Libri

LA LUCE SUL SENTIERO

I N D I C E

Premessa

Cap.  1)         Sul Male e sul Dolore nel mondo.

Cap.  2)         Su Dio.

Cap.  3)         Sulla Trinità.

Cap.  4)         Su Gesù.

Cap.  5)         Sulla Vecchiaia e sulla Malattia.

Cap.  6)         Sul Sonno.

Cap.  7)         Sulla Morte Prima.

Cap.  8)         Sulla Morte Secunda.

Cap.  9)         Sull’Uomo e la sua duplice natura.

Cap.10)         Sulla Morale.

Cap.11)         Sul Perdono.

Cap.12)         Sulla Libertà.

Cap.13)         Sulla Giustizia.

Cap.14)         Sull’ Amore.

Cap.15)         Sull’ Accoglienza.

Cap. 16)        Sulla Riconciliazione.

Cap. 17)        Sull’ Accompagnamento.

Cap. 18)        Sulla Fede.

Cap. 19)       Sulla Carità.

Cap.  20)       Sulla Umiltà.

App.ce          “A” : Speculazioni sulla inconoscibilità di Dio.

App.ce          “B” : Sul Peccato Originale.

IL SENTIERO DEL PADRE

I N D I C E

Premessa

Cap.   1)        Note autobiografiche; quesiti sull’esistenza di Dio; prime esperienze spiritiche attraverso il metodo del “tabellone”.

Cap.   2)        Comunicazioni di: Nerva, Beato Angelico, H.P. Bravatskji; “Mr. X”ed il concetto di auto punizione e di auto giudizio.

Cap.   3)        Comparsa dello Spirito Guida sotto il nome di Lucio Anneo Seneca; creazione e concetti di fisica.

Cap.   4)        Il gruppo diventa di 4 elementi; discorso della montagna; il disegno con l’effige del Cristo.

Cap.   5)        Roberto ed il suo figlioletto morto; la peccatrice di Magdala; la coscienza di conoscenza; l’ “actio in amore”; la “metanoia”.

Cap.   6)        Sull’esistenza del diavolo; le tentazioni di Gesù; la pace contrassegno dello Spirito; il libero arbitrio; insegnamenti sulla compassione sulla comprensione e sulla mansuetudine.

Cap.   7)        Missione di Gesù nel mondo.

Cap.   8)        La fede; il “Sensorium Coeleste”; la conoscenza attraverso il serpente; i gradi di conoscenza iniziatica; il “non pensiero” e filosofia Zen; numeri e simboli.

Cap.   9)        Esistenza di Dio ed ordine del creato; legge del Karma o di causa ed effetto;

Cap. 10)        Gli apostoli di Gesù; la maledizione del fico; la resurrezione di Lazzaro; la vedova di Naim; il segno di Giona; il  “conosci te stesso”; l’Io Sono e la fecondazione dei tre corpi; la lavanda dei piedi; i mercanti del tempio; la sofferenza nel mondo; la Nuova Gerusalemme Celeste.

Ottavo Mistero

 

Mea Domina

 

Pietà

“ Oh figlio! Oh Tu, Figlio del Dio Vivente!
… Pur, tu, prediletto figlio della mia carne!
Oh, tu, mio sangue!
Sento il tuo corpo d’uomo,
spezzato e abbandonato su di me;
immoto nel silenzio della morte.
Guardo il tuo volto, reclinato e stanco;
gli occhi tuoi muti, che hanno tanto amato.
Ed il cuore nella pietà sprofonda… e nel dolore.
Annega, così, l’anima mia, estenuata,
nell’infinita solitudine di madre che non può,
né vuole, sopravvivere al figlio che le muore ”

                                                    (Sud)

Senza l’Original Peccato nata in Nazareth da Gioacchino ed Anna, di santità e virtù ricolmi, fui offerta al Tempio da bambina, così trascorrendo gli anni dell’infanzia in edificio che stava lì nei pressi; con amorosi accenti accudita dalle pie donne addette agli arredi della Casa del Signore ed al pregare. Ma fin da allora avvertiva l’anima mia che qualcosa la Grazia di Dio le riservava di doloroso e grande.
A Giuseppe, nazareno falegname, fu poi promessa quando i quattordici anni ebbi compiuto; e già di sangue aveva intriso le mie vesti il mensile pianto del ventre che ad ogni donna dice di non avervi un bimbo, e che, fra nuovo desiderio inconfessato e antica pudicizia tremebonda, invita forte al sensuale abbraccio di colui che, amato, rendere madre la potrebbe.
Ma la promessa un anno richiedeva perché fossi condotta allo sponsale altare; e, dunque, nella paterna casa ritornai per attendervi, casta, il dì festoso.
Fu a quel punto di mia vita che il Padre Onnipotente volle di Transverberazione, per altissimo destino, farmi Sua prescelta; e me come «Piena di Grazia» salutò l’Angelo, annunciandomi al con-tempo che Madre sarei stata del Figlio Ch’è di Dio. Tremò il mio cuore; e sprofondò l’anima mia nella paura; e chiesi come ciò mai si potesse: «Per il Voler di Spirto Santo, e per Sua Azione, sarà fatto ciò che dall’Alto si può sol che si voglia», disse solenne il Divin Messo. Ed io a lui, senza esitare: «Ecco la serva del Signore; si faccia di me secondo Tua Parola»; e tale gli risposi pur se consapevole, per lunghe letture di Scritture Sacre, di quanto doloroso sarebbe stato del Messia il cammin terreno.
Ma creduto avevo! Così; semplicemente. Senza che dubbio alcuno in me insorgesse.
E… fu il deliquio!
La mente mia offuscata, eppure grata, vide a quel punto l’Angelo, tutto di luce circonfuso, estrarre da faretra un dardo… e qui, per dire d’una piccola parte di ciò ch’io vi provai, valga il racconto che mezzo millennio dopo avrebbe dato l’ispanica Teresa della sua singolare Transverbe-razione:

«Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamen-te che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via la-sciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva que-sto enorme dolore che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteci-parvi un po’; anzi molto. È un idillio così soave quello che si svolge tra l’anima e Dio che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento».

Questo ed àncor più, molto di più, io vi provai nel concepire il Figlio che dei mortali afflitti doveva consolare il pianto e della morte spezzar per sempre l’orride catene. Così a quel punto giunta, ed ancòr vergine restando, compresi che «Colui Che È» nel seno mio ormai viveva qual vero uomo, e vero Dio. E come un giorno, nel sepolcro di quel Giuseppe che fu d’Arimatea, la carne morta del Messia nuovamente avrebbe preso vita in altra forma per evento ch’è divino, del pari, e per simile evento all’incontrario, l’Idea del Padre, per Spirto Santo divenuta Azione, nel concepire il Cristo s’era mutata in carne che nel mio ventre viva pulsava e con sem-biante umano. Poi, con doglie e sofferenza, il parto nella grotta e stalla, dove il Creator del mondo vide luce in ossa e carne, verità tolse al dogma imenèo che affanno tanto avrebbe imposto alla Patristica degli uomini.

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Fin qui può giungere la vista dell’ umano vedere e l’intendimento dell’umano comprendere ‘ché il mistero altrimenti impedirebbe l’accesso a colui che oltre e più in profondo spingersi volesse avvolgendolo in densa nube che vacillare farebbe la sua ragione.
Purtuttavia se al cor senziente si vorrà dar corso sciogliendo le catene che alla ragione l’uom tengono stretto, le nebbie, che al mistero stanno avvolte, dissiparsi vedremmo in un istante per far luogo a stupore e stordimento.
E Dunque tu, temerario viandante che ti accingi a legger oltre e a penetrar quel fumo, prepara  mente e cuore ad ascoltar segreti che alla Madre Santa di Grazia ricolma fanno velo.

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  Era un altissimo spirito buono. Dimorava presso Dio e Lo serviva, l’Ancilla Domini.

Allorché i tempi della realtà fisica della terra furono maturi, e già l’uomo di humus si affacciava ai primi vagiti della coscienza, l’Angelo di Dio, amorevole e mite, chinò il capo ed accettò ed  accolse l’Uomo Creatura di Lui.
Altissimo era il compito, e doloroso:  accettare ed assumere la maternità del genere umano e per intero e per tutti i tempi e, con esso genere, le sue tribolazioni e le sue sconfitte ?
Ma sappiamo bene: Amor che move ‘l sole e l’altre stelle, si sarebbe fatto carico di cotanto fardello; e pietà amorevole, materna, mosse l’altissimo Spirito a commozione per quell’umanità che pronta ormai era al cammino aspro e duro per i sentieri della materialità, del dolore, dell’ingiustizia, dello sconforto.

Ed Egli divenne la Grande Madre!!

Le forze dell’ “ego” però, nell’esercitare il compito di infondere coscienza individuale all’uomo, contrastano da sempre  le forze dell’amore:     «Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. […] Allora il Signore Dio disse al serpente […] ‘Io porrò inimicizia tra te / e la donna, / tra la tua stirpe / e la sua stirpe; / questa ti schiaccerà la testa / e tu le insidierai il calcagno’» (Genesi: 3, 1-14-15).
E la Sua protezione amorevole si dispiegò nel tempo e nella storia dell’uomo il quale, nella devozione, volle darle un nome che molteplice fu per via dei molteplici luoghi e dei molteplici tempi in cui il culto vers’ Ella ebbe a dispiegarsi: Iside nell’antico Egitto, Demetra nella antica Grecia, Cibele nella Roma imperiale, Myriam nella cristianità, ed infine oggi,  per tutti i cattolici,  Maria Vergine, l’ Immacolata Concezione.
La Creatura umana nella carne tribolò, soffrì, comprese, si ravvide, morì nel corpo, rinacque nel mondo e riprese il cammino della coscienza contrastata sempre dai pungoli della serpe.
Nostra Signora si dolse per il destino dell’umano genere, pianse, si manifestò, chiamò a gran voce la Creatura al ravvedimento. La scaldò con la sua tenerezza, la salvò col suo cuore colmando d’amore quello di chi ostinatamente rimaneva abbarbicato alla materia.
Una lotta d’amore quasi infinita, eppure destinata a vittoria certa perché così era scritto nelle stelle.

