente se solo si è capaci di intenderla. Essa ha riguardo al cammino per tappe della Coscienza del “Sé” (grande); dunque un cammino non soggetto al tempo cronologico, quanto al tempo dell’autoconsapevolezza vista come conquista, poiché liberamente scelta, di tutti gli uomini e di ciascuno. La rivelazione cita gli involucri (i vari corpi) di cui siamo costituiti, dal più pesante al più sottile; cita il piano salvifico di Gesù/Logos; parla di forze che ci tengono avvinti alla materialità e di energie che ci liberano; parla della vittoria o della sconfitta di tali forze e della vittoria e della sconfitta di ciascuno di noi e dell’intera generazione cui apparteniamo fino alla realizzazione della Città Santa (la Nuova Gerusalemme), e di tanto altro ancora.

Ciò che ci riferisce Giovanni è in definitiva un vero e proprio “RITO”, cioè una grandiosa cerimonia, a cui gli è stato concesso di assistere per poi raccontarcela seppur in termini difficili da comprendere a causa del loro contenuto esoterico.

In questa sede tenteremo di spiegare per quanto e fin dove ci è dato e permesso di fare.

 

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Fig. 2 “Vindica Domine sanguine(m) nostrum”. Il Risorto.

 

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Fig. 3 “Vir humidum et calidum vesta calida et

sicca”. L’uomo.

Apocalisse Prologo

Partiamo dal Prologo con la visione introduttiva che Giovanni riceve in spirito:

“ Rapito in estasi nel giorno del Signore, udii dietro a me una voce possente, come di una tromba, che diceva: “ Ciò che vedrai scrivilo in un libro e invialo alle 7 Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea” . Mi voltai per vedere chi fosse quello che mi parlava ; voltandomi, vidi 7 candelabri d’oro e, in mezzo ad essi, uno simile a figlio d’uomo. Indossava una tunica lunga ed era cinto all’altezza del petto con una fascia dorata. I capelli della sua testa erano bianchi simili a lana candida, come neve. I suoi occhi erano come fiamma ardente. I suoi piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, quando è stato purificato nel crogiuolo. La sua voce era come lo scroscio di acque abbondanti. Nella sua mano destra teneva sette stelle, mentre dalla bocca usciva una spada affilata a doppio taglio. Il suo aspetto uguagliava il fulgore del sole in pieno meriggio.” (Ap. 1/10-17).

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Fig. 4 Gesù Cristo apocalittico

Giovanni a questo punto, cade ai Suoi piedi stordito. Il personaggio misterioso allora lo rassicura e si presenta come Colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente, Colui che giacque morto ma per vivere in eterno, Colui che detiene le chiavi della Morte e dell’Ade.

Chi è questo misterioso personaggio? E’ certamente un’Entità che esprime grandissima autorità, che svolge un ruolo dinamico, attivo, potendo stare in mezzo ai candelabri d’oro e camminare tra essi; che nella mano destra tiene le 7 stelle, ossia gli Angeli delle 7 chiese, a significare che detiene il pieno dominio degli uni e delle altre. Questa entità è Gesù! Ma attenzione, non il Gesù umano che è descritto nei Vangeli e che noi immaginiamo, con la nostra fantasia, mentre predica sui dolci declivi della Palestina… niente affatto!

Giovanni che, come sappiamo, ben conosceva Gesù, suo Maestro, non lo riconosce; ben strana cosa, verrebbe da dire.

In realtà l’Entità non si presenta a Giovanni con l’aspetto che ebbe da incarnato (dunque sotto le spoglie, caduche ed umane, di Gesù di Nazareth) bensì con quella, a Lui più confacente, di Entità spirituale altissima, quella cioè che assunse forma (ossia si incarnò) in Gesù di Nazareth per compiere la missione salvifica e che fu capace di identificarsi nel Logos. Ecco perché Giovanni non poté riconoscerlo pur avendo Egli assunto sembianze umane (di “figlio d’uomo” afferma l’autore).

Ma gli indizi sono univoci: l’Entità Stessa si fa riconoscere da Giovanni rassicurandolo e dicendogli di essere colui che giacque morto e resuscitò.

Gesù disse sempre di Se Stesso di essere la Via, la Verità e la Vita; bene, nella descrizione di Giovanni ritroviamo le tre condizioni:

E’ Vita: Egli si definisce il Vivente;

E’ Verità: Giovanni afferma che dalla Sua bocca usciva una spada affilata a doppio taglio: la Parola di Verità infatti uccide, uccide la menzogna che non ha alcuna possibilità di opporvisi da qualsiasi lato voglia aggredirla poiché la lama è a doppio filo.

E’ Via: lo dimostra il tenere le 7 stelle, ossia gli angeli (i nunzi) delle 7 Chiese (i 7 candelabri d’oro) cui Egli, nel prosieguo, come si vedrà, indicherà la strada, la via, da percorrere.

Ap.sse 2

Lettere Alle 7 Chiese Il significato delle 7 Chiese

Che cosa si deve intendere per “Chiesa”? Il termine letterale vuole indicare la “ecclesia” ossia una riunione di fedeli, una adunanza o assemblea di persone fedeli a determinati princìpi religiosi e di culto. Ne dobbiamo dedurre che le “7 Chiese” sono altrettanti gruppi, altrettante categorie di individui legati da specifici contrassegni spirituali o, per meglio dire, in questo caso, di soggetti dotati di un diverso grado di sensibilità o di coscienza del Divino, maggiore o minore, a seconda del gruppo di appartenenza.

Il messaggio, attenzione, che l’Agnello rivolge loro è – si ribadisce – fuori dal tempo cronologico umano; esso è perennemente valido in ogni tempo e momento (umanamente inteso), poiché ogni “lettera” è rivolta a coloro che, ieri come oggi, si trovino in “quel” determinato grado di coscienza riconducibile a questa o a quella determinata Chiesa.

L’esempio che mi appare più appropriato è quello della scuola. Uno scolaro frequenterà la classe che gli è propria a seconda del suo grado e livello di istruzione raggiunto; analogamente vanno considerate le chiese dell’Apocalisse; sicché ciascun messaggio è appropriato per ciascuna delle 7 comunità in quanto ogni lettera è indirizzata a coloro che si trovano ad un certo livello di progresso animico (appartengono cioè a questa o a quell’altra classe ossia a questa o a quell’altra “chiesa”).

Nello scritto apocalittico si noterà che a ciascuna Chiesa viene mossa critica o esortazione; ciò affinché coloro che vi appartengono non si arrestino nel cammino o, peggio, devïno dal retto procedere. Chi opera seguendo il corretto incedere riesce nell’impresa e viene chiamato “Vittorioso”; a questi è riservato un premio. Si badi però che al Vittorioso non viene promesso alcun vantaggio materiale o umano; l’arricchimento avviene sempre sul piano della crescita spirituale e, più precisamente, nella acquisizione di sempre maggiori àmbiti di coscienza.

Dunque, accrescerò la mia coscienza poiché riuscirò a conoscere di più, ma saprò di più poiché avrò reso i miei occhi avvezzi a vedere meglio e a guardare più in profondità: avrò cioè coltivato, fecondato e quindi trasmutato i miei corpi/involucri in altrettante strutture animiche capaci di vivere ed operare su piani sottili dell’esistenza[2].

Le sette Chiese, dunque, rappresentano i vari livelli di Coscienza/Conoscenza; la gradualità può percepirsi anche dalle parole conclusive che l’Angelo pronuncia per ciascun Vittorioso.

Infatti, come si potrà osservare, nelle prime 6 Chiese si rileva la presenza di due aspetti antitetici: la coesistenza di un lato, potremmo dire, oscuro e di un altro chiaro e luminoso. L’ “Agnello dona sempre qualcosa al Vittorioso, cioè a colui che ha mantenuto saldo ciò che ha già conquistato, ovvero che è stato capace di trasformare una porzione oscura in luminosa. Solo nella 7° Chiesa (quella di Laodicea) non compaiono forze antagoniste, ma sembra venga paventata la possibilità che permanga una sorta di inazione (non essere né caldi né freddi bensì tiepidi) in taluni che hanno raggiunto un pur così alto grado di coscienza.

Il dato da non trascurare è che Gesù Cristo dall’alto della Sua autorità ordina a ciascun Angelo di recare un messaggio ad ogni chiesa. Ma chi è l’Angelo? Chi è in grado di annunziare ciò che l’Agnello ha da dire? Bene l’Angelo qui rappresenta il “Sé” (grande) riflesso spirituale e porzione di Dio che alberga in ciascuno di noi[3]: lo Spirito immortale e divino. Solo Gesù può, in veste di Logos, avere l’autorità per dare indicazioni, stimoli, raccomandazioni alle Chiese tramite i “Sé” che qui fungono da nunzi ossia da angeli. Perché tutto questo? Perché il “sé” (piccolo) è lasciato libero; è destinatario del dono di libero arbitrio e dunque può scegliere anche contra ius, anche in avversione a Dio Stesso, fino a scegliere la propria autodistruzione che, come vedremo, Giovanni chiama “morte secunda”: non la morte del corpo, bensì quella dello Spirito che comporta la cessazione totale e definitiva dell’autocoscienza.

  • al Vittorioso della Chiesa di Efeso dice: sarà fatto mangiare il frutto dell’albero della Vita (dopo aver mangiato il frutto dell’albero della Conoscenza del bene e del male), passerà cioè, attraverso tribolazione e dolore e grazie alla rivelazione Cristica, dalla condizione di Adam (uomo di terra rossa) a quella di Antropos (uomo che guarda verso l’Alto) : prenderà cioè coscienza di “Sé” e di “sé”. “Ricorda da dove sei caduto” dice il messaggio, ossia rammenta che sei porzione di Dio da Cui ti sei volontariamente staccato.
  • al Vittorioso della Chiesa di Smirne – ossia a colui che avrà realizzato un ulteriore passo verso la Coscienza/Conoscenza – dice : gli sarà data la salvezza, vincerà, e quindi eviterà di precipitare nella Morte seconda (la morte dello spirito), sarà partecipe della primavera del Regno ossia della “prima resurrezione” (della quale è detto più avanti).
  • al Vittorioso della Chiesa di Pergamo dice: gli sarà concesso di alimentarsi della manna nascosta; cioè gli sarà concesso di trasmutare il corpo eterico in Manas (ossia uomo spirito ). I tre corpi (fisico, eterico ed astrale), attraverso l’inchino fecondatore dell’Io, saranno trasformati in, Manas Atma e Budhi (altresì definibili in: “Sé” cosciente spirituale, Uomo spirito e Spirito vitale). A coloro che avranno vinto se stessi sarà dato di passare i Misteri e donata una pietruzza bianca su cui è inciso un nome nuovo conosciuto solo da colui che lo riceve; il nome è riferito all’ “IO SONO” che lo contraddistingue. Chi è passato per i Misteri ottiene una super-autocoscienza umana e gli sarà dato di entrare nella “nube” (l’Ade) e di accompagnare i fratelli (le ombre che vi stazionano) per indicar loro la Via del Regno.
  • Al Vittorioso della Chiesa di Tiatira dice: sarà vittorioso colui che avrà tenuto fede all’impegno usando delle sue facoltà superiori per servire i fratelli e non per trarre vantaggio personale (al pari della profetessa Gezabele che istiga i servi a “prostituirsi mangiando la carne immolata agli idoli”); in altri termini non si scambi ciò che è sacro con miserabili vantaggi materiali, umani. I vincitori saranno profeti grandi e potranno guidare moltitudini, indirizzarle e perfino governarle, con lo stesso potere che fu di Gesù di Nazareth.

“Al vincitore e a chi custodisce fino alla fine le mie opere , darò potestà sulle nazioni e le governerà con verga di ferro, come i vasi d’argilla le frantumerà, proprio come Io ho ricevuto dal Padre Mio. Gli darò inoltre la Stella del Mattino” .

Chi è rappresentato dalla Stella del Mattino? Essa è l’astro più luminoso del cielo che, dopo la lunga notte di tenebra – in questo caso tenebra della coscienza – preannuncia l’alba, preannuncia cioè l’arrivo del Sole portatore all’umanità di Luce piena e di Calore (ossia Verità ed Amore). Ma il significato in questo caso ci viene rivelato nell’epilogo della stessa Scrittura dell’Apocalisse: è Gesù il Salvatore che dice di Se Stesso: “io sono la radice, la stirpe di Davide, la stella lucente del mattino”; quindi si presume che vada interpretato come Gesù di Nazareth (Stella del Mattino) che preannunzia e precorre la Luce del Sole/Logos; ecco perché Gesù è transito, è porta attraverso Cui noi uomini ci rendiamo disponibili e capaci di accogliere il Cristo/Logos e quindi riceverNe l’impulso. Gesù/Lucifero (ma che nulla ha del Lucifero che nella tradizione popolare si è voluto identificare col demonio ossia con l’angelo ribelle caduto) è dunque fiaccola dell’aurora, è Fosforos, Egli precorre la LUCE Solare della divinità Figlio: il Logos. Si potrebbe azzardare la similitudine secondo cui Gesù sta al Logos così come Giovanni sta a Gesù nel preannunciarne l’arrivo imminente e nel prepararne la strada attraverso la predicazione e lo stimolo alla conversione delle genti che presso di lui giungevano per ascoltarlo sulle rive del fiume Giordano. La Stella del Mattino è notoriamente identificabile nel pianeta Venere che Dante nel Paradiso indica come la sfera dell’Amore. E come non definire atto d’Amore ciò che Gesù venne a compiere sulla terra donando Se Stesso? Il Suo piano salvifico permette a noi tutti di renderci accoglienti all’inondo della Divinità. Dunque, a coloro della Chiesa di Tiatira, che vinceranno (leggasi: che avranno raggiunto tale grado di consapevolezza o coscienza), sarà donata la Stella del Mattino (ossia saranno capaci di accogliere il Cristo/Logos perché pronti e recettivi) e la Parola governerà le Nazioni e sarà la loro Luce. Costoro godranno degli effetti del piano salvifico poiché, nell’accogliere il Logos per il tramite di Gesù, muteranno loro stessi e saranno capaci di diffondere a loro volta la Parola che detterà le regole, ossia i dettami evangelici, per il governo delle Nazioni che potranno così operare rettamente.

  • Al Vittorioso della Chiesa di Sardi dice: l’Agnello non lo cancellerà dal Libro della Vita, ma lo riconoscerà dinnanzi al Dio Padre e davanti ai Suoi Angeli. Cioè l’Agnello testimonierà in suo favore dinanzi al più alto Fattore ed alle entità angeliche riconoscendo i meriti e le conquiste cui è pervenuto: il suo nome permarrà scritto nel libro della Vita.
  • Al Vittorioso della Chiesa di Filadelfia dice: gli sarà concesso di divenire una colonna portante del tempio di Dio, diverrà cioè componente essenziale di una struttura complessa, parte di un insieme. Il suo grado di coscienza si legherà quindi alla coscienza di altri di pari livello ed insieme formeranno il tempio di Dio. Un nome nuovo gli sarà imposto dall’Agnello.
  • Al Vittorioso della Chiesa di Laodicea : a colui cioè che non si sarà addormentato, pago di quanto ha già conquistato (colui che è tiepido), è rivolta l’esortazione alla piena accoglienza: accogliere il Cristo e “cenare con Lui” , ossia spezzare insieme a Lui il Pane della Verità e nutrirsene, che equivale ad aderire ed uniformarsi completamente a Lui. Chi vincerà, riceverà il dono più alto ed ambìto: potrà assidersi sul trono, al fianco dell’Agnello così come l’Agnello che, Vittorioso, poté assidersi sul trono al fianco di Dio Padre.

