Il Sentiero del Padre

Il sentiero che porta ai mondi superiori

Sulla Riconciliazione

Il presupposto della Riconciliazione è l’esistenza di uno strappo sopraggiunto in un rapporto affettivo, in un legame tra due esseri che per tale ragione si sono separati.

Del tema in questione dobbiamo esaminare quattro aspetti:

  1. Riconciliazione con Se Stessi;
  2. Riconciliazione col prossimo ;
  3. Riconciliazione con Dio;
  4. Riconciliazione dell’Umanità con Dio.

Riconciliazione con Se Stessi.

Riconciliarsi con Se Stessi equivale a perdonarsi.

Rammentiamo che il perdono compete solo a Dio. Noi possiamo (e dobbiamo) accogliere i fratelli, senza giudicarli; ma abbiamo facoltà di perdonare unicamente noi stessi. (Il Sé – scintilla divina – giudica il sé). Non è facile. La serena valutazione critica della nostra condotta ci offre sempre alla vista uno specchio appannato dalla colpa. Tutti siamo peccatori. Ma la strada da seguire, una volta riconosciuto il male che è in ognuno di noi, non è quella del tormento in un continuo, sterile rimorso. Questo, incatenandoci al passato, non consente alcun progresso spirituale. Riuscire a perdonarsi dopo essersi giudicati significa dimenticare il male commesso e procedere fermamente verso il bene, agendo IN AMORE verso i fratelli, accogliendo in sé l’IO SONO, consentendoGli di penetrare in noi.

Grazie all’intervento del Cristo attraverso Gesù di Nazareth, la via è tracciata, la cortina del Tempio squarciata, tutto è stato rivelato: “Aprite la porta a Cristo! Non abbiate paura!”. La più bella esortazione di Giovanni Paolo II – questa – da intendersi anche come: “AscoltateLo, seguiteLo, convertitevi, metanoèite, riconciliatevi con Lui, con l’IO SONO”.

Colui che attua la “Riconciliazione” mediante l’actio in amore ha consapevolezza di non essere un Sé separato bensì facente parte dell’Uno-Tutto al pari degli altri Sé.

Riconciliarsi, o riconciliare, significa quindi rendersi parte attiva alla ricomposizione dell’Unità (Bene) operando contro ciò che divide (Male) per non alimentare la condizione di separatezza che soggettivamente (solo soggettivamente) l’uomo vive.

Dio, invero, (apparente contraddizione) è e permane in Sé l’Uno-Tutto.

In altre parole, ciascuno deve poterSi amare, ovvero è necessario che il sé (il piccolo io individuale) ami il Sé (la scintilla divina che è in lui) ed indirizzi la sua condotta non verso le egoistiche mete che naturalmente lo attraggono, bensì – anche a costo di sacrificio – verso il progresso spirituale, verso l’attuazione del Sé.

Così, se mi trovo ancora sotto l’elsa della Legge (poiché vivo l’epoca pietrina –sono cioè “cefa”-), dovrei poter accettare di buon grado ciò che Essa Legge m’impone; dovrei infatti comprendere che tale processo karmico è necessario al riequilibrio dell’ordine turbato dall’operato del mio sé.

Se è una malattia quella che dovrò affrontare, debbo riuscire ad accettarla poiché, così facendo, accolgo ciò che l’Ananke ha scelto per il mio sé. Ribellarsi significa non comprendere; il che renderebbe sterile la mia sofferenza e mi costringerebbe a ripercorrere la stessa tappa di vita terrena (in questa o altra incarnazione). La malattia, infatti, nel caso specifico non ha lo scopo di angariare ma quello di far comprendere e far progredire; è cioè dolore salvifico, finalizzato all’accrescimento della mia coscienza e dunque all’evolversi del mio Essere.

In definitiva, se io accolgo la Legge che è posta da Dio, Lui accoglierò, ancorché tale accoglienza si concretizzi in quella del mio Causale che esegue, applicandolo, il dettato Normativo Divino.

Potrei quindi aggiungere che l’inferno del cristianesimo (ma anche di altre religioni) altro non è che la Legge, ossia il Karma, che s’imporrà a coloro che, essendo ancora “cefa”, non dispongono di altro strumento per comprendere.

Vi è altresì la possibilità che altri, “pagando” in mia vece il debito, ricucia lo strappo da me prodotto e riequilibri in tal modo l’ordine turbato.

Sorge allora spontaneo il quesito: se anche fossi capace di seguire tale percorso di Amore, non sarei comunque tormentato dalla consapevolezza di non aver amato abbastanza? Di non essere riuscito a far sempre ciò che avrei dovuto? Non finirei col condurre la mia restante vita tormentandomi per non essere stato “sufficiente” in amore? Il Cor Meum sarà mai nella quiete dell’Uno-Tutto?