Quante e quante volte nella storia dell’uomo l’Angelo aveva scelto di interpretare il ruolo umano di madre? Quante e quante volte i figli suoi carnali da altissime sfere celesti erano scesi tra l’umana progenie ed avevano, in veste di profeti, combattuto anch’essi per indicare la via del ritorno a quell’umanità cieca, ferita, disorientata, carcerata nel dubbio?
Così pura nel suo virginale candore il Padre ancora una volta volle sceglierla come Sua sposa facendola diventare madre di Lui.

“Vergine, madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu sei colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura. 

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.”

(Dante – La Divina Commedia – Canto XXXIII del Paradiso)

      Qui riposa il mistero sommo della  kekaritomene, la “Piena di Grazia”: Maria.

Il grande Sé di lei, l’Angelo, che Gabriele vollero poi appellare, annunziò alla fanciullina il grande compito che Lui aveva già assunto e le chiese: “Io, che di Sole son vestito 1)1. Qui il riferimento è rivolto al brano apocalittico “La Donna vestita di Sole”., ho accettato la maternità, vorresti farlo anche tu Maria per il tempo terreno che ti è dato? Tu, per mio tramite,  fosti prescelta, vorresti  ricevere nel tuo ventre l’Altissimo Spirito che nella carne vuol discendere divenendone madre sua?”.  Ed ella mite e serena accondiscese ad accoglier il divino seme e con esso ad accettare il destino di dolore.
Due i calici di amaro fiele colmi: uno, quello di Lui il Cristo/Gesù, Sposo e figlio di lei, l’altro, quello di Maria, sposa e madre di Lui. Entrambi nella condivisione dell’amore e del dolore per l’umanità fino alla fine, fino all’ ultima ora che è sempre, e per ciascun uomo, ricolma della misericordia di Dio.

Con l’ultimo suo figlio si fusero in lei  l’essenza di madre carnale dell’uomo e quella di madre spirituale dell’umanità; avvertì il dolore struggente per la perdita del frutto delle viscere sue straziato ed innocente,  e quello del cuore per l’umano genere che, pur nell’afflizione, sordo tenacemente rimaneva alla voce del Padre.
Una madre è immersa nel dolore, sempre, perché il figlio si perde, si allontana, non vuole comprendere, non vuole far tesoro dell’esperienza maturata nell’incedere greve della vita. Ma lei  è lì, ad aspettare la Creatura che ritarda, quella Creatura figlia di Dio Padre che sono poi  i figli di Dio Padre; lei è lì ad aspettare anche per l’intera notte, lucerna accesa, i figli che per sentieri e destini misteriosi ed incerti s’inerpicano fino a che… fino  a che essi, gli uomini  tutti, alla fine dei tempi non facciano ritorno per risorgere alla Vita!

Ma ecco che nel grande libro del tempo è scritto l’epilogo della storia dell’umanità:

Oh qual gioia, qual tripudio in Cielo! Oh qual gioia, qual tripudio nell’ immenso, sconfinato cuore di Lei, la Madre Grande!
La Creatura che esanime appariva a causa della stretta mortale alla terra, alla materia che tomba era in realtà, è risorta! E’ risorta l’umanità intera a nuova, gloriosa Vita!
Non più dolore, non più tribolazione, non più sofferenza l’attende, ma labbraccio tenero e dolce di Chi con ansia ne aspettava il ritorno alla paterna casa. Nessun timore ormai del morso infetto della serpe, il suo capo è per sempre reso innocuo dal tallone di lei e le sue spire immote ed esangui.
Questo futuro dell’uomo fu preconizzato e segnato in un tempo trascorso e lontano tra i flessuosi pendii di Palestina con un evento straordinario di cui solo i secoli a venire avrebbero rivelato la portata: il Cristo risorto!

Oh qual gioia di Myriam, qual meraviglioso sollievo al cuore – reso dal lutto pesante e triste – nell’apprender che la famelica tomba di pietra, squassata dalla luce di gloria, nulla aveva potuto sul trasumanato figlio suo Gesù, che in quel lampo tornato era al suo Regno ed al Logos divino ricongiunto.

La fine dei tempi vedrà, la Nostra Signora, la Mia Signora, Mea Domina, ricongiungersi al Suo Signore e Sposo, il Cristo/Logos, che ella, fedele, rimase ad aspettare per l’intera notte rischiarata soltanto dalla flebile e tremolante fiamma della lucerna, fino alle prime luci di quell’alba radiosa testimone dell’Amore Superno che unisce e che consola.

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Note

Note
1 1. Qui il riferimento è rivolto al brano apocalittico “La Donna vestita di Sole”.

 

NONO MISTERO

 

 

Le Tre Vibrazioni: Minima, Magna e Maxima (L’oum Pasha)
Manifestazioni Dell’unica Realtà Dell’essere.

 

Entreremo ora, attraverso la seguente comunicazione, in un ambito di conoscenza di particolare complessità, ragion per cui abbiamo preferito astenerci da commenti o spiegazioni che potrebbero essere manchevoli o addirittura fuorvianti, ed abbiamo preferito lasciare il testo originale alla interpretazione libera del lettore.

E’ l’ultimo degli eventi che dà senso a tutti quelli che lo precedono. Id est Mors !.
Senza di esso nessuna cosa umana avrebbe senso alcuno. Ed esso dà significazione e fine ad ogni cosa umana.
Ma, cos’è esso evento?
Simile al sonno, l’evento estremo del vivere rende cieco e sordo e muto l’uomo che vi penetra.
Ogni via di comunicazione dall’esterno viene recisa. Ogni linea di contatto con gli altri che “umanamente” vivono viene interrotta.
Resta….
Cosa rimane, allora ?
Ciò che resta è il mondo interno all’io. Quel mondo di cui nessuno sa dire qualcosa che non sia ipotesi, fantasia, o quant’altro.
Una chiave per aprire un piccolo uscio verso quell’universo a tutti coloro che “umanamente” vivono è rappresentata dalla vibrazione.
Tutto è vibrazione.: dalla visione di un paesaggio, al suono di una sinfonia, al moto della materia nel grande padre oceano.
Chi “umanamente” vive è desueto ormai alla vibrazione.
Ma essa è, rimane, e permarrà, come la base di ogni cosa che esiste, sia qui, che là, che “Altrove”.
Il morire vuol dire dunque perdere la capacità di ricevere linee dall’esterno che vibrano secondo materia; ed all’incontrario, acquistare piena capacità di comprendere Vibrazione Massima.
Non è semplice, dunque attenzione da porgere non poca !
Il cuore centrale e pulsante di chi si deafferenta dal mondo è comprendere la linea – ed entrarvi in sintonia – che dalI’Io va all’io. Ma per comprendere ed entrare nella grande Linea, v’è da ben conoscere i segreti delle minime linee che della Grande sono “immagine e somiglianza” !
Così accade che il tentativo di avvertire la vibrazione Maxima, non sia passato prima dalla Magna e dalla minima.
E’ questo il senso dell’iniziatica via che s’ha da percorrere per giungere verso l’unica meta ch’è il ritorno alla Casa del Padre, meglio alla Reggia da cui partiste e partimmo per scelta consapevole e gravida di coraggio e speme.
So io ch’è vibrazione l’immagine d’un piccolo rivo che mi riempie di serena quiete il cuore ? So io ch’è vibrazione il suono d’arpa che mi volge la mente all’eterno infinito? Sì, oggi, lo so perché la Fisica a me lo spiega con equazioni e la Fisiologia a me lo chiarisce attraverso i meccanismi che regolano la visione e l’udito.
… E le sensazioni ? Chi le dà ? Quale equazione le spiega, o Fisiologo le Illustra ?
No, esse altro non sono che l’avvertire “l’Avvertire” la parte minima o Magna o Massima che esse fisiche vibrazioni contengono; esse restando materiale mezzo di comunicazione di dette vibrazioni alla macchina computazionale.
Ma non v’è modo alcuno di sganciarsi dalla computazionale vicenda dell’uomo se non nel recidere, prima dell’evento di ultima perdita che è la morte, il canale che ci trasmette solo fisica e razionale vibrazione.
Un esempio chiarirà il detto.
Se ascolto delle note non altro faccio che avvertire una vibrazione di qualcosa che fa un certo rumore – per così dire.
Ma se ascolto alcune note in sequenza avverto che v’è un’armonia , se esse lo sono in armonia, e si crea in me una sensazione di piacevole piacere.
Ma – qui il punto – v’è anche chi (rara avis) avverte pure qualcos’altro; qualcos’altro che – ricordate – è null’altro che l’ OUM PASCHA….
In essa Maxima vibrazione v’è il senso delle cose – quelle di qui, quelle di là., quelle dell’Altrove – e nessuno può dirsi cercatore della Verità – e non già della verità – se egli non ha compreso prima ed avvertito poi l’ OUM !
Il mezzo è quello – e vi fu detto – la Musica !
Non già le note od il loro armonico susseguirsi, ma – universale linguaggio dell’Essere – la Vibrazione che esse esprimono e trasmettono, figlia ad immagine e somiglianza della Maxima che Altrove regna e permane.
Non è semplice comprendere quanto detto, poiché v’è in voi confusione grande fra il vibrare inteso come vibrazione ed il senso della vibrazione inteso come anima dell’ Essere, come fornace ed Atanor dell’esperienza dello Spirito, come crogiuolo nel quale si fondono e vivono e muoiono e rinascono ed ancora muoiono per poi rinascere i sé figli liberi del Sé!
Quando – mementote – sarete in grado di avvertire prima ed avvertire poi e nuovamente avvertire ancora la vibrazione delle cose, quel giorno sarà dies a quo del vostro incominciare a Vedere !
Né va tralasciato che non v’è reale visione d’esperienza e di memoria senza l’avere avvertito almeno la minima nel senso di immagine, seppure pallida, della Magna che a propria volta diafana lo è della Maxima.
Così, da fratello, da padre, da amico, da parte di colui che sentiero ha segnato verso quel dì che raggiungere si dee, ascoltate: senza avvertire ciò che invero è nota, non v’è visione di luce, né tampoco di verità. Questa la pietra miliare che segna inizio o fine d’un lungo vostro viaggio da pellegrini nella terra senza tempo degli specchi che vi rinviano la vostra stessa immagine.
Dalla percezione della nota, l’infrangere gli specchi subdoli della ragione computazionale che apre – davvero ed invero – lo sguardo alla Luce che non mente !
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SU  DIO  PADRE

Premessa

Si premetta che il tema è di tale portata che non può essere né esauriente né appagante sotto il profilo religioso o filosofico ed ancor meno razionale, ben consapevoli che non si può dare un’idea, un’immagine di ciò che è insondabile! Quel che segue costituisce pallido barlume di conoscenza raggiunta principalmente per via medianica successivamente approfondita e rielaborata attraverso letture, meditazioni, considerazioni.