Ancora un’ultima considerazione: si osservi l’importanza attribuita dalla rivelazione apocalittica al “nome” .

Il nome è quell’elemento che ci caratterizza e distingue dagli altri. Se dico mi chiamo Mario, di certo faccio riferimento al mio nome anagrafico e comunico ad altri il suono attraverso il quale mi si distingue. Esso mi individua nella società e mi specifica come soggetto fisico. In tutti gli altri casi dirò: “Sono Mario”, unificando in un unicum sia l’essenza di me che il nome stesso e la vibrazione, sonora in questo caso, cui si lega. Sicché, se ci spostiamo su un piano Sottile, ecco che il mio nome assume connotazioni che si riferiscono esclusivamente alla essenza ed alla dimensione in cui essa opera, e poiché in questo contesto ciò che importa non è più umano, non segue cioè più la logica umana, ci accorgiamo che essa ha precipuamente riguardo alla Coscienza dell’individuo: ad un certo grado (contraddistinto dalla Chiesa di Pergamo) il Vittorioso riceve una pietruzza bianca su cui è inciso un nome nuovo. Tale nome nuovo è conosciuto solo da chi lo riceve e ciò proprio perché è riferito al suo conseguito grado di coscienza e quindi alla correlata vibrazione. Poiché esso ha riguardo al suo personalissimo “Io Sono”, nessuno può conoscere, e dunque pronunziare, quel nome se non chi lo ha ricevuto. Ma, il processo non si esaurisce qui. Ancora abbiamo una tappa ulteriore in cui viene conferito un nome nuovo: il Vittorioso della Chiesa di Filadelfia sarà posto come colonna del Tempio divino. Sulla colonna (dunque su di lui) sarà inciso il Nome di Dio ed il nome della Città Santa di Dio (Nuova Gerusalemme); vi sarà inoltre inciso un nome nuovo che sarà imposto dall’Agnello.

L’agnello, il campione della stirpe di Davide

Non piangere. Ecco ha vinto il leone della tribù di Giuda, il rampollo di Davide affinché apra il libro ed i suoi sette sigilli”. “In mezzo al trono ed ai 4 Viventi ed in mezzo agli Anziani vidi un agnello eretto, come sgozzato. Egli aveva sette corna e sette occhi che sono i sette Spiriti di Dio inviati per tutta la terra. Allora venne e ricevette il libro dalla destra di Colui che siede sul trono.

E quando ebbe ricevuto il libro, i 4 Viventi ed i 24 Anziani si prostrarono davanti all’Agnello (…) e cantavano un cantico nuovo, dicendo:

Tu sei degno di ricevere il libro e di aprire i suoi sigilli.

Poiché sei stato sgozzato ed hai riscattato a Dio con il tuo sangue

uomini di ogni tribù e lingua, e di ogni popolo e nazione

e ne hai fatto per il nostro Dio un regno

di sacerdoti e regneranno sulla terra”.

Ap.sse 5 e 6

Il significato del libro e dei 7 sigilli

Facciamo una premessa:

Il Logos è l’Io Sono Solare Universale; Con l’intervento di Gesù che si fa tramite all’inondo dell’energia del Logos, le componenti animiche dell’uomo ricevono un impulso ed iniziano la loro trasformazione: come fiamma che, dal di dentro, accende e dà luce alle citate componenti animiche umane. Così, grazie a quel dono, abbiamo il citato passaggio da Adam ad Antropos dunque un essere (l’Uomo) che si volge verso l’Alto, verso il Divino attraverso una coscienza pienamente individualizzata.

Se dunque proviamo ad immaginare il libro con i 7 suggelli come la complessa struttura animica dell’uomo (come un’anima sigillata 7 volte) potremo comprendere come la forza e la capacità di aprire il libro e di leggervi dentro da parte dell’Agnello vada interpretata come forza di apertura dei varchi per consentire la penetrazione dell’Io Sono/Cristo e rendere possibile la fecondazione degli involucri dell’entità/uomo, attivare la trasformazione e imprimere loro impulso verso l’Alto, verso cioè un grado superiore di coscienza. Un processo sacro che può avere luogo solo per Grazia divina e che sarebbe impossibile all’uomo con le sue sole forze.

In Palestina, al tempo i cui operò Gesù, la fecondazione dei corpi sottili avvenne per taluni d’un lampo per effetto del Fotismos[4]; moltissimi poi furono coloro che, lambìti dal Logos attraverso l’umanissimo Gesù, iniziarono autonomamente il trasmuto dei corpi; processo ancor oggi attivo per coloro che, accogliendo Gesù/Logos, ricevono l’impulso al cambiamento.

Va altresì detto che, come afferma Rudolf Steiner nella sua opera “L’Apocalisse”, negli scritti biblici il termine “libro” viene adottato per indicare un documento che registra, che annota qualcosa, non come viene oggi correntemente inteso. Così nel Vecchio Testamento per “libro” si intende il documento in cui sono annotate le generazioni che si tramandano la linea di sangue; nel Vangelo di Matteo il termine è infatti usato per indicare la genealogia di Gesù; pertanto, nell’Apocalisse con tale appellativo deve intendersi ciò in cui sono annotate, scandite le tappe evolutive dell’uomo e dunque il processo graduale di sviluppo e crescita della sua coscienza. Giovanni usa anche il termine “libro della vita” che non può che indicare lo scritto in cui sono annotati i passaggi che hanno vivificato l’uomo trasumanandolo.

In conclusione “aprire i 7 sigilli e leggere il libro” sta a significare la capacità di far dischiudere i corpi sottili di cui è costituito ciascun uomo[5] e di agire sull’Io sono dal di dentro (ossia leggervi).

E così come noi siamo lasciati sempre liberi di accogliere la Parola, e con Essa il Cristo/Logos, parimenti fu libero il Grande “Sé” di Gesù (in veste di Agnello), di accettare il libro sigillato che Gli veniva porto e, così facendo, di accogliere Dio Padre per assecondarNe il volere acché l’opera salvifica in favore dell’uomo avesse realizzazione. Dunque scelta libera del “Sé” (grande) di Gesù quale parte di Dio o partizione dell’Unico Spirito di Cui interpretò (o forse diremmo meglio “rappresentò”) una porzione enorme[6]: quella dell’intera Umanità cui si legò karmicamente, fino alla fine dei tempi, poiché, come si è detto, la Sua missione prosegue con l’accompagnamento vocazionale del Dio-Fratello che ben conosce quanto in solitudine viva l’uomo.

Qui dobbiamo renderci conto che Giovanni riferisce di un evento o, per meglio dire, di una cerimonia di portata cosmica: la consegna nelle mani dell’Agnello del “Libro della Vita” !

In esso sono annotate le tappe della conquista spirituale dell’uomo. E’ il registro della evoluzione dell’uomo che perviene alla sua deificazione.

Apertura Dei Sette Sigilli

E’ preliminarmente opportuno specificare talune chiavi di lettura per meglio chiarire il significato di taluni simboli.

Nei primi quattro gradini, l’autore si avvale del simbolo del cavallo colorato. Ciò non è a caso naturalmente.

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Fig. 5 Il centauro

Il Cavallo : Con esso egli ha voluto significare – come ci suggerisce Steiner nel suo libro “L’Apocalisse” – l’intelligenza, intelligenza spiritualizzata; il simbolo suggerisce altresì il significato di forza naturale associata alla libertà.

L’immagine dei 4 cavalieri richiama inoltre alla nostra mente la figura mitologica dei “centauri”, creature per metà uomini e per metà cavallo, nati da un sacrilego accoppiamento. I centauri, nel racconto mitologico, hanno natura primitiva, sanguigna ed incline alla violenza[7]

Con tale allegoria Giovanni vuole indicarci i primi 4 gradini della evoluzione spirituale dell’uomo. Egli ci dice che vi sono 4 fasi principali in cui registriamo la coesistenza tra ragione e coscienza intuitiva, istintuale.

Detta commistione segue una gradualità secondo cui al crescere della coscienza spirituale decresce quella sensuale, materiale. Sicché, partendo da una prima fase in cui è prevalente il lato greve e materiale, giungiamo per gradi all’ultima sottile ed evoluta.

Il Vivente : è scaturigine di coscienza; è da intendersi come flusso energetico animico permeante quella determinata fase. (Non dimentichiamo che acquisto di Coscienza = Vita , perdita di Coscienza = Morte seconda)

Vieni : è il comando con cui si simbolizza la “emersione” di una nuova fase di coscienza; sarebbe come dire: “Emergi”, o, ancora meglio, “Accendi!” , il comando dopo il quale compare una nuova luce.

La Corona : essa è da intendersi come simbolo di potere, di governo sulla materialità, più esattamente sulla razionalità.

Con l’arrivo dell’ultimo cavallo, quello verdastro, si raggiunge l’ultimo grado di coscienza atto a superare i condizionamenti della materialità.

Ancora un’ultima considerazione sul piano interpretativo: si noti che ad ogni “Chiesa” corrisponde un “Sigillo”: 7 Chiese seguite dal dissuggello di 7 Sigilli. Sembrerebbe una esposizione tautologica, ma non lo è in realtà perché nella descrizione delle Chiese abbiamo critiche e raccomandazioni per coloro che si riconoscono in questa o in quella. Nella apertura dei sigilli, invece, riscontriamo una sorta di racconto, di descrizione, di cronistoria di ciò che si sviluppa nella realtà sottile (e non solo in quella) e del modo in cui avviene il processo evolutivo.

Descrizione: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/e1/Apocalypse_vasnetsov.jpg/500px-Apocalypse_vasnetsov.jpg

Fig. 6 I quattro cavalieri dell’Apocalisse.

L’Agnello ora procede all’apertura dei sette sigilli.

Aperto il primo ecco sopraggiungere un cavallo bianco montato da un cavaliere con un arco; a questi fu data una corona e giunse da vittorioso per vincere ancora. E’ il passaggio iniziale della coscienza. Il primo vagito. La materia animale – che non dobbiamo ritenere perciò priva di spirito – viene vivificata, vinta, dalla coscienza di “Sé”. Il bianco con cui è indicato il colore del cavallo sta a significare la purezza di costoro che, appena nati allo spirito e all’autocoscienza, sono, come le creature della natura, privi di malizia: sono coloro che abitano, per così dire, il paradiso terrestre, un paradiso che risiede non nella realtà esteriore, ma nella loro coscienza.

All’apertura del secondo sigillo sopraggiunge un secondo cavallo color rosso-vivo. A colui che lo montava era stata data la potestà di togliere via dalla terra la pace, in modo che gli uomini si sgozzassero l’un l’altro; per questo gli fu data una grande spada. Qui non vi è un cavaliere “vittorioso”; assistiamo alla formazione di una coscienza più fortemente individualizzata, che risente dell’impronta lasciata dalle forze egoiche sostenute dalla ragione. L’egoità, col forgiare la coscienza individuale, infonde anche l’istinto di sopraffazione dell’uomo sull’altro uomo. Anche qui il colore del cavallo non è casuale. (V.si anche il colore rosso del dragone in Ap.sse 12/3)

All’apertura del terzo sigillo vediamo apparire un cavallo nero e colui che lo monta reca in mano una bilancia. Lo stato della coscienza si amplia e si consolida. L’uomo, ormai pienamente cosciente di “Sé”, diviene anche responsabile del proprio operato e risponde alla legge del Karma dare/ricevere, in ciò simbolicamente rappresentato dal cavaliere con la bilancia. Siamo nell’età pietrina della coscienza, dunque sotto il dominio della Legge. (Con Mosè abbiamo il momento in cui la Legge si imprime nell’anima dell’uomo; evento simbolicamente rappresentato dall’arca dell’alleanza, ovvero l’anima, al cui interno sono custodite le tavole della Legge).

All’apertura del 4° sigillo appare un cavallo verdastro montato da Morte e seguito da Ade. Gli fu data potestà di portare lo sterminio sulla 4° parte della terra. Non su tutti infatti Morte prevale. I tre quarti della terra non subirà lo sterminio. Coloro che hanno ampliato la loro coscienza – saranno cioè pervenuti a quella che indichiamo col termine di “età paolina” – non subiranno gli effetti di Morte e di Ade poiché avranno avuto modo di prendere consapevolezza della prima morte, quella fisica. E’ la fase in cui l’Io è operante sui tre corpi fisico, eterico ed astrale e li sta fecondando. Ciò grazie all’impulso cristico che ha permesso l’inversione della tendenza dell’uomo ad immergersi nella materialità. Per Ade è da intendersi quel “luogo” o “stato” in cui permangono gli spiriti dei morti nella carne (la prima morte, quella fisica) allegoricamente descritta da Giovanni come una “nuvola”, come vedremo più avanti.

All’apertura del 5° sigillo vediamo un altare sotto il quale si trovano le anime di coloro che sono stati uccisi a causa della parola di Dio. Fu data loro la veste bianca e chiesto di pazientare ancora perché deve completarsi il numero dei fratelli che dovranno essere uccisi come loro. Un ulteriore balzo, grande balzo, della coscienza; siamo nell’ “età giovannea” ove l’ Io è già operante da tempo sui tre corpi (fisico , eterico ed astrale) e li ha trasformati. Per alcuni di costoro – i cosiddetti “Figli della Casa” – è già riservata la “prima resurrezione”, quella che ritroviamo nel Regno Millenario (di cui si dirà più avanti).

All’apertura del 6° sigillo tutto il creato così come ci appare alla vista fisica sembra scomparire; il cielo si accartoccia come un rotolo che si chiude, i monti e le isole scompaiono dai loro posti. Per costoro, avendo raggiunto un alto grado di consapevolezza del proprio “Sé” (grande), non vi sarà più necessità di reincarnazione alcuna, sono gli eletti. L’esperienza della materialità è superata e non più necessaria, essi si uniranno ai “Figli della Casa”, godranno della Prima Resurrezione e saranno partecipi del Regno Millenario.

Segue l’elenco dei segnati, di coloro cioè che portano il sigillo del Dio Vivente.

La schiera sterminata degli eletti. Si è compiuta così l’evoluzione della coscienza del “Sé” (grande) per colui che giunge fin qui. Segue una descrizione impareggiabile di ciò cui andrà incontro l’eletto.

All’apertura del 7° sigillo abbiamo una cerimonia di adorazione che prelude al suono delle sette trombe.

 

AP.SSE 10

Il Castigo Finale E IL LIBRICCINO DOLCE e AMARO

Vidi poi un altro Angelo, possente, discendere dal Cielo: era avvolto in una nube e l’arcobaleno cingeva il suo capo; la sua faccia brillava come il sole; le sue gambe sembravano due colonne di fuoco. Aveva in mano un libriccino aperto. Posto il piede destro sul mare ed il sinistro sulla terra, emise un grido fortissimo, simile al ruggito di un leone. Al suo grido risposero con le loro voci i sette tuoni. Quando questi ebbero parlato, mi accingevo a scrivere. Ma si fece udire dal cielo una voce che mi disse: “Suggella quanto hanno detto i 7 tuoni e non metterlo in scritto”.

Per meglio comprendere le allegorie illustrate in questo capitolo sarà opportuno assegnare un significato specifico ad ogni immagine descritta da Giovanni:

Nube:

Ade, ovverossia il luogo dove albergano le anime dei defunti nella carne dopo l’autogiudizio. E’ luogo o, per meglio dire, stato di pausa, o stazione per la riflessione concessa da Dio agli spiriti disincarnati i quali potranno successivamente essere ammessi al Regno (ove ne ricorrano i presupposti) o potranno reincarnarsi, ovvero scegliere di cessare di esistere (la morte secunda).