Qual è allora la misura che potrà determinare la sufficienza o meno dell’operato? In verità non esiste misura rigida tal che si possa affermare insufficiente l’operato se al di sotto di essa o, al contrario, sufficiente al di sopra; essa misura è “gnomone” divino, è la piuma di Thot nella psicostasia dell’antico Egitto. Egli misurerà, e vorrà e potrà “giustificarmi” di fronte a Quel Me Stesso, sempre libero lasciandomi di pronunziar sentenza di condanna, ‘ché al pari di come giudicai in vita così sentenzierò.

Ma infine è “L’obolo della vedova” che ci dà misura di sufficienza… a significare quanto in amore di ciò che avrei potuto fare feci e quanto non, pur potendo.

Ed allora tentiamo d’imitarLo misurando noi così: DIMENTICHIAMO il torto, pur grande, subìto ed ESALTIAMO il bene, pur minimo, ricevuto; e PARIMENTI sarà a noi da Noi [1] misurato!

Riconciliazione con il prossimo.

Ipotizzando che la riconciliazione avvenga tra due persone, esse, una volta riappacificate, torneranno ad essere unite; ma, per fare ciò, occorre che dimentichino i torti che ciascuna ritiene di aver subìto dall’altra. Dimenticare il male ricevuto diviene pertanto parte essenziale di ciò che usualmente, ma erroneamente, chiamiamo “perdono”.

Riconciliazione con Dio

Anche in questo caso è intervenuta una frattura, una divisione. (Ricordiamo la parabola del figliol prodigo).

Potremmo dunque affermare che il nostro intendimento di far ritorno al Regno abbia come presupposto la “Riconciliazione” col Padre dopo una divisione, un allontanamento da Lui.

La riconciliazione (sia essa sul piano umano che sul piano sottile) consiste nel risarcimento dello strappo prodotto. L’ago ed il filo sono costituiti dall’Amore.

In definitiva, se io vorrò riconciliarmi con Dio che cosa dovrò fare?

Prima di tutto ricercare i miei torti; (tanto più sarò capace di amare tanto più me ne ascriverò: ricordiamoci della peccatrice di Magdala); apprezzarne la gravità e pentirmi di essi; poi cercare di risarcirli con l’actio in amore (se stai per portare un’offerta al tempio, prima riconciliati con il fratello e solo dopo porta l’offerta); quindi perdonarmi (riconciliarmi con Me Medesimo). E finalmente l’anima mia, fin qui scossa, si acquieterà nel Signore! Ma se i torti li avessi subiti? Allora dovrei operare in amore verso l’offensore e fargli comprendere che lo strappo che egli ha prodotto gli ha provocato un danno (la Legge pretenderà il risarcimento e lo obbligherà al riequilibrio anche a prezzo di dolore); al tempo stesso dovrei tentare di fargli comprendere che io ho comunque DIMENTICATO la sua offesa!

Riconciliarmi con Dio, dunque, non può prescindere dal riconciliarmi col mio prossimo accogliendolo! Se lo accoglierò mi riconcilierò. Ed il collante è sempre lo stesso: l’Amore, che costituisce l’antidoto all’orgoglio ed all’egoismo.

Ma se a causa della esasperata egoità gli strappi fossero innumerevoli? Se la situazione fosse per l’Umanità intera tale da rendere estremamente difficile l’opera di ricomposizione delle lacerazioni intercorse nel tempo? Si prospetta allora la quarta ipotesi di riconciliazione :

Riconciliazione dell’Umanità con Dio Padre

Ecco sopraggiungere il Cristo. Egli ci ha insegnato, con l’accogliere l’umanità – allontanatasi troppo dal Regno – la Via della Riconciliazione con Dio Padre.

In realtà la Riconciliazione operata dal Cristo in veste di paciere consiste nel Suo essere interprete della Voce del Padre che chiama, inascoltato, l’uomo a Sé (Dalla comunicazione di Mr. X: “Allora sai di avere perduto la luce, ma Dio Padre ti chiama ancora! Egli può tutto e vuole dimenticare, per amore di averti con Sé.”). La Voce non udita – poiché troppo sordo l’uomo del tempo di Gesù, soffocato da una predominante materialità che lo vincola in basso – è la Voce dell’Io Sono, del Sé, protagonista dell’avventura umana e Pilota del viaggio.