Dunque non si ha, né si potrebbe avere, la presunzione di affrontare e sciogliere il grande mistero che avvolge il nostro comune Padre Celeste e di poterne offrire un quadro in toto soddisfacente. Qui si vuole solo tentare di migliorare, seppur di poco, la percezione che noi possiamo avere della Divinità che, purtuttavia, per l’umanità incarnata inconoscibile permane a dispetto delle molteplici rappresentazioni che l’uomo nei secoli si è sforzato di costruire.

Citerò un adagio scherzoso per rendere meglio il concetto:

Dio volle crearci a immagine e somiglianza Sua e l’uomo, grato, ricambiò il dono immaginando, e quindi realizzando, un Dio ad immagine e somiglianza propria.”

Il divertente aforisma sta a significare che l’uomo, nell’impossibilità di conoscere o di avere anche semplicemente un’idea di Dio, lo ha immaginato, nell’arco della storia, in forma umana non potendo disporre di altro e più confacente modello; così nel racconto biblico dell’antico testamento lo ha rappresentato come un Dio “geloso”, “iracondo”, “sanguinario”, “dispensatore di giustizia” attraverso punizioni atroci inferte all’umanità ribelle alle sue leggi. Un Dio non da amare, ma da temere. Una sorta di satrapo capriccioso, a volte benevolo a volte vendicativo.
Immagine quest’ultima che si è stemperata nei secoli, sia pure con difficoltà, dopo l’intervento del Cristo.
Ciò nonostante abbiamo ancora oggi il modello di un Dio antropomorfo, raffigurato, nella iconografia dell’ultimo millennio, come un temibile vecchio con una lunga barba bianca. In qualche caso, al posto del vecchio, Dio è raffigurato sotto forma di triangolo con un occhio al centro, a simbolizzare il suo inspicere attento ed indagatore volto a controllare e cogliere ogni aspetto dell’uomo, (pensieri, opere ed omissioni),  per castigarlo o premiarlo in eterno a seconda del comportamento tenuto nella sua breve vita. Potremmo dire una visione immatura o addirittura fumettistica di Dio.

Ma Dio che cosa è? Dio come è in realtà?

Egli è realmente inconoscibile nella Sua pienezza! Egli è paragonabile solo a Se Stesso dal momento che è unico ed assoluto.

Di Lui  possiamo avere solo vaghi e a volte confusi tratti, potendo avvicinarci alla sua “immagine” a piccoli, piccolissimi passi in un percorso senza fine. Tale conoscenza di Dio così difficile, così graduale è solo il risultato del nostro soggettivo modo di intendere, di percepire la divinità o, forse, di averne coscienza; e siccome siamo gravati dalla limitatezza dei nostri stessi mezzi conoscitivi, intellettivi, intuitivi, ecco che Dio è diverso per ciascun uomo e lo è nella misura in cui diversa è la capacità di ciascun uomo di intenderlo, di percepirlo e, in taluni casi, di negarlo perfino.

V’è da chiedersi perché Dio debba essere da noi considerato Amore e Ordine e dunque perfezione.

Bene proviamo ad immaginare per un istante un Dio del male e del disordine.

Come potrebbe esistere un’entità suprema di tal fatta? Un dio che odia, o un dio che ama il male, porrebbe l’architettura del creato su presupposti tali da provocarne la distruzione e, a causa dell’inevitabile entropia divina, si genererebbe il caos con il conseguente annichilimento della divinità stessa. Dunque, data per accettata l’esistenza di Dio, Egli non può che essere d’amore e di armoniosa perfezione.

Sebbene sotto il profilo razionale l’esistenza di Dio, come avremo modo di vedere, è indimostrabile, purtuttavia non è razionalmente pensabile – secondo le concezioni dell’ateismo – che un’energia cieca, inintelligente, condizionata dalla casualità, possa porre ogni cosa al posto giusto in un ordine che governa il cosmo nel micro e nel macro di esso e che giunge, per saltus, agli esseri dotati di intelligenza, di coscienza e perfino di autocoscienza (io sono).

Certo non possiamo identificare Dio col Cosmo, che è il Figlio semmai, o parte di Esso, perché il Padre – nel cui seno il Figlio è comunque ricompreso – è ancora di più.

Va decisamente sottolineato che ogni disquisizione in cui si fa riferimento alle Tre Persone Divine in realtà non ha un reale fondamento, è una fictio mentalis utile solo alla migliore comprensione dei concetti da parte della umana ragione.

Quanto segue è dunque un quadro, umano, umanissimo, che si ha l’ardire di tracciare su Dio; esso è rappresentazione, pur parziale e carente, della divinità così come ci è stato permesso fino ad ora di comprendere e di percepire, con i limiti e i difetti che affliggono l’umano intelletto.

 

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Dio, idea dell’uomo o realtà ?

Le disquisizioni più o meno erudite circa la “prova” della effettiva esistenza di Dio non saranno tema di questa trattazione, sebbene non si possa fare a meno di richiamare alla mente come la problematica specifica sia stata argomento di dotte opere filosofiche non solo da parte di grandissimi pensatori dell’antichità, come Platone o Aristotele, ma anche di brillanti menti e veri campioni di “logica” di tempi più recenti, quali Leibniz o Kant. Sul piano più squisitamente religioso non va trascurato Sant’Anselmo d’Aosta, che affrontò attraverso il ragionamento e la logica la prova ontologica dell’esistenza di Dio. Ma deve essere in particolare ricordata la teoria di Dionigi l’Areopagita Pseudo con il suo metodo apofatico o della negazione. Sul piano scientifico è opportuno non omettere il grande matematico Kurt Gödel, che dimostrò, attraverso argomentazioni puramente logico/matematiche, l’esistenza di Dio; un percorso di pensiero che, sul piano della logica pura, sembrerebbe ripercorrere quello di Sant’Anselmo d’Aosta.

Agli ostinati negatori dell’esistenza di Dio può agevolmente opporsi il pensiero di Kant, il genio di Kronisberg, il quale giunse alla conclusione della non dimostrabilità dell’esistenza di Dio, ma altresì della indimostrabilità della Sua non esistenza.

Io dirò solo che Dio non si dimostra con la scienza, non Lo si prova con il ragionamento che, essendo prodotto della mente, è strumento limitato ed inadeguato. Dio Lo si sente, Lo si percepisce e ciò avviene allorquando ci si predispone all’ “ascolto” con l’orecchio di un fanciullo. Per Dio si può provare Amore ovvero indifferenza. Egli non vuole imporre Se stesso all’uomo, poiché lo ha concepito e voluto come creatura libera; libera di cercarLo, di sceglierLo, ma anche di rifiutarLo o di negarLo, perfino di blasfemizzarLo. Dio, potremmo dire, è come un bel tramonto: o percepisci l’emozione che vorrebbe offrirti o non la cogli; ma il tramonto, esso, non fa nulla per indurti o, tampoco, costringerti a guardarlo e ammirarlo… eppure c’è.

Inconoscibilità di Dio da parte dell’uomo

Di Dio non possiamo dare una descrizione poiché Egli è “INDEFINIBILE” “INEFFABILE”; non è cioè circoscrivibile in un modello o schema, né in un’espressione matematica, né in un concetto o idea dell’uomo, quale che sia, poiché essa risulterebbe comunque e sempre inadeguata, essendo Dio sempre di più e diverso da essa. Quand’anche Gli attribuissimo un elenco interminabile di aggettivi tutti al superlativo assoluto (adottando in tal modo il cosiddetto metodo aristotelico catafatico o affermativo), non perverremmo ad alcuna conoscenza della sostanza o essenza di Dio per l’inadeguatezza delle attribuzioni. Per ogni aggettivo dovremmo al contrario negare l’attribuibilità a Dio proprio perché insufficiente ed inappropriato.

Giungeremmo così ad adottare il metodo apofatico di Dionigi l’Areopagita secondo cui non è per noi possibile comprendere l’Essenza divina. Dio è inarrivabile concettualmente e filosoficamente. Egli rimane nella Sua “Tenebra Divina” ossia “Luce inaccessibile” all’uomo. Gli strumenti di cui disponiamo (mente, cervello, raziocinio, pensiero) sono inadeguati ed incapaci di comprendere prima e di definire poi. La verità è che non sono “strumenti” idonei. E allora? Dunque solo eliminando le concettualizzazioni – e addirittura lo strumento mente che le costruisce – possiamo avvicinarci a Lui. Ciò sarà solo attraverso il vuoto ed il silenzio interiori.

Solo chi supera ogni forma di conoscenza può unirsi al principio del Tutto, ossia all’Uno inconoscibile: costui, proprio perché non conosce più nulla, conosce al di sopra dell’intelligenza. Quindi nella totale assenza di parole e di pensieri si realizza l’henosis (unione) della mente con Dio. Ciò può avvenire mediante l’estasi, vale a dire uscendo da se stessi ed appartenendo totalmente a Dio.

