Il Sentiero del Padre

Il sentiero che porta ai mondi superiori

La Nube

La nube vuol indicarci l’ “ADE” (o Erebo), quel luogo mitologico ove vagano le ombre dei morti nella carne, luogo che nell’Apocalisse è destinato, assieme alla morte prima, ad essere (per coloro che hanno raggiunto l’evoluzione spirituale) gettato nello stagno di fuoco. Ciò sta ad indicare che colui che si è evoluto non ha più necessità di reincarnarsi, ma potrà accedere ai piani superiori dell’Essere. Il ciclo vita terrena-morte fisica- accesso all’Ade/nube-reincarnazione-morte-Ade non ha più ragion d’essere (il “samsara” o ciclo buddista delle rinascite ha termine).

La Nube è allora il luogo (non visibile)[1] nel quale si posiziona il corpo Sottile quando il fisico muore; esso Sottile infatti si colloca in quella regione evanescente prossima al non-tempo cronologico umano, che è rappresentato dal sottostante piccolo cubo rotante.

Lo stesso Platone ci parla di una nube luminescente costituita da un vorticar di fiamme che avrebbero lo scopo di trasportare in terra le anime, ormai purificate, di coloro che devono reincarnarsi. Quivi scelgono la loro prossima vita; quindi, dopo aver bevuto l’acqua del fiume Lete, dimenticano le loro trascorse esistenze terrene.

Secondo le teorie antroposofiche, Steiner definisce detto luogo – o per meglio dire detta condizione – col termine sanscrito Devachan (lett.: posto felice) .

“Egli le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi? “Quella, pensando che fosse l’ortolano, rispose: “Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove lo hai portato ed io lo andrò a prendere”. Le disse Gesù: “ Maria!” Quella voltatasi gli disse in ebraico: “Rabbunì”. (che significa Maestro). Le dice allora Gesù: “Non mi trattenere più oltre perché non sono ancora salito al Padre. Va’ invece dai miei fratelli e di’ loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. (Giov. 20/15-18). Secondo una diversa traduzione del testo greco, Gesù avrebbe invece detto a Maria: “Non continuare ad abbracciarmi, come se tu mi volessi trattenere, avendo tu ancora altre possibilità di vedermi, prima della mia ascensione. Ora va’ a dire ai discepoli che sto per salire al Cielo, anziché essere trattenuto nel soggiorno dei morti” (Da intendersi: “Sto per accedere al Regno senza trattenermi nella Nube”).

Facciamo ora delle considerazioni.

Lo spirito di Gesù cala attraverso la nube (energie egoiche) e si incarna nel figlio di Maria; nasce quindi come qualunque creatura umana e, come tale, possiede sia il piccolo “” che il grande “”: perciò figlio dell’uomo poiché in un corpo umano Egli si era incarnato, incarcerato.

E’ proprio in tale condizione che, in piena libertà, farà la sua scelta: rifiutare la missione che si era proposto prima di nascere o accettarla e portarla a compimento? La scelta finale, non facile come sappiamo, fu operata nel Getsemani. Egli sentiva il Suo Spirito che pressava. Ma era dilaniato dal suo essere in tutto e per tutto figlio dell’uomo con l’istinto di conservazione, la paura del dolore e l’orrore della morte fisica che lo tormentavano sussurrandogli a gran voce: “Non soffrire, non morire… VIVI!”

Il figlio dell’uomo non ascoltò la voce dell’ego, ma quella dello Spirito, cioè del Padre, e scelse la strada del supplizio. Il sé di Gesù aderì dunque totalmente al Sé divino, al Logos che in lui era disceso. Il sacrificio del più puro ed elevato tra gli uomini si fuse con il sacrificio della Divinità. Si attuò così la Riconciliazione fra l’umanità e Dio. L’equilibrio turbato dal Peccato Originale, da tutto il male (passato, presente e futuro) commesso dall’intera umanità, quell’equilibrio che gli uomini non sarebbero mai da soli riusciti a ricostituire, per quanti sforzi di riparazione avessero posto in essere nel corso di innumerevoli vite di dolore e di espiazione, quell’equilibrio si poté quindi ristabilire, perché il prezzo di dolore era stato pagato dallo stesso Logos, dal Figlio attraverso Gesù. Così, quando fu il tempo, l’uomo Gesù, ormai divinizzato, ascese al Cielo attraverso la nube senza che le forze egoiche in essa presenti (simbolizzate nel Vangelo dall’abbraccio di Maria di Magdala) potessero trattenerlo, poiché il Suo Cuore era ben più “leggero di una piuma”.