Arcobaleno posto sul capo dell’Angelo:

E’ simbolo della luce divina; essa appare scomposta come quando un raggio luminoso attraversa un prisma. E’ la luce resa manifesta dal Logos che opera la creazione, ovvero traduce l’indistinta luce bianca di Dio nei vari colori dell’iride.

Volto luminoso come il sole:

Sta a significare che l’Angelo è porzione, riflesso di Dio, dunque un “Sé” (grande), in questo caso il “Sé” di Giovanni.

Terra e mare:

Come si è detto in più occasioni Giovanni indica col termine terra la corporeità, la parte più materiale, più pesante del creato, mentre chiama mare quella parte che appartiene al piano eterico, quel piano animico molto prossimo al materiale, in cui albergano emozioni e sentimenti.

Voce possente come di leone:

Qui si vuol rappresentare una voce regale, che incute timore per l’autorevolezza del timbro e del tono, è voce che scuote sin nell’intimo (nel caso di specie è rivolta al “sé” – piccolo – di Giovanni).

Voce dei sette tuoni:

Sono vibrazioni basse, grevi; sono vibrazioni che appartengono al piano energetico della materia. Le ritroviamo all’inizio all’apertura dei primi 4 sigilli: i 4 Viventi con voce di tuono gridano “vieni”. Quando Giovanni invece vuole indicare la voce di Dio o del Cristo/Logos ce la descrive come lo scroscio di acque abbondanti. Potremmo quindi asserire che dette voci corrispondano alle vibrazioni che danno luogo alla rottura dei sigilli con conseguente completa apertura del libriccino.

Libro/libriccino:

Analogamente al libro con i 7 suggelli che simbolicamente rappresenta il libro dell’umanità intera e di ciascuno, il libriccino rappresenta invece le componenti animiche di Giovanni. Il libriccino non è sigillato, ma aperto (presumibilmente perché le sette voci “tuonando” hanno provocato la completa apertura di esso). Ciò significa che a questo punto per Giovanni non è necessario operare alcuna ulteriore crescita sul piano della coscienza in quanto essendosi già operato il dissuggello del “suo libro”, si trova, da incarnato, al più alto grado di super-coscienza.

Quanto fin qui descritto ci permette ora di comprendere sufficientemente il racconto sotto il profilo dinamico e di afferrarne per grandi linee il significato:

Leggendo dall’inizio constatiamo che dopo il prologo v’è una premessa che riguarda un universo nascosto agli occhi del comune mortale: quello delle energie vibratorie; è in questo sconosciuto mondo che Giovanni vuole introdurci parlandoci dapprima del libro e dei sette sigilli, poi del suono delle trombe, quindi del libriccino aperto.

E’ a questo punto che il racconto apocalittico ha una battuta d’arresto come se si innestasse una pausa alla lunga cerimonia e, per qualche attimo, tutto fosse rivolto verso Giovanni che diviene qui non più spettatore privilegiato, ma addirittura protagonista. Non dobbiamo però confondere l’Angelo della visione con le altre figure angeliche (tampoco con gli angeli delle 7 trombe) il quale non a caso emerge dopo lo squillo della 6^ e prima dello squillo della 7^ ed ultima tromba.

Quale è dunque l’Angelo dal ruggito di leone che appare a Giovanni? E’ il suo stesso Spirito di cui fa una descrizione perfetta e dettagliata.

Giovanni, ancora incarnato – e dunque carcerato nel suo “sé” (piccolo) – parla con il suo “Sé” (grande). Giovanni lo chiama “Angelo” proprio perché è porzione divina, è espressione divina, infatti lo descrive dal volto abbagliante come il sole (il volto sfolgorante di Luce di Dio) col capo circondato dall’arcobaleno (luce del Logos);[8] il “Sé” (grande) di Giovanni è esso stesso Logos in quanto porzione espunta dal Tutto (Dio Padre) indistinto ed inconoscibile.

L’Angelo è visto da Giovanni avvolto da una nube (l’Ade). Egli è infatti ponte tra il Regno (rappresentato dal volto solare), l’Ade (dimensione ultramondana) e la materia in cui ancora vive Giovanni, rappresentata dalla terra (ossia dalla corporeità fisica) e dal mare (corporeità eterica, luogo di emozione e sentimento); su questi ultimi due elementi vediamo l’Angelo piantare fermamente le sue gambe, anch’esse sfolgoranti, raffigurate da due colonne di fuoco[9]. Anche la posizione assunte dalle gambe dell’Angelo ha un senso: essa richiama alla nostra mente che l’emisfero cerebrale destro è quello deputato alla fantasia, alla immaginazione, alla intuizione, alla creatività oltre che alle emozioni (acqua), mentre quello sinistro al calcolo, all’analisi, alla parola, al ragionamento (terra); l’Angelo infatti poggia la gamba destra sul mare e la sinistra sulla terra.

E’ una visione grandiosa, un’apparizione sconvolgente che viene consentita, donata, a Giovanni che ce la racconta con dovizie di particolari.

L’Angelo però vuole comunicargli cose importanti.

Al grido possente dell’Angelo, fanno eco le voci dei 7 tuoni. Al ruggito leonino del “Sé” luminoso, segue l’eco delle 7 note tonanti: vibrazioni operanti sulla materia e l’egoità: le forze dei Viventi che parlano anch’essi a Giovanni e che Giovanni si affretta a trascrivere; gli viene però chiesto dall’Alto di non rivelarne il contenuto ma di sigillarlo. Quest’ultimo passaggio, pur rimanendo ignoto a noi, ci dà conferma che tale momento, seppur valido nel contesto generale, è riservato esclusivamente a Giovanni.

L’ordine di sigillare la parte relativa ai 7 tuoni ci fa comprendere infatti che essa non ci riguarda, non è a noi indirizzata e deve pertanto rimanere velata, nascosta.

Quindi l’Angelo che prima avevo visto posarsi sul mare e sulla terra levò la mano destra verso il Cielo e giurò nel nome di Colui che vive nei secoli dei secoli. Colui che ha creato il Cielo e ciò che esso contiene, la terra e quanto essa contiene, il mare e ciò che esso contiene: “ Non vi sarà più alcun indugio; ma quando il settimo Angelo farà udire il suono della sua tromba, allora sarà consumato il mistero di Dio, secondo quanto ha annunciato ai profeti suoi servi”.

Qui abbiamo un’affermazione solenne da parte dell’Angelo il quale formula un giuramento nel nome di Dio – più precisamente nel nome del Logos – infatti l’Angelo, levata la mano verso l’alto, giura nel nome di Colui che ha creato tutte le cose: terra, mare e Cielo e tutto ciò che esse contengono; egli giura solennemente perché vuole non solo sottolineare l’importanza del messaggio, ma altresì che esso venga creduto, venga accettato da tutti come verità. E qual’ è il messaggio? Egli vuole dirci che dopo lo squillo della sesta tromba l’evoluzione dell’uomo è all’epilogo… che la settima tromba è ormai prossima a suonare e quando essa avrà suonato, si sarà compiuto il mistero di Dio, ossia tutto sarà compiuto, tutto sarà manifesto finalmente all’uomo, tutto gli sarà rivelato; quanto è stato a lui nascosto dal mistero si aprirà finalmente ai suoi occhi così come fu reso chiaro e percepibile da tempo ai profeti servi del Signore.

In altre parole si vuol dire che col suono della settima tromba l’umanità perverrà ad un livello di coscienza e di conoscenza delle cose divine tale da essere chiare a tutti così come erano già chiare un tempo ai soli profeti di Dio che, profetando, annunciando il Suo Regno, evangelizzando, servivano il Logos ed operavano in Suo favore.

Il libriccino dolce e amaro

“Poi la stessa voce che avevo udita dal cielo, di nuovo mi parlò e disse:” Va’, prendi il libriccino aperto dalla mano dell’Angelo che sta posato sul mare e sulla terra”. Io allora m’appressai all’Angelo pregandolo di darmi il libriccino. Egli mi disse: “ Prendilo e inghiottilo: esso sarà amaro al tuo stomaco, nella bocca sarà dolce come il miele”. Presi il libriccino dalla mano dell’Angelo e lo inghiottii: nella bocca era dolce come il miele; ma dopo che l’ebbi inghiottito, le mie viscere si riempirono d’amarezza. Quindi mi fu detto: “E’ necessario che tu faccia ancora profezie su popoli, nazioni, e re senza numero”.

Giovanni prega l’Angelo di dargli il libriccino. Il passo sottolinea come si renda necessario un gesto, un atto di volontà, un’iniziativa di Giovanni per poter ricevere il piccolo libro: “Io allora m’appressai all’Angelo pregandolo di darmi il libriccino”. Si noti che quando Giovanni in precedenza parla del libro dai 7 suggelli, si riferisce in senso generale al libro dell’umanità intera ed al tempo stesso di ciascuno. In questo frangente però usa il diminutivo e lo chiama “libriccino” poiché vuole segnalarci che si sta riferendo al suo personalissimo libro, vale a dire alle sue personalissime componenti che formano l’essenza globale della sua individualità; ed esso è libro in cui è trascritta la sua vita, non in senso umano, ma secondo il progredire della sua coscienza. Progressi sopraggiunti dopo lotte, dolori e, a volte, sconfitte; è in definitiva il libro ove è annotata passo passo la conquista della condizione super umana di Giovanni. Non a caso l’Angelo gli dirà di mangiarlo anticipandogli che l’ingestione di esso gli darà dapprima amarezza allo stomaco e poi dolcezza al palato. Un paradosso sembrerebbe a prima vista poiché quando si mangia prima si sente il sapore e poi semmai si avvertono al ventre le conseguenze di ciò che si è mangiato. Invece l’ordine inverso usato dall’Angelo ha un suo significato ben preciso: ogni battaglia comporta lotta, dolore, straziante fatica, qui simbolizzate dall’amarezza della digestione, ossia le esperienze del vivere. La vittoria che ne segue è però dolce, dà soddisfazione, ripaga il sacrificio affrontato; è la dolcezza dal sapore di miele che gusta Giovanni in quanto è un “vittorioso”.

Ma perché è necessario che egli ingerisca il libriccino? Che cosa vuol significare l’immagine? L’ingestione dona a Giovanni la visione globale del suo percorso spirituale incluse le varie incarnazioni umane che gli hanno reso possibile la realizzazione dell’impresa.

Al termine della visione però l’Angelo, ossia il suo “Sé”, gli preannuncia che il suo compito non è ancora terminato in quanto dovrà profetare ancora ed ancora, su “popoli, nazioni e re senza numero”. Tale conclusione lascerebbe intendere che l’opera di Giovanni sia indispensabile poiché senza tale suo intervento profetico l’umanità non sarebbe ancora del tutto pronta allo squillo della settima tromba.

Non possiamo non concludere dicendo che ciò che abbia fatto, faccia o farà Giovanni nel tempo cronologico umano – che poca importanza riveste – o nel tempo della Coscienza dei “Sé” – che molta importanza riveste – è questione che non può e non deve riguardarci, che non può e non deve essere argomento di nostra speculazione.

Ap.sse 12

La Donna Vestita Di Sole

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Fig. 7 La donna vestita di sole

Occorre anche in questo caso fare una premessa che ci metta in condizione di comprendere il senso complessivo di tutto il passo che andremo ad esaminare.

Il significato di fondo è individuabile nell’opera amorevole delle cosiddette forze spirituali del bene, o di coesione, che contrastano quelle egoiche, del male, o di separazione. Ed è lotta, ed è battaglia su piani diversi dell’essere: quello fisico e quello animico; è infatti scontro in Cielo, ed è scontro in terra. Battaglie volte a sciogliere i legami che tengono avvinto l’uomo alla materia e al “non-Sé”.

In questa lotta tra le forze tenebrose e quelle della Luce, interviene, in soccorso, Colui che dalle altezze dell’essere scende nel carcere della carne per indicare all’umanità la Via acché essa non cada nell’inganno della materia e si smarrisca nella nebbia divenendo preda del drago.

Ciò a significare che l’uomo non è lasciato da solo a vincere se stesso; forze sublimi lo proteggono pronte ad aiutarlo se decide liberamente di abbandonare la zona d’ombra per spingersi verso la Luce. Le forze egoiche, qui simbolicamente indicate nella bestia, sono destinate a soccombere, ma la lotta è aspra e durissima.

La donna ed il dragone

E un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo: era incinta e gridava in preda alle doglie ed al travaglio del parto.

E un altro segno apparve nel cielo; ecco: un grosso dragone , rosso vivo, con sette teste e dieci corna. Sulle teste vi erano sette diademi; la sua coda si trascinava dietro la terza parte degli astri del cielo e li precipitava sulla terra. Il dragone si pose difronte alla donna che era sul punto di partorire, per divorare il bimbo appena fosse nato.

Ella quindi diede alla luce un figlio, un maschio, quello che era destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro. Subito fu rapito il figlio di lei verso Dio, verso il trono di Lui; mentre la donna riparò nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio per esservi nutrita per lo spazio di milleduecentosessanta (1260) giorni.

Esaminiamo il contesto : ciò che viene descritto (il primo segno ed il secondo segno) accade in Cielo, dunque sul piano sottile, eterico. Abbiamo dapprima la figura di una donna; essa opera nel fluire del tempo cronologico umano, contraddistinto dalle 12 stelle sul suo capo e la luna sotto i suoi piedi. Le prime indicano le dodici costellazioni dello Zodiaco[10], il cui ciclo esaurisce l’intero percorso dell’anno terrestre, ma altresì quello precessionale che dura 25.920 anni.[11] Anche la luna fa riferimento al tempo. In epoche remote il mese era infatti calcolato seguendo il ciclo lunare (metodo che ancor oggi influenza la cultura e la religione islamica) che, guarda caso, coincide con quello mestruale nella donna e dunque della sua fecondità.

La donna è avvolta dalla luce solare. Qui il sole non è l’astro celeste a tutti noto, bensì il simbolo del Genio Solare Universale: Il Logos! Il Logos la avvolge e la feconda. La donna infatti è incinta ed anzi sta per partorire e, quando partorisce, dà alla luce un maschio che governa con verga di ferro (cioè si impone alla materia, la governa con fermezza). Tale fenomeno non è riferito a Gesù, o per lo meno, non solo a Lui; in tale ampia proiezione temporale, dobbiamo dedurre che il figlio che viene partorito dalla donna è, è stato e sarà, un profeta deputato alla guida e salvezza dell’umana progenie: Krishna, Buddha, Mosè, Gesù e forse altri ancora.

In cielo appare ora un dragone rosso vivo (Anche il colore vuol conferire qui un significato preciso. Si noti che è lo stesso colore del cavallo che giunge all’apertura del 2° sigillo: il rosso vivo indica dunque il colore dell’EGO.

Lo scrittore descrive la bestia dotata di 7 teste. La testa vuol simbolizzare l’intelligenza e la ragione e ogni testa ottiene successo ed onore umano, materiale, come si vede dal diadema – simbolo di orgogliosa superbia – posto su ognuna di esse. Il livello della sua forza sta nelle corna (armi durissime) e nel loro numero: dieci corna (cinque volte la forza del toro). L’animale è simbolo delle energie egoiche che tendono a trascinare verso la materia e quindi a separare ed allontanare dalla Luce. Infatti la coda del drago trascina un terzo delle stelle e le fa precipitare sulla terra: attira cioè verso la realtà terrena parte del mondo animico: sono coloro che scelgono di incarnarsi e conoscere il “non- Sé”, la pars obscura di Dio: il male.