Va detto che la nostra individualità, attualmente concretizzantesi nella persona di ognuno, è la risultante di un dono offertoci da Dio : quello cioè di poter essere autonomi da Lui ossia separati (o apparentemente tali) per poter sperimentare l’Ego o coscienza individuale; nel dono è infatti insita la libertà, una libertà che ci permette perfino di negare Dio Stesso. Questo ci dice, a ben leggere, la parabola del figliol prodigo. Ma nella parabola è raccontato anche il patire del figlio ed il suo ritorno alla casa paterna. In essa parabola è sintetizzato il destino dell’uomo che tornerà a fondersi con il Padre Santo mantenendo però anche la sua coscienza individuale così da poter essere assieme figlio e Padre, al tempo stesso goccia d’acqua ed Oceano.

 

Come dice l’entità in una comunicazione: “continuando sulla via delle affermazioni negative, alla fine Iddio si traduce in un nulla concettuale, ma all’un tempo si trasforma da nulla concettuale, attraverso il silenzio del nulla, in luce vivida non comprensibile al filosofo, ma all’iniziato che è divenuto siffattamente “illuminato”.

Seguendo la teologia apofatica (negativa) di Dionigi l’Areopagita, ci rendiamo conto che all’uomo non risulta possibile comprendere l’Essenza divina attraverso un processo mentale, logico-razionale.

Per Dionigi, l’impresa necessita dell’attraversamento di tre stadi:

la purificazione (riconoscere i propri peccati, quindi perdonarsi);

l’illuminazione (mediante il raggiungimento del vuoto assoluto privo del sacro – cioè di Quadosh – come suggeriva Bodidharma all’imperatore Wu di Nanchino -);

la consumazione. I primi due di natura intellettuale, il terzo invece è l’estasi in cui, al di là del senso e della ragione, l’uomo entra nell’oscurità mistica (αγνοσία), che è la deificazione.

Si aggiungano le seguenti  riflessioni:

  • Separatezza del Divino (Quadosh) dall’umano; che non è in Realtà, ma che risponde alla esigenza di lasciare intangibile la LIBERTA’ (potremmo anche richiamare il concetto di Dio Immanente e Dio Trascendente di Pietro Ubaldi). Quindi dono amorevole di Libertà da parte del Padre, il quale potrebbe d’un balzo portarci a Lui ma non lo fa per non imporsi a noi. Peraltro, se nella condizione umana della materialità Lo conoscessimo non potremmo non sceglierLo e dunque non saremmo più liberi. Dio, in certo qual modo, si nasconde a noi nella Sua Tenebra Luminosa (tenebra poiché a noi invisibile, inconoscibile).
  • Caduta. La creatura, al termine della “caduta” o “discesa”, non Lo vede più. Sarà così libero di scegliere o meno la riunificazione, il “ritorno” alla Casa del Padre o la permanenza nella “egoità” soggettivizzante, separata (o apparentemente tale). Di qui la realtà dinamica che opera in questo mondo, ossia il contrasto, o lotta, tra le due nature dell’uomo: l’Essenza/Tutto e l’egoica/individuale (cavallo bianco e cavallo nero di Platone).
  • Inadeguatezza del contenitore. Come ci fu detto, sono 4 gli ingredienti del processo iniziatico : “Fonte” , “Contenitore”, “Spazio/Tempo” e “Segretezza”. Qui dobbiamo riconoscere che la nostra mente è microrecipiendario all’accoglimento del Vero. Essa non è in grado di immaginare Dio essendo Egli inconcepibile – come abbiamo visto – indefinibile, ineffabile, ben oltre la percettibilità dell’umano pensiero. Pur tuttavia possiamo sentirLo; abbiamo la possibilità/capacità di avvertirLo comunque (Dio Trascendente), o forse di intuirLo. E’ sconosciuta la via misteriosa attraverso cui ciò avviene. Di certo la nostra struttura fisica ci incarcera e ci rende incapaci di percepirLo attraverso i nostri sensi fisici; ciononostante vi sono dei segnali, indizi, tracce di Lui che taluno è in grado di cogliere.

L’artista, ad esempio, essendo dotato di una peculiare sensibilità (il senso ispirativo), percepisce e comunica poi ciò che ha avvertito attraverso le proprie creazioni. Coglie cioè la vibrazione Media e la traduce in vibrazione minima – che è poi quella della materia – percepibile da chiunque; (basti pensare al compositore di musica o al il pittore).

E’ stato detto: “La massima espressione del bello si trova nelle idee iperuraniche: perciò l’arte non deve più essere mimesis del reale, come la definì Aristotele, ma specchio dell’ideale”.

Potremmo però affermare che due sono sostanzialmente  le modalità attraverso le quali l’artista ci parla di mondi superiori e dunque di Dio: quella del grande musicista che, pescando dal mondo iperuranio, traduce in armonia acustico/fisica la vibrazione che avverte (si pensi a Mozart); quella del grande scultore che, attraverso la  mimesis del reale, imprime nella creazione materica il sentimento, l’emozione o comunque un moto dell’anima, sublimando la materia (si pensi alla “Pietà” di Michelangelo). La prima forma artistica raccoglie dall’Alto le armonie del piano sottile per trasferirle in basso in vibrazioni musicali atte ad essere percepite da qualunque ascoltatore; la seconda, viceversa, dal basso conduce verso l’Alto: la materia informe viene trasformata in modo tale da trasmettere sentimenti, emozioni in chi osserva. Per entrambe, in definitiva, non può che parlarsi di “vibrazione”.

Il Nome di Dio

Rivelazione del nome divino

 13 Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». 15 Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione. (Esodo 13, 14, 15)

Il passo biblico è ampiamente noto, ma viene da chiedersi che cosa significhi il detto “Io sono colui che sono”. Rudolph Steiner ha trovato la chiave del significato interpretando la frase così: “Io sono Colui che è l’Io Sono” ; frase che ben si armonizza con la successiva «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» ovvero “Dirai agli israeliti: L’ Io-Sono mi ha mandato a voi”.

Per “IO SONO” deve poi intendersi l’espressione massima, anzi assoluta, della Coscienza. Dunque Coscienza Assoluta ed Universale del Tutto.  E, attenzione, non disse sono il Padre, o sono il creatore, o sono Iddio ovvero “Il Dio”, e il motivo ci appare chiaro: qualunque affermazione sarebbe stata parziale ed inadeguata; per es. se dico sono il padre, escludo di essere il figlio anche se questi è stato da me generato, anzi sono padre e dunque distaccato dal figlio che creai; analogamente se avesse affermato sono il creatore di tutte le cose o se avesse detto : Io sono Dio (sott.so Voi no). Ma affermando, come fece, di essere l’Io Sono Universale asseriva la Sua essenza unificata, univoca, globale, dell’esser Coscienza assoluta e cioè di tutto, ossia di tutte le cose e di tutte le creature e dell’umanità e di Se Stesso fusi in un unico UNO quale Egli è e permane nella sua compiutezza (come sappiamo il Padre è idea, il Figlio attuazione dell’idea, lo Spirito è la presa di coscienza dell’una e dell’altra.).

Ma è davvero “IO SONO” il nome di Dio, ammesso che ne abbia uno? Stando alle scritture, Dio volle darsi tale nome innanzi a Mosè e per i secoli a venire, dunque dobbiamo concludere che tale è il Nome più appropriato per Lui.

Tuttavia il nome “vero” segreto ed impronunciabile di Dio in definitiva sta ad indicare il significato della sua essenza secondo il massimo della comprensibilità concessa all’uomo con i suoi propri limiti; esso Nome costituisce la vibrazione maxima in cui tutto è ricompreso:

  • è significazione della qualità di Padre ideatore e creatore dell’universo;
  • evoca la sommità di tutte le cose; il vertice della divinità che è perno attorno a cui tutto l’esistente ruota;
  • evoca l’energia tutta e spaventosa del creato nel suo aspetto esteriore ed interiore ossia come spazio, ma anche come recipiendario interiore privo di spazio e di tempo;
  • evoca la potenza del verbo e della parola: il genio che si traduce in vibrazione;
  • evoca la sofferente macerazione che porta all’apprendimento che permette cioè di trasformare (metanoia) la tenebra dell’ignoranza in luce di conoscenza e dunque di coscienza: il doloroso percorso di libertà donata. In altre parole il dono al “sé” (piccolo) di libertà di scelta volta alla conquista (dolorosa) sia per “sé” (piccolo), che per il Sé (grande), di quell’“Io Sono colui che è l’ lo Sono”, del passo biblico dianzi richiamato.

Tuttavia per gli ebrei il nome di Dio era  יהוה , una parola composta da 4 lettere: yodh, he, waw, he corrispondenti alle lettere latine YHWH, o JHVH, ed è perciò chiamato “nome tetragrammo“.

Il tetragrammon ebraico equivale alla tetraktis dei greci.

Giungiamo così alla TETRADE Pitagorica:

  La Sacra Tetractis

Nella scuola pitagorica i discipuli prendevano dimestichezza con il trascendente attraverso i numeri.

La Tetraktis è Sacra poiché in essa è l’armonia, nella quale sono le sirene!” .

Platone nella Republica narrò l’armonia delle sfere nel mito di Er.
Er era un soldato morto in battaglia. Gli dei vollero concedergli di poter ritornare tra i viventi della terra per raccontare agli uomini che cosa li aspetta nel regno dei morti. Nel suo racconto Er illustrò agli umani mortali il Fuso della Necessità (Karma?) : un passaggio obbligato per le anime dei defunti costituito da una colonna luminescente posta tra cielo e terra e dotata di un rocchetto cosmico costituito da otto semisfere concentriche e ruotanti, corrispondenti ai sette pianeti e alle Stelle Fisse. Poste a sedere sui bordi delle semisfere le sirene, ciascuna delle quali canta la nota corrispondente ad un pianeta ed in sintonia con esso. (passaggio ripreso da internet. N.d.a.)

La Tetraktis, era per i Pitagorici la figura più sacra:

Essa faceva riferimento alla perfezione divina rappresentata dal numero “10” ed era raffigurata sotto forma di triangolo equilatero costituito da punti: quattro per ogni lato. La figura ottenuta, comunque si orientasse il triangolo, presentava un punto al vertice seguito da due punti sottostanti, poi da tre ed infine da quattro.