Dopo la morte, il corpo fisico di Gesù, deposto nel sepolcro, si smaterializza in un’ esplosione di luce. La resurrezione si manifesta allora con la capacità da parte di Gesù di raccogliere atomi dalla materia dell’ambiente circostante e ricostruire la propria struttura fisica (grazie al Suo doppio ectoplasmatico), un involucro materiale temporaneo che Gli consente di rendersi visibile agli occhi ancora umani dei discepoli con i quali più volte (tre in tutto) si intrattiene dopo la Sua Morte, cenando e parlando con loro a riprova che la Sua morte non era vera morte; altresì dimostrando loro che era stato capace di vincerla così come ogni uomo sarebbe stato in grado di fare.

Nei Vangeli canonici non è specificata la assunzione di Gesù in Cielo attraverso una nube, ma ritroviamo tale particolare negli atti degli Apostoli al cap. 1/9-10:

Dette queste cose, mentre essi lo stavano guardando, fu levato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.”

Viene detto ancora negli Atti degli Apostoli 1/11-12: “(…) Questo Gesù che è stato assunto in mezzo a voi verso il Cielo, verrà così in quel modo come lo avete visto andarsene in Cielo”.

E’ dunque previsto un ritorno di Gesù che discende dalla nube?

Forse tale incontro avverrà nel momento in cui anche noi, disumanizzati, ci trasformeremo da figli dell’uomo in Figli di Dio ascendendo a Lui proprio attraverso quella nube, o forse, abbandonato il corpo fisico dopo la morte, saremo trasportati all’interno della nube (l’Ade) ove vedremo Gesù venirci incontro?

“Il Regno dei Cieli è dentro di voi”, aveva insegnato Gesù ai discepoli.

Due i percorsi che portano alla Nube: la morte prima ed il cammino iniziatico.

Per chi affronta la morte prima, la nube è luogo di stazione e di riflessione. E’ l’apice dell’Accoglienza di Dio. Tre le strade che dalla nube si dipartono: la prima verso il Regno; la seconda verso la morte secunda; la terza nella nuova rinascita nella carne, offerta al peccatore che vuole riparare o progredire sul piano spirituale.

Agli iniziati, coloro cioè che riescono nella non facile scalata ai Misteri ed attraverso Essi, è data la possibilità di esercitare l’ “accompagnamento”; colà ove cessa l’accoglienza di Dio ed ha inizio l’accompagnamento di coloro che dovranno, anzi potranno, scegliere il passo successivo. Questo potrà consistere nel fermarsi e morire, cessare di essere, ossia sprofondare nel silenzio immoto dell’Inferno ove lo Spirito individuale non ha più possibilità di esprimersi. Al contrario, il sé potrà chiedere di vivere nuovamente conservando la coscienza ed il soffio divino, al prezzo però di affrontare una volta ancòra la vita terrena con il carico karmico che essa impone. Gli spiriti degli iniziati, ad imitazione di Gesù che tutti accoglie ed accompagna, colà possono dare ai fratelli aiuto, conforto, sostegno, nella scelta del cammino di vita verso le regioni dell’Essere.

Sempre all’uomo è data libertà: essa, come abbiamo visto, riesce mirabilmente, divinamente, a conciliarsi con la giustizia (la legge del karma) e l’amore (‘ché l’accompagnamento non potrebbe definirsi altrimenti).

Ma v’è ancora da dire che la nube non è un vero e proprio luogo, bensì una condizione per il disincarnato in cui non v’è stazione bensì attività in cui si coltiva con fatica la pianta della conoscenza e della coscienza. Chi muore e vive nella nube dovrà adoperarsi al proprio miglioramento e alla propria crescita spirituale.

Il libro tibetano dei morti chiama la nube Bardo Todol, ed insegna formule, preghiere ed espedienti per affrontare tale condizione a coloro che hanno lasciato la vita materiale.

Così recita un passo suggerito dalle guide:

“Il regno che insiste nella regione dell’oltretomba, donde dicono alcuno aver mai fatto ritorno, non giace né riposa in eterno. Esso, di contro, ferve d’ignota ai mortali incessante attività. Tale sconfinato regno riposa su cardini che affondano nei cuori dei viventi e per loro, ignari, urge di indomita operosità”.

  1. Nel libro tibetano dei morti viene chiamato “Bardo”.

 

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