Anche nei confronti del bimbo, il drago vuole esercitare la sua forza attrattiva sommergendolo di egoismo ed individualismo: nel racconto esso si pone dinanzi alla donna che sta per partorire, ma il pargolo appena nato (cioè il profeta in senso generale, non inteso come questo o quello) non può essere preda del drago (cioè dell’egoità), egli è più forte poiché la Sua essenza è tale da vibrare con Dio, in Dio; questo il significato dell’essere sùbito “rapito verso Dio”. Anche la donna, questa sorta di divinità al femminile, è messa in salvo in un luogo preparato da Dio nel deserto. La donna divina vi sosterà per 1260 giorni [12] e colà verrà nutrita.

Guerra in cielo

E vi fu guerra in cielo: Michele con i suoi angeli ingaggiò battaglia con il dragone; e questo combatté con i suoi angeli; ma non prevalsero: il loro posto non si trovò più nel cielo: Fu, infatti, scacciato il grande dragone, il serpente antico, quello che è chiamato diavolo e satana, colui che inganna tutta la terra , fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Udii allora nel cielo una gran voce che diceva: “Ora si è attuata la salvezza, la potenza e la regalità del nostro Dio e il potere del suo Cristo, dal momento che è stato scacciato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Ma essi lo hanno vinto mediante il sangue dell’Agnello e per la parola da loro testimoniata; non amando la loro vita fino alla morte!

Per questo rallegratevi, o cieli, e voi che in essi dimorate.

Guai alla terra ed al mare, ché il diavolo a voi è disceso: un’ ira veemente ha nel cuore, perché sa che breve è il suo tempo.”

Esaminiamo il contesto: ci troviamo ancora in Cielo, cioè su piani sottili della realtà.

In tale ambito si svolge lo scontro tra le forze del bene e del male. Queste ultime soccombono ed in Cielo non si trova più neanche il loro posto. Dio ed il Suo Cristo le hanno vinte. La funzione in Cielo delle forze arimaniche, egoiche, si è esaurita, ha avuto compimento. Le forze divine, il sacrificio di Gesù e la testimonianza delle anime dei santi, hanno fatto sì che venisse invertita la rotta, quella che dalle stelle portava anime verso alla terra. Le forze egoiche sono state scacciate dal Cielo e precipitate sulla terra; esse però potranno ancora esercitare la loro influenza sia sulla terra che sul mare, ossia sul piano materiale ed eterico, i due piani più grossolani della realtà, non più quindi sul piano spirituale: “Guai alla terra ed al mare che il diavolo a voi è disceso (…)”. Si, il diavolo non è ancora sconfitto del tutto, ma lo sarà, il tempo che gli rimane però è breve.

“Guerra sulla terra”

Il dragone vistosi scaraventato sulla terra, s’accinse a perseguitare la donna, quella che aveva dato alla luce il figlio maschio. Ma furono date alla donna due ali della grande aquila, con cui poter volare nel deserto, nel suo luogo, dove è nutrita per un tempo, due tempi e metà di un tempo, al riparo dagli attacchi del serpente. Allora questo vomitò dalla sua bocca un fiume di acqua gettandola contro la donna per sommergerla; ma ad essa venne in soccorso la terra che aprì la sua bocca ed assorbì il fiume che il dragone aveva emesso dalla sua bocca. Allora questo s’adirò maggiormente contro la donna e si mise a far guerra contro i rimanenti della sua discendenza di lei, quelli che osservano i comandamenti di Dio e posseggono la testimonianza di Gesù. Si pose sulla spiaggia del mare.

Esaminiamo il contesto : ciò che viene descritto avviene in terra e mare, ossia sui due piani più grossolani della realtà: quello materiale e quello eterico.

Il dragone (le forze dell’ego) ormai può operare solo sulla materia (corpo fisico ove hanno sede gli istinti e le brame) e sull’acqua (corpo eterico ove hanno sede i sentimenti e le emozioni); due piani strettamente connessi tra loro ed intersecantisi. Il drago cerca di esercitare il suo fascino sulla donna e fecondarla attraverso un gigantesco getto d’acqua – operando cioè sul piano emozionale – ad imitazione dei viluppi del Sole/Logos che in Cielo la rivestivano; ma la donna rimane immune poiché l’acqua viene attratta da ciò che le è connaturale: la sabbia del deserto su cui riposa la donna, ossia la terra che assorbe ed assimila l’acqua; infatti solo un corpo superiore può operare fecondando l’inferiore, così l’acqua (l’eterico) può proiettarsi solo verso la terra (la materia). Il dragone, nulla avendo potuto contro la donna, è spinto allora a volgersi verso la stirpe di lei: verso coloro cioè che seguono i comandamenti di Dio o che ascoltano la Parola di Gesù, ossia di coloro che ascoltano e seguono la parola dei profeti partoriti dalla donna, per tentarli, insidiarne la fede e la fermezza morale stimolando ed esaltando, una volta ancora, il loro ego.

Il dragone allora si pone sulla riva del mare, nel punto cioè in cui vi è contatto tra il corpo fisico dell’uomo e quello eterico.

La lotta prosegue. Vedremo la bestia che sale dal mare e la bestia che sale dalla terra.

Ap.sse 17

La grande Meretrice

Poi uno dei 7 angeli dalle 7 coppe s’avvicinò a me e mi disse: “Orsù, voglio mostrarti il castigo della grande meretrice che sta assisa su acque copiose; con essa i re della terra hanno fornicato e col vino della sua prostituzione si sono inebriati gli abitanti della terra”. Mi trasportò quindi in spirito nel deserto , dove vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, piena di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, tutta adorna di gioielli d’oro, pietre preziose e perle; teneva in mano una coppa d’oro ricolma di abominazioni e di impurità della sua prostituzione. Sulla fronte portava scritto un nome simbolico: “la grande Babilonia la madre del le meretrici e delle abominazioni della terra”. E potei scorgere come la donna fosse ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù.

Ap.sse 20

Il Regno millenario

Quindi vidi discendere dal cielo un angelo con in mano la chiave dell’Abisso ed una grossa catena. Afferrò il dragone, il serpente antico, quello che è chiamato diavolo o satana, e l’incatenò per mille anni; quindi, gettatolo nell’Abisso, chiuse e vi pose il sigillo, affinché non potesse più sedurre le genti fino al compimento dei mille anni, quando dovrà essere sciolto, ma per breve tempo”.

Il “dragone”, il “serpente antico” simboleggia il Male, che è strettamente legato alla incarnazione degli spiriti sulla terra. Dunque, quando troviamo tale termine dobbiamo intenderlo come “incarnazione” ossia discesa nel “Non-Sé”: colà dove le forze egoiche – le c.d. controspinte – sviluppano la loro maggiore energia.

Apparvero poi dei seggi; a quelli che vi si assisero fu data possibilità di giudicare; vidi, inoltre, le anime di coloro che sono stati decapitati a causa della testimonianza di Gesù e la parola di Dio, come anche le anime di quelli che non hanno adorato la bestia e la sua immagine, né hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano: resuscitati, entrarono con Cristo nel regno millenario. Ma gli altri morti non risuscitarono prima del compimento dei mille anni.

Soltanto coloro che hanno seguito il Cristo, che non hanno adorato la bestia, ovverosia il mondo ed i suoi falsi splendori, portandone il marchio sulla fronte (nei pensieri) e sulla mano (nelle azioni), coloro, quindi, che, operata una totale metànoia, avranno trasmutato i tre corpi (ordinario, Sottile e Causale) consentendo al loro “io sono” di fecondarli, saranno “resuscitati” (ossia godranno della “prima resurrezione”). Non avranno più necessità di reincarnarsi (non saranno cioè soggetti alla lotta con il dragone ed al pericolo della morte secunda). Costoro hanno accesso al “Regno Millenario”, ovverosia al Corpo Mistico del Cristo, in quanto la loro evoluzione individuale ha avuto compimento e sono pertanto salvi. Gli altri, “morti” perché legati ancora al ciclo delle rinascite, continueranno ad incarnarsi sulla terra, (nell’Abisso), in continua lotta con le forze luciferiche e con la possibilità di cadere definitivamente tra gli artigli del “dragone” (di incorrere, cioè, nella “morte secunda” ovvero nella morte dello spirito).

Questa è la prima resurrezione. Beati e santi coloro che hanno parte alla prima resurrezione: su di loro la seconda morte non ha potere; saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per i mille anni”.

Il lasso temporale è chiaramente simbolico; il termine mille anni non va infatti inteso come tempo umano[13], ma – come ormai sappiamo – come tempo dello spirito, ossia tempo di evoluzione. In questo caso quindi è da intendersi come tempo – più o meno lungo se visto cronologicamente – in cui uno spirito raggiunge un certo grado di consapevolezza o di coscienza; tale crescita avviene e prosegue senza reincarnazioni nella dimensione sottile del Regno.

L’estremo combattimento.

“Una volta compiuti i mille anni, satana sarà lasciato libero dal carcere e uscirà ad ingannare le genti dei quattro angoli della terra, cioè Gog e Magog, convocandoli per la guerra; il loro numero uguaglia l’arena del mare. Saliti sull’altipiano della terra, presero d’assalto l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma scese dal cielo da parte di Dio un fuoco che li divorò”.

Per mille anni, dunque, coloro che hanno avuto parte alla prima resurrezione vivranno in Cristo e non saranno neppure lambiti dal male e dal dolore.

Trascorsi i mille anni il dragone sarà di nuovo liberato, ma per poco tempo: tale asserzione va intesa nel senso che agli eletti, già salvi, sarà data la possibilità di reincarnarsi, forse per una sola vita terrena (il testo dice: per poco tempo ancora); ma in questo caso non perché ne abbiano necessità individuale – avendo completato il ciclo evolutivo nel mondo della carne – ma perché, spinti da esclusiva pulsione d’amore, scelgono di tornare per aiutare chi è rimasto indietro e cioè i fratelli ancora avviluppati nella ruota delle rinascite e dunque del male, e dunque del dragone antico: satana. In altre parole: la loro non sarà una incarnazione di prova, bensì di lotta per la salvezza dei fratelli minori, schiavi ancora delle forze egoiche.

“Ma scese dal cielo da parte di Dio un fuoco che li divorò”.

Ma cos’altro è da intendere se non il “fuoco” d’amore che Dio, per il tramite dei “residenti” nel Regno millenario, fa scendere dalle Sue Altezze?

Il diavolo, loro seduttore, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, proprio dove si trovano la bestia e lo pseudo-profeta: saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli”.

Lo stagno di fuoco rappresenta la seconda morte, quella dello spirito: chi sceglie liberamente di non fare ritorno alla Casa del Padre, chi liberamente rifiuta Dio, perderà il Grande Dono dell’io sono. La scintilla divina che aveva costituito la sua individualità tornerà, indifferenziata, all’Unico Tutto. Nessuna deminutio per Dio; l’annullamento è soggettivo per chi liberamente scelse di non ricongiungersi all’Uno. Costoro, i morti nello spirito, saranno immersi in uno stagno le cui fiamme non divorano perché l’infernale palude è immota, priva di azione e di dolore, priva di pensiero e di coscienza: l’Isola dei Morti, come è simbolicamente rappresentata nei dipinti di A. Bӧcklin.

Sarà poi così? Forse, al di là del grande Mistero, si cela l’intervento amoroso della Grazia.

Quanto illustrato con forti immagini allegoriche nel testo dell’Apocalisse in relazione al Regno millenario, alla prima resurrezione degli Eletti ed al combattimento finale, non attiene ad eventi globali collocabili in un tempo futuro. Ciascuno di noi ha la propria Apocalisse. I martiri ed i santi sono già partecipi del Corpo Mistico. Taluno di essi si è già reincarnato ed ha svolto la propria missione salvifica combattendo contro il dragone in soccorso dei fratelli più piccoli e più fragili. L’estremo combattimento si svolge, acerrimo, hic et nunc.

Il conflitto, tuttora in atto ai quattro angoli della terra (cioè Gog e Magog), offre a tutti la possibilità di trovare scritto il proprio nome nel libro della vita e di ottenere la resurrezione finale.

Alla fine le forze del Bene vinceranno (portae inferi non praevalebunt).

La resurrezione finale

Fuggirono il cielo e la terra ed il loro posto non si ritrovò più

Qui il significato è più chiaro. Il dissolvimento del cielo e della terra altro non significa che la cessazione della dimensione spaziale non più necessaria ai “risorti”.

Tutti i morti (grandi e piccoli) stavano davanti al trono ad assistere all’apertura di alcuni libri e di quello della Vita. Sui primi era scritto e registrato l’operato di ciascuno. Poi la Morte e l’Ade furono gettati nello stagno di fuoco. Anche in questo caso dobbiamo ritenere che entrambe non abbiano, in questa fase, ragione alcuna di permanere. Gli spiriti di costoro hanno conosciuto la morte e non avendo più necessità di reincarnarsi non sarà più necessario che esista né lo stagno di fuoco né l’Ade che è la “dimensione” nella quale permangono gli spiriti che attendono di tornare a reincarnarsi per completare il loro ciclo di perfezionamento, quelli diretti al Regno ed infine quelli che vi transitano prima di autodistruggersi nella morte secunda; infatti è scritto : “Nello stagno di fuoco fu gettato anche chi non fu trovato scritto nel libro della Vita”.

Ed allora, operando sempre il bene, ci allontaniamo dalla zona d’ombra per accostarci a quella luminosa: ecco l’importanza dell’actio in amore sempre e comunque, anche verso il proprio nemico e verso chi ci odia. Si comprende ora la ragione per cui Gesù ci invita sempre a perdonare e a porgere l’altra guancia? Se siamo capaci di ciò, avremo creato delle brecce, dei canali che permettono al Grande “Sé” (la parte divina in noi) di comunicare agevolmente col piccolo “sé”, mutando quest’ultimo ed i corpi inferiori in “Sé” spirituale, Spirito vitale e Uomo spirito. Vinto il male, ossia il non- “Sé”, non si è più infettati da esso ma, al contrario, si arderà d’amore per il fratello.

Alla luce di ciò possiamo affermare che la “Resurrezione” (in questo caso non v’è distinguo tra la prima e la seconda) consiste proprio nel ritorno nella zona di Luce ove non vi è più pianto e dolore e morte. E, del resto, non potrebbe essere altrimenti, giacché la funzione del dolore è venuta meno; esso non è più necessario quale pungolo o stimolo che aiuti a contrastare l’egoità ed a rendere ciascun individuo consapevole del fatto che la separatezza è apparente e che essa si dissolve in un “Io sono” più grande. E’per tale ragione che una coscienza, di elevato livello, comporta amore; amore altruistico, amore umanamente sconosciuto, di così elevata forza da far quasi dimenticare se stessi. Ecco perché il dolore non necessita più. Il risorto è giunto a tale livello di sensibilità, che la sua unica preoccupazione è rivolta in direzione del fratello, specie quello che è rimasto indietro, quello che ancora si dibatte nella zona oscura dell’Essere e che pertanto va aiutato a raggiungere la Luce. Ecco ciò che stanno facendo le nostre Guide in modo palese nei nostri confronti; ecco ciò che fanno gli spiriti eletti nei confronti di tutti gli individui della terra che rimangono per lo più ignari di tale aiuto celeste (pur sempre rispettoso della loro libertà, delle loro libere scelte).

Apocalisse 21

“la nuova creazione” La Gerusalemme Celeste

Al termine di un lungo processo evolutivo (realizzato anche attraverso quello che chiamano ciclo delle rinascite in cui tanto aspra appare la lotta tra le due nature dell’uomo – quella materiale ed istintuale e quella luminosa e sottile -) abbiamo la grande, straordinaria ed inimmaginabile trasformazione: il passaggio dalla condizione di uomo a quella di super-uomo, la c.d. deificazione dell’individuo.