Il Quaternario, era il numero perfetto, che costituiva la radice di tutti i numeri e di tutte le cose sul piano fisico. Secondo i Pitagorici inoltre, essa era duplice: vi era la Tetrade superiore attinente al mondo iperuranio e la Tetrade inferiore attinente al mondo della materia e dei quattro elementi suoi propri (Fuoco, Aria, Acqua, Terra). Quest’ultimo, mondo sensibile, era la rappresentazione di una falsa realtà.

La sacralità della Tetraktis, secondo i pitagorici, perveniva dalla sua capacità di contenere il numero della perfezione: il “10” (1+2+3+4=10 )

somma che ricomprende l’intero Cosmo.

Sulla Trinità di Dio

Dio è Uno e Trino. Così ci insegna la Chiesa Cattolica che però a tale affermazione fa seguire il silenzio trincerandosi dietro il mistero; ciò a rischio di subire critiche ad una religione che si professa monoteista, ma che in effetti viene fatta apparire non come tale.

La Trinità, che è fictio umana, è realtà dell’Essere che è. L’idea è Padre; la Forma è Figlio; la Coscienza conosciuta e conoscente di Sé lo Spirito.

L’idea è in Sé e per Sé; ma essa, in quanto in Sé esistente, non manca di forma che ha realtà nel Figlio; e l’Idea e la realtà di essa non manca di coscienza, l’una di essere, la seconda di essere la realtà stessa dell’Essere: la Coscienza del sapere, meglio nota come Spirito Santo.

Il concetto di Trinità è, dunque, una mera rappresentazione mentale che ci consente di accostarci, razionalmente, al Mistero dell’Uno-Tutto nei suoi tre aspetti: Idea, Forma e Coscienza. Ma Dio è e permane una realtà unica ed immutabilmente perfetta. Tutto è ab aeterno in Lui, in un continuum di immobile perfezione al di là del tempo e dello spazio.

Le guide ci comunicarono:

“L’Uno è il Tutto; in Sé comprendendo anche il non Sé.

Non è lotta fra il Sé e sé, in quanto è volontà del Supremo Omnipotere. Né dunque è bene, o male; ‘ché esso, il bene, ed esso, il male, sono soltanto nostre categorie di giudizio. Siffatte sono legate al nostro avvertire bene e male, gioia e dolore, satisfacimento ed insoddisfazione. Ma le stesse non hanno realtà se non nel nostro ragionare ed economizzare per categorie. La Legge è la Legge, ed essa non è figlia dell’Uno, ma Essa Stessa è l’Uno.

L’evolvere non è tale; ‘ch’è non v’è da evolversi nulla nell’Uno. Bensì noi, che dell’Uno, Uno, Unico ed Indivisibile, siamo parte impartibile, abbiamo sensazione e cognizione di essere il non Sé.

Il Dio trascendente è un “Io Sono” inimmaginabile ed inconoscibile per l’uomo. Ma il Dio immanente, che si manifesta nel Figlio attraverso il creato, è accessibile ai nostri sensi ed all’umana conoscenza.

Se Dio è il Tutto, nulla è al di fuori di Lui. Anche il male e il dolore, che vediamo regnare nel mondo ed in cui si dibatte la nostra esistenza, restano comunque in Lui. Dio conosce la Sua parte di ombra, il contrario del Sé, quel che sarebbe la Realtà se Egli non fosse, attraverso l’esperienza della creatura, che ha fatto una scelta egoica, di libertà, e vive dunque una realtà illusoria di apparente “non essere”, nella quale sembra che Dio non ci sia. Ma la creatura rimane nel seno di Dio. L’uomo comune non se ne rende conto. L’iniziato lo vede e, quindi, lo sa.E’ colui che vede l’uomo che sa.  Non v’è sapere per mezzo di ratio, ma esso sapere è, previo visus, immediato, appercettivo”.

Da una comunicazione del  2000

Tutto è in Lui e nulla è da Lui creato poiché tutti in sé e per sé creato in un continuum di immobile perfezione che non ha né vostro tempo né vostro spazio.

La mente chiede: come si articola il gioco? E’ difficile dire; pur non di meno proverò.

(…) Se l’uno, uno ed indivisibile, tutto in sé e tutte le cose in lui, deve, rectius, è, il tutto, deve, rectius, vuole essere non solo l’idea del tutto, ma la realtà di esso, e così, non creando, poiché avendo creato avrebbe prodotto qualcosa che prima non v’era, è anche il reale essente di sé. Ciò è possibile vedere in ogni cosa. La realtà è energia che a seconda dei livelli è più o meno in quiete; il minerale è più in quiete del vegetale. Ma non v’è un mondo sensibile ed uno ultramondano: unico è, il reale, solo la capacità di avvertirne e conoscerne il rapporto idea-forma denuncia ed indica il confine dicotomico tra le vostre categorie mentali.

La mano è idea e funzione del prendere, ma le sue ossa e tendini e muscoli sono la forma attuata dell’idea e il cervello, che ne conosce attraverso le vie sensitive la presenza, può imporre ordini motori ad essa. Il conoscere la vostra mano e la sua funzione tertium est!

Il discorso si complica allorché vogliamo comprendere come e perché il reale è tale. Esso è perché è, e della certezza che non è illusione del nulla, v’è il capire: io sono e certo so di essere. In ciò la chiave poiché ogni cosa è in sé e per sé l’uno: sì, proprio Iddio. Il quale non guarda il suo creato dalle altissime lontananze, ma è il creato, ed in ogni cosa ripete tutto Se Stesso; non una parte che è distinta dal tutto, ma tutto se stesso. Infatti l’idea è il tutto, ma il tutto è formato in attuazione della stessa idea attuata. Da ciò discende che, ove, come è, l’idea reale – e non fictio – voglia essere pregna di sé in quanto si conosce e sa di essere, essa deve, rectius, vuole, conoscere ogni parte del Sé che altro non è che l’Uno. Ma non vi sarebbe onniscienza se non vi fosse conoscenza di ogni elemento costitutivo del Sé, che si proietta nel sé.

Così a modesto e lontano paragone: provate a pensarvi vostra mano, quale che sia. Poi provate a far pensare la vostra mano come elemento a sé stante dal corpo. Difficile! Poiché è così intimo il rapporto tra una vostra mano e voi che non riuscite a darvi conoscenza della autonoma indipendenza di essa da voi. Ma essa non ha, dunque, da voi, dono di conoscenza e coscienza di sé. Eppure siete, rectius, siamo Iddio, né Sua parte, ma realtà di Esso che in, e verso, Esso protende.

Non è semplice il rapporto del TRE, ma è in ogni cosa. Se scrivi, è l’idea graphos a dare impulso alla penna che è mezzo per il graphos, ed ha una larvata coscienza nella quiete che le molecole che ne formano la materia hanno avuto imposta dal progetto di chi la costruì.

E’ un modo per dire del complesso. Ma la visione è ben più ampia,

Invero non è che Iddio fa Sé realtà per poi conoscersi, come alcuni lontani Padri della Chiesa ipotizzarono, nel Figlio e nello Spirito Santo. E’ il Padre che, Idea di Sé, è realtà di Sé e si conosce come idea e realtà in un tutt’uno che mai aggiunse cosa alcuna a Sé, poiché tutto aveva, né alcuna tolse poiché non necessitato da alcunché che non è, né sarebbe al di fuori di Lui.

Dunque, dove va questo motore immobile? Non è motore poiché ciò comporta l’idea di movimento e dunque di spostamento nella spazio, categoria mentale, né è immobile poiché ciò implica il concetto di spazio e di tempo: T2 dove è giunto il corpo e T1 dove esso era prima. Ciò è solo nuovamente fictio mentalis. In verità la realtà assume livelli diversi di forma e di coscienza. Essa è unica senza spazio né tempo e voi non crediate di comunicare da una vostra a una nostra dimensione, ‘ché non v’è dicotomia dimensionale se non nella vostra categorizzazione mentale.

Io, tu, egli, voi, sono categorie poiché ogni cosa presenta individualità che è idea di essa, materialità che è forma attuata dell’idea e spirito che è conoscenza di sé, ripetendo la formula del tre. V’è chi avverte più o meno la possibilità di comunicare verso e da realtà individuali più o meno quiete energeticamente: chi ha capacità di medianità ben conosce. Ma a tutti è dato ciò e tutti arriveranno a ciò. Quando la morte (il cui conoscere la realtà è il vero trauma dell’infante) sorprende, v’è solo rapida trasformazione della forma attuata in idea del sé che assume conoscenza di sé. In pratica il Figlio, carne, si sacrifica per la conoscenza del Padre. Ed il Padre, che si conosce, ma in ogni parte di sé, che, rectius, non è parte (anche se per ora accettate l’apparente contraddizione ‘ché lo dovete), dicevamo il Padre ha offerto dono di conoscenza che non era prima assente e poi presente dopo esperienza di incarnazione, ma lo era già prima dei secoli della mente dell’uomo e lo sarebbe stato, in quanto non può esserci un prima del fare e un risultato per l’avere fatto. Se no avremmo un migliore Uno dopo un precedente che, nello statu quo ante, mancava di quell’esperienza. Vi pare?

Ordunque non v’è sforzo di divenire, ma solo realtà dell’essere che conosce sé nella sua realtà completando la sempre completata armonia dell’Uno.

 

Dio Creatore

Da una comunicazione del 07/08/1990

Dunque come pensò Iddio l’universo?

Egli non poteva, poiché non voleva, contraddicendo la propria natura, pensare Se Stesso immobile per infinito eterno prima di creare, né poteva, poiché non voleva contraddicendosi, pensare di creare e terminare di creare per altrettanta eterna immobile infinità.

Così, dunque, Egli creò folgorando Sé Stesso da sempre, come creerà sempre.

E’ visione lineare ipotizzare inizio e fine. Carcerare Dio in un “e” (matematico) è tipico del ragionamento lineare.

Ma Dio non diede creazione a ciò che è differente da Sé; né diede creazione a ciò che già era.

Nel primo caso avrebbe creato ciò che non può essere in quanto nulla vi è al di fuori di Esso né è pensabile in non-essere. Nell’altro caso avrebbe creato per sezionarsi o per degradarsi: assurdo il primo poiché Egli perfezione assoluta; assurdo il secondo poiché non degradabile, pur potendo, ciò che è perfetto, in quanto negazione della perfezione stessa. Ed allora?

