CAP X

Sulla Morale

Come avremo modo di vedere più avanti nel paragrafo che concerne la “Preghiera”, il concetto relativo alla “Morale” è assai evanescente e non deve essere sovrapposto a quello di liceità. Ciò poiché la Libertà, che, come abbiamo avuto modo di constatare, è dono intangibile, non ha discrimine tra giusto ed ingiusto e dunque tra lecito e non. In altre parole: tutto è lecito poiché conseguente alla libertà di ognuno.

Diverso è il criterio che deve guidarci per stabilire se un’ azione sia “morale” o meno.

Un’ azione per essere considerata positivamente sotto il profilo morale non deve essere legata e condizionata da fattori contingenti come il tempo (in senso storico), o come gli usi e costumi di un popolo, o le sue tradizioni, ma deve essere contraddistinta da una sorta di “valore universale” imperituro; deve cioè essere considerata morale (o anche non immorale) in qualunque tempo e sotto qualsivoglia latitudine. Così ad es. un uomo che salva la vita altrui a rischio della propria troverà apprezzamento e gratitudine da parte del salvato e della società cui appartiene, sia che quest’ultimo viva nel centro Africa o nel cuore della foresta amazzonica, sia che svolga un importante lavoro al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York, e ciò a prescindere dall’epoca storica in cui si sia verificato il salvataggio. Questo è un primo criterio ma non il solo. Il secondo parametro cui dobbiamo fare riferimento è l’autentica intenzione che ha spinto colui che ha agito.

Una buona intenzione (che potrebbe essere quella mossa da sentimenti di amore altruistico) potrebbe far considerare “non immorale” un’azione che abbia finito con arrecare pregiudizio al beneficato o beneficando che sia.

Tutto quanto asserito deve però fare i conti con le contingenze storico/sociali e soprattutto con il libero arbitrio dell’uomo che, a differenza dell’animale che segue l’istinto, può scegliere quale comportamento seguire.

Molti sono stati e sono i tentativi proposti da filosofi, pensatori ed eminenti teologi.

In proposito degno di nota è il pensiero filosofico del sommo Kant.

In sintesi può ricordarsi che Kant con la “Ragion pratica” vuole circoscrivere tutto ciò che è possibile per mezzo della libertà umana: il c.d. libero arbitrio. E’ Ragion Pratica poiché non ha insito nulla di assoluto, essendo correlata alle singole circostanze e contingenze della vita umana (l’etica, la interpretazione e valutazione dell’agire umano). Kant introduce qui il concetto che definisce “imperativo categorico” per indicare quando un comportamento è da considerarsi sicuramente ed indiscutibilmente (per questo categorico) morale; quando è da ritenersi “giusto” in qualunque tempo ed in qualunque situazione; quando, cioè, sia universalmente riconoscibile come “moralmente apprezzabile”. Va da sé che un tale comportamento risulterebbe vincolante per ogni uomo ed un comportamento contrario sarebbe da ritenersi immorale. Il bene è comandato dalla legge morale che non afferma: “Fa’ il bene”; bensì: “Segui la legge morale”. La legge morale deve avere un valore per se stessa. Inoltre non è morale ciò che si fa, ma l’intenzione con cui lo si fa. Tale legge non è imposta da altri, non è imposta dall’esterno, ma scaturisce dall’interiorità di ciascun individuo e l’aderirvi o meno è frutto di libera scelta.Darsi un “dovere” implica libertà: la condizione perché sia possibile un imperativo categorico è che la volontà sia libera.

Tutto ciò confligge, nella visione kantiana, con le umane “inclinazioni”. Dalla natura umana contaminata da un male originario deriva un conflitto perenne tra la volontà di aderire all’imperativo morale e la tendenza istintiva dell’uomo. Tale è la visione pessimistica del grande filosofo.1)1. Shelling ad es. asserisce che la filosofia pratica si articola in morale, diritto e storia. La morale è la sfera della libertà, il diritto è la sfera della necessità, la storia è sintesi di libertà e necessità. Nella storia gli uomini agiscono liberamente in vista  dei propri scopi, ma obbediscono inconsapevolmente ad un piano  razionale e provvidenziale. E’ nella storia che l’assoluto si realizza come unità indifferenziata di natura e spirito.

Abbiamo detto in precedenza che Dio è il Tutto e comprende dunque in Sé anche il contrario di Sé. Attraverso l’esperienza di Libertà della creatura, Dio conosce la Realtà perfino quale sarebbe se Egli non fosse. Conosce dunque anche il Suo aspetto di Ombra, il Male.  Ma, attenzione: il male non ha un’esistenza obiettiva; esso è il non Sé ed è vissuto solo soggettivamente dalla creatura (e dal Dio Immanente che in essa, per dono d’Amore, si è incarcerato). Come ci ricorda Ubaldi, infatti, “Dio stesso, nel suo aspetto immanente, segue il sistema crollato per risanarlo e mai abbandona la Sua creatura, per quanto ingrata e ribelle”.

Quando anche l’ultimo figlio avrà fatto ritorno al Padre, alla fine dei tempi, il male scomparirà, le tenebre saranno vinte dalla Luce.

Ma questo processo evolutivo, di lotta del Bene contro il Male con la vittoria finale del Bene, non tocca il Dio Trascendente, che – immobile e perfetto – al di là del Tempo e dello Spazio (categorie meramente umane) è ab aeterno. Egli è solo AMORE, solo LUCE, solo BENE.

Note

Note
1 1. Shelling ad es. asserisce che la filosofia pratica si articola in morale, diritto e storia. La morale è la sfera della libertà, il diritto è la sfera della necessità, la storia è sintesi di libertà e necessità. Nella storia gli uomini agiscono liberamente in vista  dei propri scopi, ma obbediscono inconsapevolmente ad un piano  razionale e provvidenziale. E’ nella storia che l’assoluto si realizza come unità indifferenziata di natura e spirito.
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