Per meglio comprendere, dobbiamo ancora una volta tradurre in parole correnti alcuni termini usati dall’autore; quando egli vuole riferirsi al corpo fisico dell’uomo utilizza la parola “terra”, mentre adopera il termine “cielo” quando vuole riferirsi allo spirito (la componente più elevata e sottile); con la parola “mare” egli vuole invece intendere la parte animica intermedia che si frappone tra i due citati. Dunque quando l’autore afferma: “Poi vidi un cielo nuovo ed una terra nuova. Infatti il cielo e la terra di prima erano scomparsi; neppure il mare c’era più.” dovremo interpretare nel modo seguente: “I vecchi corpi costitutivi dell’uomo – fisico ed astrale – non erano più visibili, al loro posto ve n’erano di nuovi – un nuovo cielo ed una nuova terra appunto – ed anche il corpo eterico era scomparso. Quest’ultimo infatti, avendo fatto da tramite – potremmo dire da interfaccia – tra l’astrale ed il fisico vecchi, non ha più ragion d’essere in quanto i due, ormai trasformati, non necessitano più di tale “mezzo”.

Giovanni ora vede il nuovo corpo dell’uomo e lo descrive come una città, una città santa: la Nuova Gerusalemme. Se prima l’uomo era stato simbolicamente equiparato ad un tempio (“Distruggete questo tempio ed io lo ricostruirò in tre giorni”, dice Gesù – v.si Giov. 2/18-22 -), ora, dopo la trasformazione, è equiparato ad una città; il mutamento da tempio a città è il risultato di una conquista, essa rappresenta il premio per colui che riesce “vittorioso”; nella città non vi sarà né dolore né morte (entrambe infatti non sono più necessarie all’evoluzione dell’uomo), anzi Dio Stesso vi dimorerà, a significare il raggiungimento di una completa purificazione: con la perdita della corporeità, della fisicità, e quindi della scoria, vi è la divinizzazione dell’individuo.

La Nuova Gerusalemme è anche definita la fidanzata o la sposa dell’Agnello e, nella descrizione che ne viene fatta, appare costituita da materiale preziosissimo e sfolgorante. La sua base poggia sopra 12 strati nei quali è scritto il nome dei 12 apostoli di Gesù; ciò a simbolizzare che la città poggia sulla Parola del Cristo, ed infatti furono gli apostoli a diffondere e a predicare la Buona Novella per il mondo.

Ha una forma cubica e, come sappiamo, il cubo è simbolo di stabilità in opposizione all’impermanenza del mondo della materia. La città misura 144 cubiti per ogni lato e 144 cubiti di altezza misurano le sue mura; vien detto che tale è la “misura d’uomo cioè di angelo”; l’autore qui vuol dirci che essa è strutturata non già con quelle dimensioni in senso letterale, ma che possiede le caratteristiche proprie dell’uomo angelicato ossia dell’uomo divinizzato.

Essa è inoltre dotata di dodici porte – tre per lato – sormontate da 12 angeli recanti i nomi delle 12 tribù dei figli di Israele (ossia della totalità del popolo); poiché sappiamo che per ogni tribù vi sono 12.000 segnati (V.si Ap.sse 7/1-8), avremo un totale di 144.000 “segnati”[14], ottenendo ancora la ricorrenza del numero che indica l’uomo/angelo: il 144 (se applichiamo poi a tale cifra la somma esoterica pitagorica, avremo 1+4+4= 9 numero, pari a 3 volte 3, che completa la serie trinitaria del Divino). Ma che cosa vuole intendersi con ciò? Attraverso quelle porte può accedere chiunque appartenga al novero dei salvati; in altri termini attraverso le porte della città è consentito entrare in contatto con le Coscienze dei segnati ed a tale scopo sono preposti gli “Angheloi”, i nunzi, i quali hanno la funzione di veicolare il transito, direi meglio il flusso, della corrente delle Coscienze attraverso i citati varchi, così come farebbe una folla di persone che entri o esca da una cinta muraria cittadina[15]. Tale allegoria è equiparabile al “Corpo Mistico di Cristo” della religione Cattolica e, in quanto tale, l’individuo, il piccolo minuto individuo, percepirà di essere contemporaneamente se stesso ed il tutto, o anche solo porzione di quel tutto. Si sentirà come – volendo ricorrere ad una semplice similitudine – il violinista che, pur rimanendo tale, avvertirà di essere al contempo “archi” o anche l’intera orchestra. In altre parole avrà conquistato l’ampliamento della Coscienza in misura e qualità strabilianti rispetto alla Coscienza di cui dispone l’uomo incarnato. Per fare ancora un esempio, la coscienza di me potrebbe abbracciare o, per meglio dire, espandersi al contempo in quella dello scienziato, del fabbricante di scarpe, del dentista, del poeta, dello scalpellino, del contadino, del lavapiatti, del meccanico, dell’ingegnere, del farmacista, del predicatore, del martire, del gobbo, del cieco, del pescatore etc. etc. etc….… , acquistando, in definitiva, un patrimonio incredibilmente immenso costituito dalla coscienza ora di questo, ora di quello o anche dalla somma delle coscienze evolute di molti, di moltissimi, tanti quanti gli abitanti di un’intera città per l’appunto, e financo di tutti… nell’Unità del Cristo!

All’interno della Città Santa non vi è tempio essendo Dio Stesso e l’Agnello tempio e lampada di essa. Dunque, non v’è corpo così come noi lo intendiamo oggi da incarnati, poiché il corpo è Dio Stesso, come dire che la Divinità abbraccia ed avvolge tutti.

Ma tempio non vidi in essa : il Signore Dio, l’Onnipotente, insieme all’Agnello, è il suo tempio. E la città non ha bisogno della luce del sole o della luna: la gloria di Dio, infatti, la illumina e l’Agnello ne è la lampada” (Ap.sse 21/22-24).

Questo il senso generale dello scritto che ovviamente cela molte più cose che possono essere comprese solo da chi è maestro o ha dimestichezza di numeri, di Qaballah, e possiede spiccata sensibilità alla interpretazione delle allegorie profuse nel messaggio.

Fin qui è da ritenere sufficiente sapere che Giovanni, iniziato ai Misteri ed apostolo di Gesù, non solo attraverso il suo Vangelo – già ricco di simboli di natura esoterica e misterica – ma anche in questo importantissimo testamento ispirato (mal compreso nei secoli), vuole dirci che il cammino dell’uomo è esperienza e lotta, frutto di libera scelta, che lo farà giungere, se vittorioso, all’ampliamento esplosivo della sua Coscienza o, al contrario, se soccombente, all’annichilimento dell’Io nella Morte Secunda.

Dunque se si sceglie di Vivere, Acqua di Vita è pronta ad essere somministrata all’assetato che, così scegliendo, muterà i suoi occhi acché veda il cammino da percorrere: il sentiero luminoso e misterioso del Padre Nostro Celeste.

 

 

  1. La Rivelazione in realtà è dono di Gesù Cristo a Giovanni – cui fu richiesto di metterla per iscritto -e a tutti coloro che si trovino nel tempo, ossia siano pronti a riceverla e a comprenderla.
  2. Avrò mutato, attraverso l’inchino fecondatore dell’Io Sono, i miei corpi fisico, eterico ed astrale in Budhi Atma e Manas (altresì definibili in: spirito vitale, uomo spirito e “Sé” cosciente spirituale).
  3. E’, in certo qual modo, l’Ares degli antichi greci, cioè la divinità che portava messaggi dal mondo superno nascosto agli uomini mortali.
  4. Fotismos: illuminazione per folgorazione. Ciò fu però riservato ad una ristrettissima cerchia poiché la pur dolce violenza del fotismos non è libertà “plena”.
  5. Taluno vuole vedere in tale opera il dischiudersi dei 7 “Chakras” maggiori, termine sanscrito per indicare i c.d. “fiori di loto” che secondo credenze indù sono centri di energia di cui disporrebbe l’uomo; questi, una volta schiusi, permetterebbero di percepire la realtà sottile invisibile all’individuo che dispone dei soli sensi fisici.
  6. Potremmo dire, senza voler essere per ciò blasfemi, che qualcosa di analogo avvenne con il dittatore Hitler che interpretò – in misura più ridotta, ovviamente, ed in versione umana opposta – lo spirito di un popolo, quello tedesco, rappresentandolo.
  7. Fatta eccezione per il centauro Chirone, dall’indole mite, saggio e conoscitore dell’arte medica, che fu precettore e maestro di Achille figlio di Peleo, l’eroe mitico della guerra di Troia.
  8. Tale brillamento, come si è detto, è la luce scomposta sotto forma di iride per opera del Logos creatore.
  9. Tale immagine fa presupporre che il “Sé” di Giovanni ha pieno dominio sulle sue parti inferiori e ciò non perché il “Sé” quale porzione divina glielo abbia imposto, ma perché il libero arbitrio concesso da Dio al piccolo “sé” – dunque a Giovanni incarnato – ha accolto il “Sé” grande permettendo il trasmuto dei corpi sottili.
  10. Lo Zodiaco siderale (da non confondere con quello astrale, di epoca successiva) era conosciuto sin dai tempi dei Sumeri (4000 a. C. circa), e suddivideva la volta celeste in 12 case che racchiudevano altrettante costellazioni – visibili ad occhio nudo e chiamate con nomi fantastici – , ciascuna delle quali occupava 30° gradi della circonferenza della volta, per un totale di 360° gradi.
  11. La precessione degli equinozi costituisce un movimento della terra della durata di 25920 anni. Il sole, a causa di tale movimento, sorge, per 2160 anni, in una delle case dello Zodiaco: Allo scadere di tale tempo, il sole sorge nella casa zodiacale successiva. Gesù, ad es., è nato quando il sole sorgeva nel segno dei “Pesci”, mentre da poco siamo entrati nel segno dell’”Acquario”.
  12. Con i dovuti arrotondamenti: se dividiamo i 1260 giorni per i 360 giorni di un anno, otterremo 3,5, ossia tre anni e mezzo che, come si vedrà appresso, l’autore indica anche come: “Un tempo, due tempi e metà di un tempo.
  13. Men che meno con la “questione chiliastica”, il millenarismo secondo il quale lo scoccare dell’anno mille avrebbe segnato il termine ultimo per il compimento dei tempi con conseguente fine del mondo.
  14. Tale cifra sembra contrapporsi in modo evidente al numero “666”, il numero della bestia, che è poi numero d’uomo, come ci dice lo stesso evangelista. Osserviamo intanto che se applichiamo lo stesso metodo pitagorico per il computo, vedremo che 6+6+6 ci darà 18 e che l’ulteriore somma 1+8 ci fa giungere al 9 ossia alla stessa cifra del 144 (1+4+4 =9). Ciò a significare che lo stesso individuo (indicato con la cifra 9) può essere uomo/bestia o uomo/angelo, a seconda che abbia o non percorso una certa serie di tappe evolutive sul piano della coscienza.
  15. Pietro Ubaldi nei suoi libri definisce tali flussi di pensiero “Nouri” o “correnti nouriche”.

 

“Per gli antichi egizi tutto è ciclico, anche il tempo. Essi disdegnano il tempo lineare che i greci prediligevano e che lasciarono in eredità agli occidentali. Il tempo lineare, come la freccia di Zenone di Elea, è una fuga in avanti, una corsa che si perde nel futuro, dimenticando il passato ed ingannando allegramente il presente perché scompaia al più presto. Pericolosa concezione è questa di un tempo che divora se stesso, l’orco Kronos che divora ingordo la sua tenera prole ”.

Dunque tempo forse erroneamente inteso da noi in senso esclusivamente lineare.

Gli antichi egizi avevano intuito la sua struttura circolare o ciclica; e gli esempi non mancano di certo: giorno/notte; veglia/sonno; il ripetersi delle stagioni dell’anno; perfino il respiro (inspirazione ed espirazione); anche la nostra vita percorre (pensateci) tappe cicliche. Anche i cicli vita/morte potrebbero appartenere a tale modo di intendere il tempo ove si accetti l’ipotesi della reincarnazione.

Anche su questo tema le Guide ci hanno donato parole illuminanti:

Detta questione è basilare per comprendere prima e sapere di avere compreso poi il significato stesso della realtà che vivete.

Esso – il tempo – è composto mentalmente da miriadi di secondi per tutta l’eternità; eppure esso è a misura d’uomo misuratore della vita dell’uomo. E senza l’uomo, esso non avrà più significato di esistere. Poiché in effetti non è quale entità autonoma in sé.

Eppure il tempo è insito in noi – non più in Noi – e senza di esso non percepiremmo alcunché, cristallizzati in un unico presente senza significato veruno.

Allora è necessario comprendere il significato del tempo, poiché – come dovremmo sapere – il tempo prende significato se gli si conferisce un significato. L’eternità è un tempo che rappresenta il divino poiché ad esso l’uomo dà il significato di negazione della morte e dunque della fine di ogni cosa. Il tempo di una vita umana ha significato poiché ad esso si conferisce il significato delle azioni che in quella vita si vogliono compiere, poi si compiono, infine sono compiute.”

Possiamo raffigurare il tempo – inteso nella sua accezione ordinaria – come lo scorrere di un corso d’acqua nel quale tutto fluisce.

Il nostro tempo è dunque il tempo della vita, quello del fluire lineare delle cose. Ma esso è altresì da intendere in altro senso, sotto un profilo soggettivo.

In una lontana comunicazione la nostra Guida ci parlò dell’età pietrina, di quella paolina e di quella giovannea.

Nell’età pietrina che vuol rappresentare il Padre era la legge sull’astrale che rifletteva sull’ “io sono” non ancora “Io Sono”. Nell’età paulina la fede realizza l’ “Io Sono” e diviene principio del trasmuto. Nell’età giovannea il trasmuto è completo e l’ ”Io Sono” governa in unità sincosmica con gli altri “Io Sono”.

I figli della Casa sono giovannei come il loro rappresentato da Spirito Santo; i paulini dal Figlio.

Evidentemente qui si parla di età, di tempi soggettivamente intesi. Chi è nell’età pietrina non è ancora in grado di comprendere autonomamente quale sia la strada da seguire per tornare al Regno. Il percorso evolutivo gli viene indicato dall’esterno, dalla Legge che, attraverso il karma, opererà il riequilibrio dell’ordine turbato dalle scelte, libere ma sovente erronee, del piccolo sé umano.

Le Verità iniziatiche, i Misteri del Regno possono essere compresi solo se si è raggiunto un certo grado di evoluzione spirituale, solo se si è nel tempo. In tale ottica il tempo assume, per l’uomo, un valore analogo a quello che riveste il dolore. L’uno e l’altro hanno significato nella misura in cui valgono a determinare il cammino del Sé, il progresso della coscienza, l’evoluzione dello Spirito. Quel tempo così speso è tempo che ha “significato”. A che vale infatti se la coscienza rimane addormentata nonostante esso?

Ma, dalle considerazioni rilevate dalla “Grande Sintesi” di P. Ubaldi, possiamo comprendere meglio il tempo ed i suoi significati che chiariranno, mi auguro, anche quanto detto in precedenza:

Ubaldi sostiene che le dimensioni – tutte – sono costituite da unità trifasiche. Cioè ciascuna di esse è costituita da tre momenti; superare la terza fase significa penetrare nella dimensione successiva, contigua alla precedente.