Da sempre, malo avverbio per definire ciò che con pensiero lineare pensate il “sempre”, Egli crea per atto d’Amore. Ma cosa vuol dire? Egli, Uno Assoluto, può folgorare da sempre Sé, Trinitizzandosi in unico Trino Eterno Solo. Difficile a comprendersi senza infinitesimo esame dell’infinito particolare che converge integrandosi nell’Eterno Unico assoluto. Egli così genera da Sé Se Stesso che, compreso in Sé per atto d’amore, definisce libero nel Pensiero Creativo, offrendo possibilità di scostarsi da Sé per filiazione e parte assolutamente integrante.

Assurdo definire il Sé senza il sé extrapolatum. Eppure così è. Ma la libertà di crearsi spazio nella trina sede di Colui che è risulta sforzo acciocché essendo, Egli diviene per Lui  (riteniamo debba intendersi per mezzo di Lui) sé pensante e distante quanto Egli consente, Egli vuole ed impera a sé. Ciò in eterno. In quanto non v’è logica lineare a piccoli passi su di una funzione costante; ma integrazione infinitesimale su grande insieme universale.

 Così lasciate alla logica umana i percorsi dall’inizio alla fine di un percorso a tappe: tale percorso, reincarnazioni comprese, è una piccola superficie su assi cartesiani, che definisce “a” area di lato noto e l’altro infinitesimo, e chi sa di ciò in numeri può comprendere.

Ma colui può comprendere come sia detta superficie, infinitesima da chiudere in integrale tra infinito a capo ed infinito a pèdice.

Difficile soluzione, oh chi si intende sa! Eppure il piccolo infinitesimo di lato noto e lato puntiforme, racchiude più e più vite!. E (…) per intanto cercate quella superficie.

Iddio volle creare non le infinite superfici ma l’integrale universale delle leggi che governando l’universo, in quanto da Lui governate, sono governanti di se stesse. Da tali leggi giungono le nostre appena intraviste: esse eterne ed immutabili nell’universo.

Dalle leggi l’Energia d’amore prende obbedienza e governo poiché Se Stessa impera a Sé di obbedire al parto proprio. L’energia, per passaggi che tentai farvi intravedere, prende forma e corpo. Là ove forma e corpo voi ritenete fisici essendo però tutto fisico in quanto reale.

Qualora prendeste la vostra terra e toglieste i vuoti, essa si ridurrebbe ad un pomo di materia di massa enorme. Materia che è energia: quanto più si acquieta il sistema tanto più definite materia il reale. Quanto più è eccitato il sistema tanto più sfugge alla misurazione che è di voi credendo voi trattare di spirito od altro. Tutto invece è reale quanto è. Così ciò che è assume stati che per comodità di economia povera umana diciamo per voi materia o spirito: unica cosa indivisibile di un unico Uno Solo. trino e partito (leggi: ripartito) in quanto vuole e comanda creando.

Onda è materia: unico efflusso d’amore creativo da cui proviene ogni cosa per ogni dove di ogni tempo.

E’ il limite vostro nemico.

Cosa credete essere eterno? Una quantità di tempo? E’ una quantità che, incommensurabile, ha un limite. E l’infinito? E’ colà dove termina il vostro pensiero di pensare. E’ un limite. L’infinito è là dove non c’è più spazio pensabile ma l’integrazione dell’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande senza limite. Così tempo e spazio.

Ma a cosa questo organismo infinito ed eterno?

Dio potremmo pensar essere necessitato a produrlo. Ciò non è poiché è volitivo l’atto che dando leggi che governano, rendono Dio pieno di Sé, Essere pensante immobile e creativo, Sé restando immoto e perfetto nel trino Suo creare ripartito in Se stesso diveniente sé medesimo creato. Dalla libertà di Sé divenire sé pensante e libero obbediente alla legge da Sé creata viene lo spirito come lo conoscete d’ogni uomo e d’altri che non sapete avere. Ma nel partire Sé, creando sé pensante e libero, Egli vuole e non deve, poiché nulla deve se non a Se Stesso, nulla non a Sé richiedente poiché perfetto.

Se dunque, dicevo, Sé creante sé creato vuole dare a sé la libertà di volere per fruire di ciò che Egli è, egli deve perfezionare sé fino alla coscienza di Sé.

Un infinito, eterno disegno di libertà. Sarebbe molto semplice comprenderlo se teneste nella mente la comprensione di un immediato reale: la Trinità del Sé.

Il dolore giunge conseguente anche in logica lineare: chi ha sofferenza prende coscienza poiché nell’errore e nel vedere l’errore di sé , si accosta alla conoscenza di sé e di Sé.

Lontano dai bagliori del mondo l’uomo ritrova Sé, riunendosi a Sé.

Ecco il semplice significato del dolore, da Lui concesso a Sé perché il sé potesse essere libero di ricongiungersi nella partizione infinita e trina. Così il Figlio dimostra la operante realtà del potere ciò e lo dimostra da sé e da Sé, carcerando il Sé nel sé.

Ma…fratelli lontani, lontani salvo qualcuno, come essere Sé e non soltanto sé, se non si crea?

Ma creare è amore di Sé per sé.

 

Giustizia e misericordia di Dio

In Dio mirabilmente si sposano, come abbiamo visto in altre sedi, i due concetti di giustizia e di misericordia apparentemente inconciliabili tra loro.

“Omnia in pondere et mensura posuit Deus” : Dio creò e tutto pose secondo pesi e misure acconce. Dunque Egli creò secondo criteri di armonia e perfezione.

La stabilizzazione dell’armonia riposa perciò nelle leggi che la sorreggono.

L’uomo che gode del dono di libero arbitrio è per ciò stesso anche responsabile delle sue scelte e quindi di quelle sue azioni che turbano l’armonia del tutto. Di qui la necessità di leggi che ripristinino l’armonia violata. (v. legge del Karma)

E’ concetto consolidato nella maggior parte delle religioni di tutti i tempi e latitudini che l’uomo, al termine della sua vita terrena, venga giudicato per le opere compiute nel corso della sua esistenza e, a seconda del suo comportamento, venga o condannato ad una pena o assolto e gratificato con un premio.

In tutte le religioni il potere di giudicare è proprio di Dio stesso che è per definizione “Summa Iustitia”.

In questa sede noi sosteniamo che, al contrario, Dio non giudica nessuno, anzi ama, ed ha misericordia, potremmo dire, per il figlio che ha sbagliato e, peccando, si è contrapposto alle leggi universali che, violate, impongono il risarcimento che si traduce in dolore.

Sorge allora conseguenziale il quesito: chi formula il giudizio ?

Il giudice del comportamento tenuto da ognuno di noi in vita siamo noi stessi! E’ cioè il nostro grande Sé, pars divina, che giudica il comportamento del piccolo sé.

Ma quale sarà il criterio di giudizio? Quale il metro adottato? Una misura elastica e benevola o rigida e rigorosa? L’una o l’altra a seconda di come noi fummo in vita; così come giudicammo in vita così saremo giudicati! E se fummo benevoli e tolleranti verso il prossimo lo saremo anche verso noi stessi, ma se fummo rigidi e severi, tali saremo anche verso noi stessi. E se, non giudicammo, non saremo giudicati (come ci insegna Cristo). Dunque legge del Karma che mirabilmente si adatta all’individuo e, adattandosi, opera in piena ed esauriente IUSTITIA DEI. Se inoltre saremo capaci di perdonarci, saremo perdonati e se sceglieremo liberamente di ritentare ancora la prova del mondo saremo accontentati, perché è proprio a questo punto che la misericordia del Padre Santo interviene con la Grazia!

 “ Tutto , Padre Altissimo , ha inizio dalla Tua Misericordia

e tutto ha termine nella Tua Misericordia ;

Ogni Grazia ha origine dalla Tua Misericordia

e l’ultima ora è sempre , per ciascun uomo ,

ricolma della Tua Misericordia ”

 

Peccato originale

Dagli insegnamenti dei Maestri nascosti:

(…)

La Grazia si collega al PO che, non è blasfemia, è in Dio. E’ IN DIO,  perché solo così viene denominata quella che indistintamente avete fino ad oggi definito parte oscura o male di Dio. Se Egli è il Tutto, ben lo sapete, in questo Tutto deve esservi anche la negazione del Tutto. Dunque l’Uno contempla Sé ed il non Sé.

E come in una vecchia comunicazione fu detto che solo il bene v’è ed il male appare dall’assenza del bene, del pari diremo che il male appare dall’allontanarsi da Dio come bene assoluto. In pratica – ed è altro concetto che svilupperete in contraddittorio con quello dell’Actio in amore – tutti i peccati, che appartengono agli spiriti, sono commissivi in proprio attraverso omissione: è il non factum che diventa l’alium factum, poiché io condurrei ogni mio agire secondo volere di Dio e solo per libera scelta posso allontanarmene, ben sembra ch’io faccia qualcosa di male, ma quel fare qualcosa di male è solo l’avere omesso di fare il bene e per volontà mia – se sto dentro Iddio come unità –  avrei compiuto.

Allora Dio partisce Sé, ricordate, negli spiriti umani ; ma così come l’idea di Dio viene all’umile uomo fatto di terra da Dio, gli viene anche donata la parte del non Sé di Dio. Questo e solo questo è il PO perché in sé e per sé origine della creatura in quanto espressione ed immagine di Dio. Ma mentre Dio sceglie Sé e sempre Sé – non perché sia giusto scegliersi ma perché va da se che sia così in Sé e per S – l’uomo ha –  e qui è la Grazia che si sposa ed aderisce alla parola – Libertà di scegliere se confarsi e quindi agire secondo la parte di Dio che è in Sé o di non agire ed omettere la condotta che dovrebbe avere aderendo a Dio, facendo sì che di fatto agisca altrimenti con il non agire secondo Dio.