Genesi 3/13-15. Il Signore Iddio chiese alla donna: “Perché hai fatto questo?” E la donna rispose: “Il serpente mi ha ingannato[2] ed io ho mangiato” Allora il Signore Iddio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii maledetto fra tutti gli animali domestici e fra tutti gli animali selvatici. Tu striscerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita (leggi: ti nutrirai di materia).

Porrò ostilità tra te e la donna, fra il tuo seme e ed il seme di lei. Esso ti schiaccerà la testa e tu insidierai il suo tallone”. (…). Poi il Signore disse: “ Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi (Elohim?) nella conoscenza del bene e del male. Ora dunque, che egli non stenda la mano e non colga anche dall’albero della vita e ne mangi e viva in eterno.”

L’evento produsse uno strappo tra la divinità e l’uomo.

Va ancora una volta ricordato che il peccato originale non è la conseguenza della colpa dei nostri progenitori, bensì un peccato che ciascun uomo commette nello scegliere, in assoluta autonomia, di incarnarsi, allontanandosi così dal Regno.

Il simbolo del racconto biblico è dunque adattabile a ciascuno di noi. Infatti abbiamo scelto liberamente di mangiare quel frutto e di intraprendere l’avventura umana al pari di Adamo e, al pari di Adamo, ciascuno di noi ha perduto il Paradiso. Il ritorno, la risalita, comporta il divenire “uomini nuovi”, “novelli Adamo” (come ci ha insegnato il Cristo), comporta la riparazione dello strappo provocato con la scelta libera di allontanarci.

Su quanto esposto si impernia la quarta ipotesi di Riconciliazione: quella dell’Umanità, nel suo insieme, col Padre. La “salvezza” è in realtà il ritorno alla Casa Paterna, è l’abbraccio col Padre che ci attende, è il risarcire lo strappo prodottosi tra Padre e Figlio. In questo caso per Figlio deve intendersi l’Umanità nella sua interezza e non già la somma delle singole individualità.

Ma in soccorso è arrivato il Cristo, che all’Umanità si è legato karmicamente scegliendo – per inconcepibile dono d’amore – di “accompagnarla” fino alla fine dei tempi, ossia fino a quando anche l’ultimo uomo non sia posto in salvo. Ecco la Missione completa del Buon Pastore verso le Sue pecore.

Il serpente (il male) insidierà il seme della donna (l’umanità), ma la Donna genererà Colui che vincerà il mondo (il Cristo Gesù), che schiaccerà la testa del serpente (il male) e renderà vittoriosa l’umanità.

In verità il serpente rappresenta simbolicamente quelle spinte, da Dio donate, che consentono ad Adamo ed Eva di scegliere se mangiare o meno il frutto e cioè se intraprendere il viaggio o meno al di fuori del Paradiso Terrestre. Infatti Dio condanna il serpente a strisciare sulla terra e a mangiar polvere: dunque ad esercitare pur sempre la spinta verso la materia. Se così non fosse tutti noi non saremmo liberi di scegliere tra il Cielo e la terra. Ecco tra l’altro il significato del termine di “dragone o serpente antico” usato da Giovanni nell’Apocalisse.

La quarta ipotesi di Riconciliazione appare dunque, come detto, quella tra l’Umanità nella Sua interezza e Dio Padre attraverso il Seme della Donna Riappacificatrice (il Cristo Gesù) che ci accompagnerà finché ciascuno, diventato un novello Adamo, sarà ricondotto al Paradiso perduto.

In conclusione possiamo riassumere:

1° passaggio La discesa: Ciascuno di noi si allontanò dalla Casa Paterna facendo libera scelta di divenire uomo (Adamo) con conseguente strappo cosmico generazionale ovvero separazione dal Padre.

2° passaggio La risalita: Venuta del Cristo in terra. Discesa della Luce nel Mondo. Venuta del Figlio nella Sua proprietà. Ma il Mondo non comprese e non Lo riconobbe. Così molti (tra cui noi) non – NON – L’accolsero. Chi Lo accolse fu salvo e tornò al Padre. Lo strappo, grazie a tale intervento, cominciò a ridursi. Ma fino a che lo strappo perdura (fino a quando, cioè, tutta l’Umanità non sarà salva – ovvero non sarà schiacciata la testa del serpente – ) il Cristo ci “Accompagnerà”.

  1. Per “Noi” si deve intendere la parte divina che alberga in noi stessi, quella che giudicherà il nostro operato.
  2. Non vi fu in realtà inganno da parte del serpente, semmai istigazione a disobbedire all’ordine di Dio; l’assunzione del frutto aveva dato effettivamente ai due proto-uomini la conoscenza del bene e del male.

 

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