Cominciamo con la dimensione spaziale. Dal “punto” geometrico, che potremmo definire “dimensione zero”, ha origine la “linea” come prima espressione spaziale; quindi il “piano” come seconda espressione; terza ed ultima il “volume”. La materia si manifesta in uno spazio a tre dimensioni progressivamente in tre fasi successive. Sarebbe peraltro assurdo ricercare una continuazione quadridimensionale in un sistema a tre. Quale la dimensione successiva e contigua allo spazio? La dimensione tempo. Vediamo come esso si sviluppa in una nuova entità dimensionale trifasica. Ogni fenomeno nel suo spostarsi nel tempo acquista una sua, potremmo definirla, “coscienza lineare” (prima fase con linearità del tempo). Detto fenomeno comporta solo il progredire dell’energia nel tempo ma non è ancora in grado di essere vita e coscienza; non si espande oltre la linea del suo divenire. Nella 2° dimensione concettuale (corrispondente nella dimensione spaziale alla superficie) abbiamo la coscienza (subumana ed umana); terza dimensione concettuale (corrispondente al volume) è la supercoscienza.[1]

Ancora vorrei richiamare i gradi della Iniziazione Cristica:

La “Paraskene” o “Preparazione” culminante nel “Discorso della Montagna”; la “Katarsis” ravvisabile nelle “Guarigioni Miracolose”; la “Teleiosis” o “Illuminazione” che può ravvisarsi nella resurrezione di Lazzaro; la “Epiphaneia” o “Visione dall’Alto.

Dunque visione dall’alto che concettualmente ben si sposa con quanto asserito da Ubaldi quando parla – in relazione alla terza dimensione del tempo – di uscita dalla superficie temporale (come dimensione rapportata allo spazio) per sollevarsi al di sopra (come dimensione rapportata allo spazio) ed ottenere una visione d’insieme immediata e globale di detta superficie con capacità financo precognitiva dal momento che guardando dall’alto la linea o il piano temporale posso scorgerne il punto di partenza ed intuire quello di arrivo: ossia il futuro.

Se diamo per corretta la tesi fin qui sostenuta, forse abbiamo anche trovato la chiave del pensiero piuttosto oscuro dell’Entità quando dice che : “L’insieme dei tre (corpi) costituisce il significato da dare al tempo; ma esso significato non ha valore se non “ricambia” di significato i tre (scoprire il “significato” di questo pensiero è – ad esempio – un compito propedeutico all’iniziazione)”. Infatti il cammino iniziatico (che altro poi non è che il cammino atto al raggiungimento della condizione superumana) non potrebbe prescindere dall’acquisizione di tali concetti espressamente riferibili alla nozione del tempo. Ciò spiega, anche sotto il profilo squisitamente razionale, il motivo per il quale noi in questo stadio evolutivo ci troviamo immersi in una realtà che comunemente indichiamo come esperienza della materialità – senza però pienamente comprendere il senso della definizione – la quale è per l’appunto caratterizzata dall’essere immersi nelle dimensioni spazio-temporali. Dunque il tempo – inteso nella sua accezione ordinaria – possiamo immaginarlo come lo scorrere di un corso d’acqua nel quale tutto fluisce e cammina, ma non solo, poiché è altresì da intendere come ulteriori dimensioni concettuali che attengono al grado evolutivo dell’individuo. Ecco spiegata la ragione per la quale spesso l’Entità ci dice che comprendiamo o meno taluni concetti se siamo o non nel tempo. Ed ancora quando parla del nostro tempo riferendosi alle date corrispondenti ai giorni in cui facciamo le riunioni, Essa si riferisce verosimilmente al tempo della prima dimensione (quello del fluire lineare delle cose).

In quest’ottica, quante vite scorrono affaccendate in occupazioni sostanzialmente oziose, inidonee al percorso di evoluzione spirituale che dovrebbe guidare noi tutti! Il “tempo” così speso si consuma in tal modo inutilmente, senza valore e senza significato.

Del pari il dolore: esso ha significato nella misura in cui mi avverte dell’errore, mi fa da spia di cammino erroneo rispetto all’obbiettivo che il Sé si era prefissato. Ignorare il dolore o non sforzarsi di comprenderlo equivale a soffrire in modo sterile ed improduttivo .

Tutto ciò premesso e per concludere l’argomento dovremo per un attimo tornare all’incipit del vangelo di Giovanni e riportare un frammento di una comunicazione:

In principio era il Verbo …. e così via dicendo.

Ma fu davvero così? O invero era, è e sarà tutto unitamente Uno? Naturalmente è la seconda ipotesi quella vera; non la prima. Ma allora che senso dobbiamo attribuire a quella frase “in principio” e così via dicendo? Se, come è stato illustrato, il senso del tempo altro non è che significazione della coscienza e della conoscenza non potremo che concludere dicendo : In principio della conoscenza, e dunque non in principio della realtà. Ecco il punto di fuoco della questione della conoscenza. Della contezza di ciò. Del sapere che è -. Non del vero essere di ciò.

  1. Esaminiamo con le parole di Ubaldi la dimensione concettuale propria dell’uomo corrispondente alla 2° dimensione temporale, dopo la quale esamineremo la 3°:

    A) La coscienza umana non è lineare, cioè limitata a se stessa o ad un fenomeno, ma può uscire e muoversi su tutte le linee della superficie, in ogni direzione, abbracciando, come coscienza, moltissimi fenomeni e ciò finché non evolverà. Ciò significa che essa è legata al relativo, non può che muoversi nel finito, non sa concepire che per analisi, cioè attraverso l’osservazione e l’esperimento, tale è la vostra scienza.

    1. Per raggiungere il volume è necessario che la superficie si muova in una nuova direzione, per raggiungere la supercoscienza è necessario moltiplicare la coscienza per un nuovo movimento. E’ così che solo per moltiplicazione di analisi voi potete approssimarvi alla sintesi. La supercoscienza è dimensione concettuale volumetrica, che si ottiene elevando la perpendicolare sul piano della superficie della coscienza, conquistando così un punto di vista fuori del piano, l’unico punto che può dominarlo tutto. E’ così che la supercoscienza sola supera i limiti del vostro concepibile, domina il relativo nella visione diretta dell’assoluto, domina il finito movendosi nell’infinito, non concepisce più per analisi ma per sintesi.

    Dunque non più lento ed imperfetto meccanismo della ragione , ma intuizione rapida e profonda, Non più proiezione della coscienza verso l’esterno attraverso mezzi sensori che non toccano che la superficie delle cose, ma espansione in tutt’alta direzione, verso l’interno, percezione animica diretta, contatto immediato con l’essenza delle cose.

 

Esso rimane per gran parte ancora un mistero. La scienza umana lo ha lungamente studiato ed ha effettuato esperimenti per scioglierne i nodi e carpirne i segreti. Tale fenomeno, che appartiene alla fisiologia umana, è condiviso anche da gran parte delle specie animali.

La scienza povera ci racconta che il sonno fornisce innanzitutto riposo al nostro corpo stanco per le attività svolte nella giornata: esso permette lo svolgimento di attività chimico-fisiche dei vari organi (fegato, reni etc.) che riportano in equilibrio l’organismo affaticato; nello stato di sonno si svolge anche un’intensa attività elettrica; molteplici sono infatti le operazioni che espleta il nostro cervello: vengono fissati ricordi, vengono operati dei “resettaggi” (per dirla con termini cari alla scienza informatica), vengono riequilibrati aspetti psicologici ed emozionali che hanno interessato la persona durante la giornata (per es. frustrazioni nell’ambito del posto di lavoro, in famiglia, o altro).

Il processo inizia mediante una fase di cd. curarizzazione: il corpo cioè entra in uno stato di torpore ed opera una sorta di deafferentamento della mente. E’ questa la condizione che più ci interessa in questo ambito. E’ esperienza comune quella di constatare come, durante il sonno, la mente sembri vagare, priva di guida, in processi irrazionali o percorrere successioni di immagini che al risveglio, sottoposte al vaglio razionale, appaiono un non-sense del pensiero logico.

Sui sogni molto è stato detto e scritto sia da parte della scienza che da parte degli psicologi.

L’attività onirica, sappiamo, si palesa nel corso delle due fasi di entrata nel sonno e di uscita da esso: rispettivamente la ipnagogica e la ipnopompica, ma anche in quella definita REM (rapid eyes mouvements).

Ciò che a noi preme di più è però poter individuare l’origine dei sogni. Quest’ultima infatti non è univoca e pertanto dobbiamo distinguere il sogno in due categorie che potremmo definire: imago e fanìa (immagine e apparizione/contatto). Mentre la prima trova sicuramente origine nella macchina/cervello – sia pure dovuta alle più varie cause, da quelle organiche a quelle di natura psicologica -, la seconda ha un’origine più oscura e, potremmo dire, misteriosa.

Il sonno, proprio perché agevola la deafferentazione del corpo fisico da quello psichico[1] (l’anima, secondo taluni), crea talvolta le condizioni per far sì che il nostro corpo sottile o eterico (o astrale secondo alcuni) entri in contatto con la dimensione nascosta. E’ il momento in cui abbiamo l’occasione per affacciarci su realtà apparentemente ignote o particolari; esse spesso ci appaiono avvolte da un’atmosfera di grande pace; ci è inoltre consentito di incontrare persone sia defunte che ancora viventi. La intensità delle sensazioni che tali sogni a volte ci provocano può essere di tale forza da persistere per tutto il giorno successivo ed a volte anche per tutta la vita.

Anche questi ultimi contatti, pur nella loro peculiarità, si traducono in definitiva in immagini; ciò avviene perché si rende necessaria una sorta di transduzione: la percezione immateriale del mondo nascosto, grazie all’azione di “interfaccia” del corpo eterico, viene trasferita al cervello (fisico) che traduce in immagine quanto percepito; così, se il contatto riguarderà un nostro parente defunto, la percezione di costui verrà tradotta nell’immagine fisica che è custodita nei ricordi della persona che sogna ed analogamente avverrà per il colloquio. Questo si svolge infatti attraverso una sorta di telepatia; ma, appena trasferito nel cervello, viene tradotto in un dialogo di tipo verbale – come se si fosse svolto con mezzi fisici – e come tale viene fissato nella memoria cefalica.

Non sempre, tuttavia, questi contatti vengono tradotti e poi trasferiti nell’ambito cerebrale; il più delle volte ciò non avviene e pertanto rimangono ignoti alla nostra coscienza.

Il sogno era sin dall’antichità considerato un canale attraverso cui comunicare con le entità superiori. Molteplici i casi riportati nella Bibbia. Nel Vangelo di Matteo, ad es., in tal modo i Magi vengono avvisati di non tornare da Erode: “Quindi, avvertiti in sogno di non passare da Erode, per un’altra via fecero ritorno al proprio Paese” (Mt 2-12); Giuseppe, in Mt 2-19/23, viene avvisato per due volte in sogno dall’angelo del Signore. Ma gli esempi potrebbero continuare.

Il fenomeno appena descritto costituisce una residuale, atavica capacità di cui erano dotati i nostri antenati nell’epoca lemuro/atlantidea; un’epoca in cui la conoscenza avveniva attraverso quello che veniva chiamato “il serpente”, una sorta di appercezione – conoscenza immediata non razionale – simile a quella di cui sono dotati taluni sciamani di società tribali presenti ancora oggi nel nostro pianeta.

Piccoli residui di tali capacità permangono tuttora in noi uomini del XXI secolo. Non si usa forse l’adagio che recita: “La notte porta consiglio”? Un detto popolare che trova origine da esperienze non infrequenti; problemi banali del vivere quotidiano spesso trovano soluzione al mattino al momento del risveglio. Anche talune intuizioni di carattere scientifico possono affacciarsi alla mente del ricercatore durante il sonno.

Per le ragioni suesposte il sonno viene spesso equiparato alla morte: esso ci dice molto più di quanto poi siamo capaci di comprendere.

Quando la sera ci corichiamo moriamo in certo qual modo al mondo fisico. Il tempo si annulla poiché ne perdiamo la percezione. I sogni danno ristoro alla nostra psiche e l’indomani, al risveglio, rinasciamo ancora una volta al mondo degli affanni, degli assilli, delle fatiche e soprattutto di quei quesiti che troppo spesso non ci vogliamo porre ma ai quali, se ce li ponessimo, non saremmo razionalmente in grado di dare risposta.

  1. Molti parlano di distacco del corpo astrale da quello fisico durante il sonno; un distacco non completo poiché il collegamento tra corpo fisico e corpo astrale verrebbe mantenuto dal cd. cordone d’argento – una sorta di filo energetico (taluno dice allungabile all’infinito, ma ciò presupporrebbe una dimensione spaziale) – che consentirebbe all’astrale di viaggiare in tale universo sottile della realtà mantenendo il collegamento e la vita del corpo fisico.

 

La nube vuol indicarci l’ “ADE” (o Erebo), quel luogo mitologico ove vagano le ombre dei morti nella carne, luogo che nell’Apocalisse è destinato, assieme alla morte prima, ad essere (per coloro che hanno raggiunto l’evoluzione spirituale) gettato nello stagno di fuoco. Ciò sta ad indicare che colui che si è evoluto non ha più necessità di reincarnarsi, ma potrà accedere ai piani superiori dell’Essere. Il ciclo vita terrena-morte fisica- accesso all’Ade/nube-reincarnazione-morte-Ade non ha più ragion d’essere (il “samsara” o ciclo buddista delle rinascite ha termine).

La Nube è allora il luogo (non visibile)[1] nel quale si posiziona il corpo Sottile quando il fisico muore; esso Sottile infatti si colloca in quella regione evanescente prossima al non-tempo cronologico umano, che è rappresentato dal sottostante piccolo cubo rotante.

Lo stesso Platone ci parla di una nube luminescente costituita da un vorticar di fiamme che avrebbero lo scopo di trasportare in terra le anime, ormai purificate, di coloro che devono reincarnarsi. Quivi scelgono la loro prossima vita; quindi, dopo aver bevuto l’acqua del fiume Lete, dimenticano le loro trascorse esistenze terrene.

Secondo le teorie antroposofiche, Steiner definisce detto luogo – o per meglio dire detta condizione – col termine sanscrito Devachan (lett.: posto felice) .

“Egli le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi? “Quella, pensando che fosse l’ortolano, rispose: “Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove lo hai portato ed io lo andrò a prendere”. Le disse Gesù: “ Maria!” Quella voltatasi gli disse in ebraico: “Rabbunì”. (che significa Maestro). Le dice allora Gesù: “Non mi trattenere più oltre perché non sono ancora salito al Padre. Va’ invece dai miei fratelli e di’ loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. (Giov. 20/15-18). Secondo una diversa traduzione del testo greco, Gesù avrebbe invece detto a Maria: “Non continuare ad abbracciarmi, come se tu mi volessi trattenere, avendo tu ancora altre possibilità di vedermi, prima della mia ascensione. Ora va’ a dire ai discepoli che sto per salire al Cielo, anziché essere trattenuto nel soggiorno dei morti” (Da intendersi: “Sto per accedere al Regno senza trattenermi nella Nube”).

Facciamo ora delle considerazioni.

Lo spirito di Gesù cala attraverso la nube (energie egoiche) e si incarna nel figlio di Maria; nasce quindi come qualunque creatura umana e, come tale, possiede sia il piccolo “” che il grande “”: perciò figlio dell’uomo poiché in un corpo umano Egli si era incarnato, incarcerato.

E’ proprio in tale condizione che, in piena libertà, farà la sua scelta: rifiutare la missione che si era proposto prima di nascere o accettarla e portarla a compimento? La scelta finale, non facile come sappiamo, fu operata nel Getsemani. Egli sentiva il Suo Spirito che pressava. Ma era dilaniato dal suo essere in tutto e per tutto figlio dell’uomo con l’istinto di conservazione, la paura del dolore e l’orrore della morte fisica che lo tormentavano sussurrandogli a gran voce: “Non soffrire, non morire… VIVI!”