Bene. Dati questi spunti di riflessione, viene da illustrarsi il problema dell’Isola dei morti   1)1. Si riferisce al dipinto di A. Boëcklin quale rappresentazione simbolica dell’inferno, del luogo cioè in cui sarebbero sepolti gli spiriti morti alla coscienza. come momento perenne, sganciato dal tempo e dallo spazio  e chiaramente allegorico, della Misericordia di Dio e della richiesta del perdono. Quando uno spirito che ha seguito il non agire secondo Dio ha – di fatto omettendo ciò che era il dettame della parte di Dio in Se – ha agito, si diceva, in malo modo, allora egli ha praticamente cambiato rotta e si è – potremmo dire per intenderci – autoannullato portandosi così verso la dissoluzione della parte di Dio che, non potendo essere distrutta, sfugge e fugge da LUI cacciata.

Solo un atto d’amore può ridarti la coscienza, ma attraverso l’unica chiave che dà la coscienza della conoscenza e la conoscenza della coscienza : il dolore della Croce, dove il Logos  incarnato ha preso su di Sé i Peccati Originali del mondo. Ed ecco la discesa agli inferi/limbo coloro che prima del battesimo, intendendo per battesimo il momento in cui entri nella coscienza, dicono i cattolici della chiesa. Ma ciò vale per tutti coloro che, pur non appartenendo ad alcun rito e ad alcun credo, volgano verso l’alto il proprio sguardo a Dio.   Cristo da quella Croce ridona la coscienza perché ristora lo Spirito e ricongiunge – cacciato dalla volontà dell’uomo – nell’uomo ridando ancora la possibilità di scegliere tra il guardare la parte bona e la parte mala . E’ questo il meccanismo che dobbiamo pur sempre intendere come un momento che viene vissuto al di là del tempo e dello spazio e senza parametri che possano aderire al nostro tempo ed al nostro spazio che si ritrovano sull’isola  2)2. Qui fa riferimento allegorico al dipinto di A. Boecklin “L’isola dei morti” più volte richiamata in altre occasioni. . Quando un’anima sceglie, e sceglie di riprendere la parte di spirito di Dio che ritorna a permearla, vede… vede l’orrore dell’avere da sé cacciato Sé, come in una sorta di cupio dissolvi e da lì la sofferenza per la perduta   realtà. Da questo momento ancora la scelta perché ancora vige, persiste, impera il Peccato Originale ma senza il quale non vi sarebbe la grazia e la libertà di poter scegliere. E solo accogliendo la Parola del Cristo si può, dal Suo respiro verso il Cielo spinto, giungere alla Nube 3)3. Nube: immagine allegorica è sinonimo di Ade, luogo di pausa, di riposo, di riflessione per le anime di coloro che sono morti nella carne. e solo da codesto altissimo loco che poi – ma appartiene ai grandi misteri tra i grandi – può, sarà, si verificherà quella che avete impropriamente per l’isola definito come Resurrezione. Ma di ciò si parlerà in altro tempo.

Quando Luca, a differenza di Matteo, scrive che un padrone aveva 10 servi cui diede 10 mine, una cioè a testa. Essi ritornarono chi avendole moltiplicate ed uno portando la stessa; quel padrone dirà che chi ha molto sarà dato, ricordate, chi ha poco sarà tolto anche quel poco. Perché quel colui avrà non fatto nulla; il non avere agito cioè secondo dettame  della propria legge interna divina in quanto egli stesso parte di Dio, ma avere obbedito all’inane torpida pigrizia del non agire in amore omettendo dunque di seguire la legge divina che è legge che egli stesso si è dato. “E coloro che non vorranno seguire le mie leggi e che non vorranno da me essere governati siano fracassati da pietra”. Così Luca. Il “fracassati da pietra”, termine durissimo, viene utilizzato perché è lo spirito che se stesso annulla allontanandosi, portandosi verso un nihil di nulla che solo nei sepolcri tenebrosi dell’isola troveranno – fino a possibile pur sempre nuova scelta – albergo triste ed oscuro .

Dal Vangelo apocrifo di Giovanni:

L’inesprimibile Uno

L’ Uno governa tutti. Nulla ha autorità  su di Esso. È il Dio. È Padre di ogni cosa, Santo.

L‟invisibile su tutto. È pura luce incontaminata, in cui nessun occhio può guardare.

L’Uno è l‟invisibile Spirito. Non è giusto pensare a esso come un Dio o come Dio.

È più di un Dio giusto.

Nulla è sopra di esso.

Nessuno governa Esso. Dal momento che tutto esiste all’interno di esso non esiste all‟interno di nessuno.

Dato che non è dipendente da qualsiasi cosa, è eterno.

È assolutamente completo e non deve quindi niente a nessuno.

È la perfetta luce.

L’Uno è senza confini nulla esiste al di fuori delle sue estremità, l’Uno non può essere indagato.

Nulla esiste a prescindere dalla sua verità.

L‟Uno non può essere misurato poiché non esiste nulla di esterno che misura Esso.

L’Uno non può essere visto, poiché nessuno lo può immaginare.

L’Uno è eterno poiché esiste da sempre.

L‟Uno è inconcepibile poiché nessuno lo può comprendere.

L‟Uno è indescrivibile, poiché nessuno può mettere tutte le parole su di esso.

L’Uno è luce infinita, Purezza, Santità, Immacolato.

L‟Uno è incomprensibile. Perfettamente libero dalla corruzione.

Non è “perfetto”, non è “santo”, non è “divino”, ma superiore a tali concetti.

Né materiale né immateriale, né immenso, né infinitesimale. È impossibile specificare per quantità o qualità poiché va oltre la conoscenza.

L‟Uno non è un essere tra gli altri esseri. È di gran lunga superiore, ma non è “superiore”.

È al di fuori dai regni dell‟Essere e tempo.

Tutto ciò che è all’interno dei regni dell‟Essere è stato creato e tutto ciò che è nel tempo è stato assegnato ad Esso.

L‟Uno non riceve nulla dal nulla, ma apprende semplicemente se stesso nella propria luce perfetta. L’Uno è maestoso. L’Uno è l‟incommensurabile maestà. Capo di tutti i reami. Creatore di tutti i regni.

È Luce. Creatore di luce.

È Vita. Creatore di vita.

È Beatitudine. Creatore di beatitudine.

È Conoscenza. Creatore di conoscenza.

È Bontà. Creatore di generosità.

È Misericordia. Creatore di misericordia.

È Generoso. Creatore di generosità.

(E non “possiede” queste cose) Emette fuori la luce oltre misura, oltre ogni comprensione.(Che cosa posso dire?) Il suo regno è eterno, tranquillo, silenzioso, di riposo, innanzi a tutto.Egli è il capo di ogni reame sostenendo ciascuno di essi attraverso la generosità.

Dio è immanente o trascendente?

Egli è entrambe le qualificazioni. Egli non potrebbe essere solo immanente poiché carcereremmo Dio in una realtà panteista, e peraltro non potremmo estromettere Dio dal suo stesso creato e pertanto non possiamo non dire che Egli lo permei interamente con la sua presenza. Né potrebbe essere solo trascendente, ossia non è accettabile una divinità distante e staccata dalla sua stessa creatura. Un Dio lontano che guarda dalle sue altezze il prodotto della sua azione creatrice.
Dunque dobbiamo concludere che Dio è trascendente ed immanente insieme. Tutto il creato è in Lui ma Egli non si identifica con esso; Egli è ancora di più ed oltre il creato.
Dio è Amore nell’espressione inconcepibile umana che lo porta ad amarsi così tanto e così intensamente e così teneramente da – potremmo osare di affermare – autofecondarsi e partorire  (cosa altrettanto inimmaginabile per mente umana) il Figlio. E attraverso il Figlio amato che Egli si conosce e prende piena coscienza di Sé: la massima espressione di coscienza che supera ogni immaginazione, si volle appellare Spirito Santo.
E il Figlio e lo Spirito Egli Padre racchiude ed abbraccia in Se medesimo. Da cui l’errore di una triade divina che  tale non è poiché fusa in un unicum: l’unica unitaria unità, cioè Dio!
Qui si innesta il grave problema dell’uomo (la creatura che ha coscienza di sé) che racchiude in sé scintilla divina. Essa suprema scintilla possiede ogni potenzialità che la parifica a quel Dio cui aspira ricongiungersi. Più l’uomo percepisce Dio più lo conosce, e tanto maggiore dovrebbe accendersi in lui il desiderio di assomigliargli. Dunque imitare Dio nella parte che conosciamo ci consente di essere come Lui (sia pure per quella parte a noi nota). Ecco il percorso. Tanto più ci comportiamo in modo difforme, tanto più ci allontaniamo, e se ci allontaniamo del tutto possiamo giungere all’annichilimento della nostra autocoscienza (la seconda morte: quella dello spirito).

Prendendo a prestito la terminologia kantiana che indicava Dio come “Cosa in Sé” potremmo concludere affermando:

 

 

 “LA COSA IN SE’

LA   COSA   IN   E’    IDEA  .
ED  E’ IDEA   IDEATIVA  E  COSTITUTIVA  ,
UNICA  E  SOLA  :
D I O  .

LA   COSA   IN   SE’  SI  PENSA  ;
ED  E’ FORMA  E  CONTENUTO  ;
ED  E’ GIUDIZIO  DI   SE’  ;

ED  E’  REALTA’  CHE  E’  UNIVERSALE  ,
NEL  TEMPO  E  NELLO  SPAZIO  ,  SENZA  TEMPO  E  SENZA  SPAZIO  .

E  DELLA   C O S A   IN   SE’   SIAMO  PARTE  ,
COLORO  CHE  NELLA  VITA  VISSERO  ED  OLTRE  LA  VITA  VIVONO  ,
COLORO  CHE  NELLA  VITA  VIVONO  ED  OLTRE  LA  VITA  VIVRANNO  ,
COLORO  CHE  NELLA  VITA  VIVRANNO  ED  OLTRE  LA  VITA  CONTINUERANNO  A  VIVERE  ;

TUTTI  ,  QUALE   IDEA   DELLA   COSA   IN  SE’  COME   IDEA   DI   SE’  UNICA  E  SOLA  .