Il figlio dell’uomo non ascoltò la voce dell’ego, ma quella dello Spirito, cioè del Padre, e scelse la strada del supplizio. Il sé di Gesù aderì dunque totalmente al Sé divino, al Logos che in lui era disceso. Il sacrificio del più puro ed elevato tra gli uomini si fuse con il sacrificio della Divinità. Si attuò così la Riconciliazione fra l’umanità e Dio. L’equilibrio turbato dal Peccato Originale, da tutto il male (passato, presente e futuro) commesso dall’intera umanità, quell’equilibrio che gli uomini non sarebbero mai da soli riusciti a ricostituire, per quanti sforzi di riparazione avessero posto in essere nel corso di innumerevoli vite di dolore e di espiazione, quell’equilibrio si poté quindi ristabilire, perché il prezzo di dolore era stato pagato dallo stesso Logos, dal Figlio attraverso Gesù. Così, quando fu il tempo, l’uomo Gesù, ormai divinizzato, ascese al Cielo attraverso la nube senza che le forze egoiche in essa presenti (simbolizzate nel Vangelo dall’abbraccio di Maria di Magdala) potessero trattenerlo, poiché il Suo Cuore era ben più “leggero di una piuma”.

Dopo la morte, il corpo fisico di Gesù, deposto nel sepolcro, si smaterializza in un’ esplosione di luce. La resurrezione si manifesta allora con la capacità da parte di Gesù di raccogliere atomi dalla materia dell’ambiente circostante e ricostruire la propria struttura fisica (grazie al Suo doppio ectoplasmatico), un involucro materiale temporaneo che Gli consente di rendersi visibile agli occhi ancora umani dei discepoli con i quali più volte (tre in tutto) si intrattiene dopo la Sua Morte, cenando e parlando con loro a riprova che la Sua morte non era vera morte; altresì dimostrando loro che era stato capace di vincerla così come ogni uomo sarebbe stato in grado di fare.

Nei Vangeli canonici non è specificata la assunzione di Gesù in Cielo attraverso una nube, ma ritroviamo tale particolare negli atti degli Apostoli al cap. 1/9-10:

Dette queste cose, mentre essi lo stavano guardando, fu levato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.”

Viene detto ancora negli Atti degli Apostoli 1/11-12: “(…) Questo Gesù che è stato assunto in mezzo a voi verso il Cielo, verrà così in quel modo come lo avete visto andarsene in Cielo”.

E’ dunque previsto un ritorno di Gesù che discende dalla nube?

Forse tale incontro avverrà nel momento in cui anche noi, disumanizzati, ci trasformeremo da figli dell’uomo in Figli di Dio ascendendo a Lui proprio attraverso quella nube, o forse, abbandonato il corpo fisico dopo la morte, saremo trasportati all’interno della nube (l’Ade) ove vedremo Gesù venirci incontro?

“Il Regno dei Cieli è dentro di voi”, aveva insegnato Gesù ai discepoli.

Due i percorsi che portano alla Nube: la morte prima ed il cammino iniziatico.

Per chi affronta la morte prima, la nube è luogo di stazione e di riflessione. E’ l’apice dell’Accoglienza di Dio. Tre le strade che dalla nube si dipartono: la prima verso il Regno; la seconda verso la morte secunda; la terza nella nuova rinascita nella carne, offerta al peccatore che vuole riparare o progredire sul piano spirituale.

Agli iniziati, coloro cioè che riescono nella non facile scalata ai Misteri ed attraverso Essi, è data la possibilità di esercitare l’ “accompagnamento”; colà ove cessa l’accoglienza di Dio ed ha inizio l’accompagnamento di coloro che dovranno, anzi potranno, scegliere il passo successivo. Questo potrà consistere nel fermarsi e morire, cessare di essere, ossia sprofondare nel silenzio immoto dell’Inferno ove lo Spirito individuale non ha più possibilità di esprimersi. Al contrario, il sé potrà chiedere di vivere nuovamente conservando la coscienza ed il soffio divino, al prezzo però di affrontare una volta ancòra la vita terrena con il carico karmico che essa impone. Gli spiriti degli iniziati, ad imitazione di Gesù che tutti accoglie ed accompagna, colà possono dare ai fratelli aiuto, conforto, sostegno, nella scelta del cammino di vita verso le regioni dell’Essere.

Sempre all’uomo è data libertà: essa, come abbiamo visto, riesce mirabilmente, divinamente, a conciliarsi con la giustizia (la legge del karma) e l’amore (‘ché l’accompagnamento non potrebbe definirsi altrimenti).

Ma v’è ancora da dire che la nube non è un vero e proprio luogo, bensì una condizione per il disincarnato in cui non v’è stazione bensì attività in cui si coltiva con fatica la pianta della conoscenza e della coscienza. Chi muore e vive nella nube dovrà adoperarsi al proprio miglioramento e alla propria crescita spirituale.

Il libro tibetano dei morti chiama la nube Bardo Todol, ed insegna formule, preghiere ed espedienti per affrontare tale condizione a coloro che hanno lasciato la vita materiale.

Così recita un passo suggerito dalle guide:

“Il regno che insiste nella regione dell’oltretomba, donde dicono alcuno aver mai fatto ritorno, non giace né riposa in eterno. Esso, di contro, ferve d’ignota ai mortali incessante attività. Tale sconfinato regno riposa su cardini che affondano nei cuori dei viventi e per loro, ignari, urge di indomita operosità”.

  1. Nel libro tibetano dei morti viene chiamato “Bardo”.

 

Il presupposto della Riconciliazione è l’esistenza di uno strappo sopraggiunto in un rapporto affettivo, in un legame tra due esseri che per tale ragione si sono separati.

Del tema in questione dobbiamo esaminare quattro aspetti:

  1. Riconciliazione con Se Stessi;
  2. Riconciliazione col prossimo ;
  3. Riconciliazione con Dio;
  4. Riconciliazione dell’Umanità con Dio.

Riconciliazione con Se Stessi.

Riconciliarsi con Se Stessi equivale a perdonarsi.

Rammentiamo che il perdono compete solo a Dio. Noi possiamo (e dobbiamo) accogliere i fratelli, senza giudicarli; ma abbiamo facoltà di perdonare unicamente noi stessi. (Il Sé – scintilla divina – giudica il sé). Non è facile. La serena valutazione critica della nostra condotta ci offre sempre alla vista uno specchio appannato dalla colpa. Tutti siamo peccatori. Ma la strada da seguire, una volta riconosciuto il male che è in ognuno di noi, non è quella del tormento in un continuo, sterile rimorso. Questo, incatenandoci al passato, non consente alcun progresso spirituale. Riuscire a perdonarsi dopo essersi giudicati significa dimenticare il male commesso e procedere fermamente verso il bene, agendo IN AMORE verso i fratelli, accogliendo in sé l’IO SONO, consentendoGli di penetrare in noi.

Grazie all’intervento del Cristo attraverso Gesù di Nazareth, la via è tracciata, la cortina del Tempio squarciata, tutto è stato rivelato: “Aprite la porta a Cristo! Non abbiate paura!”. La più bella esortazione di Giovanni Paolo II – questa – da intendersi anche come: “AscoltateLo, seguiteLo, convertitevi, metanoèite, riconciliatevi con Lui, con l’IO SONO”.

Colui che attua la “Riconciliazione” mediante l’actio in amore ha consapevolezza di non essere un Sé separato bensì facente parte dell’Uno-Tutto al pari degli altri Sé.

Riconciliarsi, o riconciliare, significa quindi rendersi parte attiva alla ricomposizione dell’Unità (Bene) operando contro ciò che divide (Male) per non alimentare la condizione di separatezza che soggettivamente (solo soggettivamente) l’uomo vive.

Dio, invero, (apparente contraddizione) è e permane in Sé l’Uno-Tutto.

In altre parole, ciascuno deve poterSi amare, ovvero è necessario che il sé (il piccolo io individuale) ami il Sé (la scintilla divina che è in lui) ed indirizzi la sua condotta non verso le egoistiche mete che naturalmente lo attraggono, bensì – anche a costo di sacrificio – verso il progresso spirituale, verso l’attuazione del Sé.

Così, se mi trovo ancora sotto l’elsa della Legge (poiché vivo l’epoca pietrina –sono cioè “cefa”-), dovrei poter accettare di buon grado ciò che Essa Legge m’impone; dovrei infatti comprendere che tale processo karmico è necessario al riequilibrio dell’ordine turbato dall’operato del mio sé.

Se è una malattia quella che dovrò affrontare, debbo riuscire ad accettarla poiché, così facendo, accolgo ciò che l’Ananke ha scelto per il mio sé. Ribellarsi significa non comprendere; il che renderebbe sterile la mia sofferenza e mi costringerebbe a ripercorrere la stessa tappa di vita terrena (in questa o altra incarnazione). La malattia, infatti, nel caso specifico non ha lo scopo di angariare ma quello di far comprendere e far progredire; è cioè dolore salvifico, finalizzato all’accrescimento della mia coscienza e dunque all’evolversi del mio Essere.

In definitiva, se io accolgo la Legge che è posta da Dio, Lui accoglierò, ancorché tale accoglienza si concretizzi in quella del mio Causale che esegue, applicandolo, il dettato Normativo Divino.

Potrei quindi aggiungere che l’inferno del cristianesimo (ma anche di altre religioni) altro non è che la Legge, ossia il Karma, che s’imporrà a coloro che, essendo ancora “cefa”, non dispongono di altro strumento per comprendere.

Vi è altresì la possibilità che altri, “pagando” in mia vece il debito, ricucia lo strappo da me prodotto e riequilibri in tal modo l’ordine turbato.

Sorge allora spontaneo il quesito: se anche fossi capace di seguire tale percorso di Amore, non sarei comunque tormentato dalla consapevolezza di non aver amato abbastanza? Di non essere riuscito a far sempre ciò che avrei dovuto? Non finirei col condurre la mia restante vita tormentandomi per non essere stato “sufficiente” in amore? Il Cor Meum sarà mai nella quiete dell’Uno-Tutto?

Qual è allora la misura che potrà determinare la sufficienza o meno dell’operato? In verità non esiste misura rigida tal che si possa affermare insufficiente l’operato se al di sotto di essa o, al contrario, sufficiente al di sopra; essa misura è “gnomone” divino, è la piuma di Thot nella psicostasia dell’antico Egitto. Egli misurerà, e vorrà e potrà “giustificarmi” di fronte a Quel Me Stesso, sempre libero lasciandomi di pronunziar sentenza di condanna, ‘ché al pari di come giudicai in vita così sentenzierò.

Ma infine è “L’obolo della vedova” che ci dà misura di sufficienza… a significare quanto in amore di ciò che avrei potuto fare feci e quanto non, pur potendo.

Ed allora tentiamo d’imitarLo misurando noi così: DIMENTICHIAMO il torto, pur grande, subìto ed ESALTIAMO il bene, pur minimo, ricevuto; e PARIMENTI sarà a noi da Noi [1] misurato!

Riconciliazione con il prossimo.

Ipotizzando che la riconciliazione avvenga tra due persone, esse, una volta riappacificate, torneranno ad essere unite; ma, per fare ciò, occorre che dimentichino i torti che ciascuna ritiene di aver subìto dall’altra. Dimenticare il male ricevuto diviene pertanto parte essenziale di ciò che usualmente, ma erroneamente, chiamiamo “perdono”.

Riconciliazione con Dio

Anche in questo caso è intervenuta una frattura, una divisione. (Ricordiamo la parabola del figliol prodigo).

Potremmo dunque affermare che il nostro intendimento di far ritorno al Regno abbia come presupposto la “Riconciliazione” col Padre dopo una divisione, un allontanamento da Lui.

La riconciliazione (sia essa sul piano umano che sul piano sottile) consiste nel risarcimento dello strappo prodotto. L’ago ed il filo sono costituiti dall’Amore.

In definitiva, se io vorrò riconciliarmi con Dio che cosa dovrò fare?

Prima di tutto ricercare i miei torti; (tanto più sarò capace di amare tanto più me ne ascriverò: ricordiamoci della peccatrice di Magdala); apprezzarne la gravità e pentirmi di essi; poi cercare di risarcirli con l’actio in amore (se stai per portare un’offerta al tempio, prima riconciliati con il fratello e solo dopo porta l’offerta); quindi perdonarmi (riconciliarmi con Me Medesimo). E finalmente l’anima mia, fin qui scossa, si acquieterà nel Signore! Ma se i torti li avessi subiti? Allora dovrei operare in amore verso l’offensore e fargli comprendere che lo strappo che egli ha prodotto gli ha provocato un danno (la Legge pretenderà il risarcimento e lo obbligherà al riequilibrio anche a prezzo di dolore); al tempo stesso dovrei tentare di fargli comprendere che io ho comunque DIMENTICATO la sua offesa!

Riconciliarmi con Dio, dunque, non può prescindere dal riconciliarmi col mio prossimo accogliendolo! Se lo accoglierò mi riconcilierò. Ed il collante è sempre lo stesso: l’Amore, che costituisce l’antidoto all’orgoglio ed all’egoismo.

Ma se a causa della esasperata egoità gli strappi fossero innumerevoli? Se la situazione fosse per l’Umanità intera tale da rendere estremamente difficile l’opera di ricomposizione delle lacerazioni intercorse nel tempo? Si prospetta allora la quarta ipotesi di riconciliazione :

Riconciliazione dell’Umanità con Dio Padre

Ecco sopraggiungere il Cristo. Egli ci ha insegnato, con l’accogliere l’umanità – allontanatasi troppo dal Regno – la Via della Riconciliazione con Dio Padre.

In realtà la Riconciliazione operata dal Cristo in veste di paciere consiste nel Suo essere interprete della Voce del Padre che chiama, inascoltato, l’uomo a Sé (Dalla comunicazione di Mr. X: “Allora sai di avere perduto la luce, ma Dio Padre ti chiama ancora! Egli può tutto e vuole dimenticare, per amore di averti con Sé.”). La Voce non udita – poiché troppo sordo l’uomo del tempo di Gesù, soffocato da una predominante materialità che lo vincola in basso – è la Voce dell’Io Sono, del Sé, protagonista dell’avventura umana e Pilota del viaggio.

Genesi 3/13-15. Il Signore Iddio chiese alla donna: “Perché hai fatto questo?” E la donna rispose: “Il serpente mi ha ingannato[2] ed io ho mangiato” Allora il Signore Iddio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii maledetto fra tutti gli animali domestici e fra tutti gli animali selvatici. Tu striscerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita (leggi: ti nutrirai di materia).

Porrò ostilità tra te e la donna, fra il tuo seme e ed il seme di lei. Esso ti schiaccerà la testa e tu insidierai il suo tallone”. (…). Poi il Signore disse: “ Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi (Elohim?) nella conoscenza del bene e del male. Ora dunque, che egli non stenda la mano e non colga anche dall’albero della vita e ne mangi e viva in eterno.”

L’evento produsse uno strappo tra la divinità e l’uomo.

Va ancora una volta ricordato che il peccato originale non è la conseguenza della colpa dei nostri progenitori, bensì un peccato che ciascun uomo commette nello scegliere, in assoluta autonomia, di incarnarsi, allontanandosi così dal Regno.

Il simbolo del racconto biblico è dunque adattabile a ciascuno di noi. Infatti abbiamo scelto liberamente di mangiare quel frutto e di intraprendere l’avventura umana al pari di Adamo e, al pari di Adamo, ciascuno di noi ha perduto il Paradiso. Il ritorno, la risalita, comporta il divenire “uomini nuovi”, “novelli Adamo” (come ci ha insegnato il Cristo), comporta la riparazione dello strappo provocato con la scelta libera di allontanarci.

Su quanto esposto si impernia la quarta ipotesi di Riconciliazione: quella dell’Umanità, nel suo insieme, col Padre. La “salvezza” è in realtà il ritorno alla Casa Paterna, è l’abbraccio col Padre che ci attende, è il risarcire lo strappo prodottosi tra Padre e Figlio. In questo caso per Figlio deve intendersi l’Umanità nella sua interezza e non già la somma delle singole individualità.

Ma in soccorso è arrivato il Cristo, che all’Umanità si è legato karmicamente scegliendo – per inconcepibile dono d’amore – di “accompagnarla” fino alla fine dei tempi, ossia fino a quando anche l’ultimo uomo non sia posto in salvo. Ecco la Missione completa del Buon Pastore verso le Sue pecore.

Il serpente (il male) insidierà il seme della donna (l’umanità), ma la Donna genererà Colui che vincerà il mondo (il Cristo Gesù), che schiaccerà la testa del serpente (il male) e renderà vittoriosa l’umanità.

In verità il serpente rappresenta simbolicamente quelle spinte, da Dio donate, che consentono ad Adamo ed Eva di scegliere se mangiare o meno il frutto e cioè se intraprendere il viaggio o meno al di fuori del Paradiso Terrestre. Infatti Dio condanna il serpente a strisciare sulla terra e a mangiar polvere: dunque ad esercitare pur sempre la spinta verso la materia. Se così non fosse tutti noi non saremmo liberi di scegliere tra il Cielo e la terra. Ecco tra l’altro il significato del termine di “dragone o serpente antico” usato da Giovanni nell’Apocalisse.

La quarta ipotesi di Riconciliazione appare dunque, come detto, quella tra l’Umanità nella Sua interezza e Dio Padre attraverso il Seme della Donna Riappacificatrice (il Cristo Gesù) che ci accompagnerà finché ciascuno, diventato un novello Adamo, sarà ricondotto al Paradiso perduto.

In conclusione possiamo riassumere:

1° passaggio La discesa: Ciascuno di noi si allontanò dalla Casa Paterna facendo libera scelta di divenire uomo (Adamo) con conseguente strappo cosmico generazionale ovvero separazione dal Padre.

2° passaggio La risalita: Venuta del Cristo in terra. Discesa della Luce nel Mondo. Venuta del Figlio nella Sua proprietà. Ma il Mondo non comprese e non Lo riconobbe. Così molti (tra cui noi) non – NON – L’accolsero. Chi Lo accolse fu salvo e tornò al Padre. Lo strappo, grazie a tale intervento, cominciò a ridursi. Ma fino a che lo strappo perdura (fino a quando, cioè, tutta l’Umanità non sarà salva – ovvero non sarà schiacciata la testa del serpente – ) il Cristo ci “Accompagnerà”.

  1. Per “Noi” si deve intendere la parte divina che alberga in noi stessi, quella che giudicherà il nostro operato.
  2. Non vi fu in realtà inganno da parte del serpente, semmai istigazione a disobbedire all’ordine di Dio; l’assunzione del frutto aveva dato effettivamente ai due proto-uomini la conoscenza del bene e del male.

 

Costantemente, spesso quotidianamente, il nostro prossimo ci colpisce e ci ferisce. Nonostante ciò – il Cristo ci ha insegnato – dobbiamo sforzarci di accoglierlo ugualmente (Ama il tuo nemico).

Ma il punto nodale sul quale dovremmo insistere è che il cuore suggerisce talvolta un’Accoglienza spontanea e naturale; talvolta, invece, l’accoglienza è forzata e difficoltosa. In tal caso, per poter accogliere l’altro dovrò prima riuscire a perdonarlo. Quest’ultima proposizione non è corretta.

Perfino Gesù Cristo non perdonava per Sé e con Sé, ma … IN NOME DEL PADRE; l’Unico cui compete il perdono. (Disse sulla croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”)

E’ difficile riuscire a spiegare questo sottile passaggio di consegne: non è mia facoltà, il perdonare, ma appartiene al Padre; a me è dato di perdonare un unico uomo al mondo: me stesso!

Io, dunque, non ho facoltà di perdonare il mio prossimo; posso solo accoglierlo.

Ed allora: cos’è l’Accoglienza? Non accoglienza attraverso il passaggio del Perdono – che non mi compete, e che compete soltanto al Padre – ma Accoglienza in sé e per sé, come unica fonte d’Amore che, se ho, ho; e se non ho, non ho (tutt’al più potrò sforzarmi di avere).

A tal fine debbo “dimenticare il male” che ci è stato inflitto e “ricordare” solo il bene ricevuto.

Secondo le guide:

Perché chi rivendica un diritto, pur giusto, di risarcimento del male patito non costruisce il Regno. Il c.d. perdono, come è usualmente inteso, non è un sentimento emozionale o filantropico: esso è L’UMILE RICONOSCIMENTO DELLA FRAGILITA’ UMANA CHE UNISCE OGNI UOMO, E PER CIO’ NECESSITA DELLA MISERICORDA DI DIO”.

Questa fragilità sta alla base del perdono – o meglio, della capacità di Accogliere che, quindi, è capacità di “DIMENTICARE” – e se io sono fragile e desidero permanere nell’accoglienza di Dio non potrò, né dovrò, interromperne il filo che mi congiunge a Lui attraverso l’Accoglienza.

Se io giudico – come sappiamo – ho dato una stima all’operato altrui: ma come potrò io che sono di natura ‘sì fragile da dovere ogni giorno accorgermi di fallare rovinosamente in Amore?

E tuttavia – ed è la più vergognosa inverecondia verso Dio – non pochi affermano che per potere perdonare bisogna ottenere giustizia.

(…)

Non, come è stato detto dalla cristica, non cristica invero, che tu potrai perdonare – sì – il fratello 70 volte 7, ma soltanto se ti avrà domandato perdono. Non è così. Il perdono, o meglio l’accogliere (e quindi il dimenticare i torti) è in sé e per sé un valore che non ammette condizioni.

Con ciò non si vuol dire che la Giustizia scema a questo punto. Tutt’altro!

Ma la Giustizia è Cosa di Dio. Ed essa implica il concetto della “RICONCILIAZIONE”.

La Riconciliazione implica – essa sì – il pentimento dell’offensore al fine di risarcire, nell’economia cosmica, lo strato da ricucire.

Ma, anche qui, l’Amore ha parte prìncipe nell’azione Universale d’Amore che è del Padre.

Infatti, il mio amare non dovrà soltanto essere accoglienza passiva; ma anche attiva. Dovrò cercare, cioè, di far ‘sì che l’offensore che mi ha arrecato danno comprenda, non tanto il mio danno (che anzi va dimenticato), ma il danno che egli ha arrecato a sé stesso.

ECCO L’ACTIO IN AMORE !”.

Chi è stato offeso non deve cercare la vendetta, che lo lega inesorabilmente all’offensore per legge karmica. La reazione determina una controreazione. Il male genera altro male, il dolore altro dolore. Così avviene nelle guerre tra le nazioni; così nelle faide familiari; così nei rapporti tra i singoli. Nessuno è più innocente. Ciascuno continua a punire l’ingiustizia dell’altro. Si incrementa in tal modo la divisione, la separazione. Ci si allontana dall’Uno. La giustizia deve essere affidata a Dio. Dice Ubaldi (“La Nuova civiltà del terzo millennio”): “Al conto individuale tra offensore ed offeso si sostituisce quello tra l’individuo e la Legge di Dio. L’uomo che rinunzia alla vendetta accogliendo il nemico non accetta di legarsi all’offensore con vincoli di odio, ma si affida alla Legge che, prima o poi, riequilibrerà l’ordine turbato: “Omnia in pondere et mensura posuit Deus”. Il male generato dall’offensore ricadrà soltanto su di lui.

Lo stesso concetto è insegnato agli albori del Cristianesimo. Scrive San Paolo (Lettera ai Romani, 12, precetti di vita cristiana): “….Non vi vendicate, carissimi, ma cedete il posto all’ira divina: sta scritto infatti: ” A me la vendetta, io darò ciò che spetta, dice il Signore. Se il tuo nemico ha fame, dagli del cibo; se ha sete, dagli da bere: facendo così, accumulerai carboni ardenti sul suo capo”. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male col bene.

In conclusione: il perdono compete solo a Dio. L’uomo, consapevole della fragilità comune a tutti i fratelli, deve tentare di dimenticare il male ricevuto, accogliendo con amore colui che lo ha offeso. E con amore dovrà fargli comprendere che la sua condotta ha fatto del male anzitutto a lui stesso.

Alla vendetta per il torto ricevuto, al paradigma “Occhio per occhio, dente per dente” di biblica memoria, il cristianesimo ha sostituito il “perdono” insegnando all’umanità come fare un grande balzo in avanti sul piano morale e spirituale.

Troppo spesso sentiamo profferire da taluno: “Nonostante il male che mi ha fatto io perdono quell’uomo!” o, al contrario: “Non lo perdonerò mai!” ed ancora: “chiedo giustizia per mio figlio ucciso da quell’uomo!”. Affermazioni di tal fatta sono quasi sempre l’effetto di una pulsione istintiva ed emotiva… attengono alla ricerca di qualcosa che ripristini un equilibrio turbato, denunciano l’aspirazione in costoro ad una giustizia umana, che molto si avvicina alla vendetta, nella speranza che questa sia di linimento al dolore che si avverte in conseguenza del male ricevuto.

Ma ciò attiene a questioni sociologiche o politiche. Altro è scandagliare tale questione su di un piano animico.

Come si diceva, talvolta, sia pur di rado, abbiamo sentito taluno profferire : “Si, io di cuore, perdono l’assassino di mio padre!”, un gesto davvero nobile che però vuole significare: “Non voglio legarmi a costui col nutrire nei suoi confronti sentimenti di ostilità e di odio, anzi lo compatisco perché si è macchiato di un orrendo crimine che tanto dolore mi ha provocato”. Eppure dobbiamo affermare con decisione che il perdono non compete a nessun uomo! Esso presupporrebbe la capacità di discernere in senso assoluto il giusto dal non giusto, impensabile cosa, ‘ché solo in Dio è riposto tale potere.

Perfino Gesù, l’Unto, sulla croce non perdonava i suoi aguzzini, ma invocava per loro il perdono da parte del Padre; l’Unico cui esso compete.

E’ del tutto evidente quanto sia sottile il passaggio (non a me è concessa facoltà di perdonare, ma al Padre; ed Io in NOME del Padre perdono te, o, meglio chiedo al Padre di perdonarti); a me rimane la sola facoltà di perdonare un unico e solo uomo al mondo: me stesso!

E tale passo – come ci venne insegnato dalle Guide – è propedeutico al cammino iniziatico:

“(…) Per seguire l’influenza che giunge dall’Alto – ‘chè questo, in verità è il senso dell’ammaestramento iniziatico – bisogna però, prima – direte – avere perdonato il fratello. Non è così!

Bisogna prima riuscire in un còmpito ben più difficile ed aspro (cui il perdono del fratello è consequenza): bisogna prima PERDONARE SE’ STESSI.

Cosa è quest’affermazione che qualcuno potrebbe conoscere, ma che invero è ricoperta da nube di dubbio ed oscurità?

Incominciamo a dispiegare: un dispiegare che è soltanto socratico, maiuetico, e che poi dovrà essere proseguito da voi, da ciascuno di voi per sé stesso.

Io non posso farmi Discipulo se non mi scelgo per essere tale; ma non potrò scegliermi quale Discipulo se non mi ritengo degno d’esserlo; e non mi riterrò degno se non mi sarò PERDONATO!

Ma cosa vuol dire perdonarmi? Attenzione: non vuol dire essere indulgente con le mie colpe; non vuol dire neppure avere capito che non voglio più erroneamente agire. Significa capire che quella che mi ascrivo è una Colpa. Ed è Colpa grave! Perché Colpa in Amore. Fate tuttavia attenzione: potrei anche ingannare l’inconscio, ma non la coscienza. Potrei dire a me stesso: ho tradito l’amico; non lo farò più perché ne ha sofferto. Ancora non mi sarò perdonato.

Perdonarmi vuol dire analizzare me stesso guardandomi dentro; poi , vuol dire avere la chiarezza dell’azione che sto analizzando e definire se la colpa è dovuta a mia povertà di conoscenza, a mio disinteresse per l’altrui sorte, a mia sopravalutazione del mio essere rispetto all’altro, a mia violazione della “Rita” (normalità, anche – qui – come norma); ed il Diritto vostro saprà riassumerli nella Negligenza etc.[1]

Quando l’analisi sarà stata fatto bisognerà adottare un “metro” per misurare la colpa; ed esso metro – badate – sarà del tipo che vorrete scegliere; ma dovrà essere quello che, esaminata la colpa, e pronunciato il verdetto, dovrà darvi “acquietamento dell’anima”. Tale acquietamento non lo potrete raccontare alla ragione, ma soltanto all’Anima, al vostro IO Universaler, cioè. Se il Vostro Io si acquieterà, avrete colto nella giusta analisi della Colpa, e conseguentemente vi sarete perdonati perché avrei “Riconosciuto” (senza inganno con voi stessi) la mala actio in Amore. Tutto ciò, non per una colpa, ma per TUTTE LE VOSTRE COLPE DI TUTTA LA VOSTRA VITA. Soltanto dopo il PERDONO di voi a voi stessi, sarà possibile che vi scegliate per essere Discipuli. Quindi possiate divenire sacelli di accoglimento del Vero senza più Inquietudine dell’Anima che con le sue scosse della coscienza vi avrebbe impedito di scegliervi.(…)”.

Ma ulteriori considerazioni sono da fare in tema di “perdono”.

Se ho ricevuto un’offesa dal mio simile – non potendo io perdonarlo poiché, come abbiamo visto, il perdono compete solo al Padre Celeste – come dovrò agire?

Il comportamento più corretto sarà quello di “dimenticare” l’offesa subìta; sarà quello di cercare di far cadere nell’oblio della memoria e della coscienza il torto che mi fu inflitto. E’ cosa ben difficile a farsi invero! Sarà tuttavia un po’ meno difficile se cercherò di trovare giustificazioni all’operato del mio offensore. In tal modo abbandonerò il mio offensore alla giustizia divina e non mi legherò karmicamente a lui. Dirò dentro di me: “Non cerco vendetta, non cerco umana giustizia, lascio che sia Dio a giudicare quell’individuo che tanto dolore mi procurò”.

Di certo questo sarebbe il comportamento del buon cristiano o del pio, ma non dell’iniziato ai Misteri il quale potrà scegliere altro ed ancor più elevato comportamento: impedire che sul piano sottile si attui lo strappo provocato dalla cattiva azione. Sarebbe come prevenire il danno non per colui che lo subisce, ma in favore dell’economia del Cosmo. Se io, in qualità di vittima, rivolto a Dio avessi la forza di affermare convintamente, decisamente: “Signore, quel torto che mi fu inflitto non è tale per me, non lo considero un danno e dunque nessuna colpa va imputata all’offensore!”, bene, se così avessi la forza di agire, avrei impedito addirittura il prodursi dello strappo ed avrei agito santamente anche, e soprattutto, nei confronti del fratello offensore che nessun debito da riparare avrebbe innanzi alla Giustizia di Dio potendo affermare: “Non c’è colpa in quella mia azione poiché la mia vittima non ne fu ferita!”. Con tale comportamento avrei anticipato e prevenuto il “Giudizio divino” che, per ciò stesso, diventa superfluo essendo io stesso, quale danneggiato, il titolare del, per così dire, diritto risarcitorio. (Ecco spiegato il senso, spesso mal compreso, della frase del Maestro: ”A chi ti percuote porgi l’altra guancia”).

  1. Il reato è da definirsi “colposo” se è conseguenza di negligenza, imperizia o imprudenza dell’autore del fatto.

 

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