I N   U N O  :
D I O

L’interpretazione è strettamente correlata alla terminologia adottata dal grande filosofo E. KANT. Facciamo alcune premesse che torneranno utili appresso:

1^) Consideriamo due elementi:

a) La Realtà;
b) L’osservatore della Realtà. Potremmo descriverli schematicamente così:

Fig. n. 1 L’osservatore della realtà
Fig. n. 1 L’osservatore della realtà

Ovviamente l’osservatore è racchiuso nella Realtà facendone integralmente parte, ma al contempo è da dire che egli, proprio in quanto osservatore, deve indirizzare la propria attenzione verso tutto, Tutto, dunque anche verso se stesso.

Allora l’osservazione non potrà essere solo esterna al nostro soggetto ma anche interna.

2^) Altra premessa: se la Realtà possiede una sua obbiettività, non per questo è detto che l’osservatore la percepisca come tale, anzi, egli la percepirà secondo (e limitatamente) i propri mezzi o, se si preferisce, secondo la capacità di osservazione di cui dispone. Kant stesso fa l’esempio dell’individuo che indossi un paio di occhiali – che non può togliere – le cui lenti siano colorate: costui vedrà il mondo circostante filtrato dal colore di quelle lenti.

3^) Terza premessa: L’uomo ha sempre pensato di dover conformare e dunque adattare la sua mente alla percezione degli oggetti (visione in cui la mente è passiva mentre gli oggetti sono attivi); al contrario è necessario ribaltare tale concezione e concludere che sono gli oggetti – ossia la percezione che abbiamo di essi e dunque della realtà – ad adattarsi agli “schemi aprioristici” della mente umana (ossia mente attiva ed oggetti passivi).

L’oggetto diventa il frutto di un’attività mentale; l’uomo non è una spugna che assorbe passivamente il contenuto della realtà; non è infatti una “tabula rasa”; l’uomo e le sue strutture mentali intervengono attivamente a creare l’immagine degli oggetti. Dunque una rivoluzione copernicana: non sono gli oggetti a produrre un certo effetto nella mente passiva, ma è la mente attiva a produrre gli oggetti, i quali sono passivi in relazione a tale produzione mentale.

Richiamo l’esempio del tramonto. Un gatto rimane indifferente ad un tramonto particolarmente suggestivo contrariamente a quanto accade ad un uomo adulto. Quest’ultimo ne percepisce la bellezza dei colori, il gioco di luce con le nuvole che si stagliano contro di esso, i riflessi del sole morente sul mare… e si commuove. In realtà il tramonto è identico sia per il gatto che per l’uomo, anzi, il tramonto di per sé non è né bello né brutto e neanche suggestivo… Ma allora?

I bambini hanno la capacità, (grazie alla loro fantasia – dicono i grandi-) di conferire ad un oggetto connotazioni diverse: un bastone diventa per es. una spada, un barattolo un pallone da rincorrere e prendere a calci, etc.

Tutto quanto precede rafforza il ragionamento che ci porta inevitabilmente ad una conclusione: ciò che noi osserviamo non è Realtà autentica ma una rappresentazione di essa filtrata da… noi stessi, ossia dalle nostre categorie mentali! Ciò perché la nostra coscienza opera sulla realtà un processo di mediazione che impedisce necessariamente l’accesso alla fonte autentica della Realtà. La mente opera sulla Realtà in sé una serie di interpretazioni secondo le proprie caratteristiche. Tali interpretazioni impediscono di fatto di attingere alla reale conoscenza della Realtà. Perfino i testimoni di un medesimo accadimento racconteranno lo stesso episodio in modo simile ma mai uguale.

Kant ha operato una vera e propria radiografia della struttura e del metodo che l’uomo segue nel processo conoscitivo ed una parte del suo studio ci può soccorrere attraverso la seguente schematizzazione:

Estetica Trascendentale      (studia le forme a-priori)

1) Intuito : Spazio e Tempo (intuizioni pure o forme della sensibilità; esse sono forme a priori del soggetto/osservatore). Spazio e tempo dunque non esistono in sé ma sono soltanto in noi. Concludiamo dicendo che la “forma” della conoscenza sensibile dipende da noi, il “contenuto” no, ci è “dato”.

Logica Trascendentale       (studia l’origine dei concetti ed i concetti a-priori)

  • Intelletto : Analitica Trascendentale (facoltà di giudicare, cioè unificare il molteplice sotto una rappresentazione comune).
  • Ragione : Dialettica Trascendentale (facoltà di sillogizzare, cioè l’intelletto si spinge oltre l’esperienza possibile); critica dell’intelletto nel suo uso iperfisico.
    1. Psicologia razionale che ha per oggetto l’Anima ed i suoi paralogismi;
    2. Cosmologia razionale che ha per oggetto il Mondo con le sue antinomie,
    3. Teologia razionale che ha per oggetto Dio quale ideale della ragion pura.
Fig. n. 2 Realtà Trascendente ed immanente
Fig. n. 2 Realtà Trascendente ed immanente

La Realtà autentica rimane inconoscibile alla mente umana.
La Realtà inconoscibile è chiamata da Kant : “La Cosa in Sé”.

Il Noùmeno (dal greco noòumenon = ciò che viene pensato) rappresenta una sorta di Idea ed indica tutto ciò che non può essere percepito nel mondo tangibile. Il Noùmeno si riferisce ad una realtà inconoscibile ed indescrivibile che si trova al fondo dei fenomeni che osserviamo al di là delle apparenze (di come cioè le cose ci appaiono).

Per Kant il termine Noùmeno e quello di Cosa in Sé non sono sovrapponibili poiché Noùmeno è idea della ragione, e come tale risiede nella mente umana; esso è il modo in cui il pensiero cerca di rappresentarsi  ciò che va oltre la sua capacità di conoscere.

 

La Cosa in Sé è ciò a cui il Noùmeno si riferisce.
Così inteso il Noùmeno diviene il messaggero, il tramite, il medium, tra la Cosa in Sé e la mente umana (Ragione/pensiero).

Già nel pensiero dell’antica Grecia era stata concepita nel Pantheon degli dei una divinità di grande rilevanza: Ermes. Egli aveva la funzione di messaggero degli Dei, era cioè il tramite tra il mondo iperuranio e la terra dei mortali, ma non solo; egli si muoveva in uno spazio comprensivo di più realtà: l’Olimpo, gli uomini e l’Ade. Ermes era portavoce felice e psicopompo, guida benefica agli ordini dell’Olimpo, ma anche garante dell’irrevocabile legge del trapasso.

Il concetto profondo che volevasi rappresentare in passato – e che con Kant è stato illustrato nel pensiero filosofico moderno – trova in Ermes la figura più calzante. Il Noùmeno/Ermes viene così raffigurato dal pensiero dell’antichità nel modo più adatto e comprensibile per l’uomo attraverso un semplice processo immaginativo: la divinità dotata di velocità fulminea (viene infatti raffigurata in dipinti e sculture con ali ai piedi) che porta messaggi dall’Olimpo all’uomo.

Alla luce dell’antica saggezza dovremo allora collocare il Noùmeno portatore dell’Idea – ma anche nunzio (l’Ermes) del divino trascendente – nel c.d. corpo Sottile, quello cioè che si frappone tra il corpo Causale e l’ordinario e ne media l’interscambio.

Ciò che nell’antichità era accettato su un piano religioso non poteva certamente essere inquadrato da Kant la cui sublime indagine non voleva si estendesse al di là della mente e del pensiero umani; sarà necessario allora apportare una variante sostanziale – e di non indifferente portata – alla tesi dell’eminente filosofo:

proveremo ad aggiungere una nuova “categoria” che inseriremo però non nella mente umana – e dunque nel corpo fisico talché si sommi alle già formulate ed elencate da Kant – bensì nel corpo sottile o eterico. Essa Categoria speciale – ed unica fra le altre – del Sottile è quella che definiamo della “Super-percezione” o “Appercezione”; è questa categoria che dà contezza e percezione immediata della Cosa in Sé. E’ questa categoria che spesso riesce a comunicare con il corpo fisico (la mente) travalicando le dubitanze della ragione ed offrendoci sprazzi di verità, di certezza.

Del resto se l’Idea di Dio appartenesse al pensiero, come risultato della elaborazione della mente, tutti gli uomini farebbero professione di fede in una Entità superiore; ma ciò, come sappiamo bene, non è; non pochi sono gli atei che si professano tali e che confutano, con argomentazioni razionali  talvolta anche vigorose, l’esistenza di una divinità.

La Cosa in Sé rimane inconoscibile su un piano fisico perché va oltre l’esperienza, ma non va confusa con il Noùmeno, poiché si cadrebbe nella illusione di conoscere ciò che per definizione sta fuori della conoscenza. Il pensiero non può mai uscire da se stesso per verificare la congruenza delle proprie rappresentazioni con le cose rappresentate. Qualsiasi appello alla realtà come indipendente dal pensiero si svolge inevitabilmente dentro al pensiero stesso.

Dunque come fare? Tutto ciò ci porta inevitabilmente verso le filosofie e le tecniche o discipline che cercano di raggiungere il “non-pensiero”; ciò proprio per eliminare quel filtro o, se si preferisce, quegli “occhiali” dalle lenti colorate che si frappongono fra la Realtà Metafisica – ma anche fisica – e il c.d. osservatore.

Per Kant Dio appartiene alla Cosa in Sé e quindi rimane inconoscibile all’uomo (affermazione che comunque ci ricorda la tesi di Dionigi l’Areopagita). Di Dio non potrà dimostrarsi né l’esistenza né l’inesistenza: Egli è semplicemente al di là della possibilità conoscitiva umana; non si manifesta a noi come fenomeno sensibile; se esiste, esiste come entità a Sé, e quindi “relegata” al mondo dell’oltre-sensibile, inconoscibile ai sensi; certo ai sensi, poiché sono essi deputati alla percezione del mondo fenomenico.

Se è vero, come è vero, che l’osservatore guarda ad una realtà velata, pure non può sottacersi che tale realtà, percepita attraverso i sensi fisici – e dunque percepita in modo parziale o addirittura deformato -, può evocare in lui una sorta di “ricordo” che potremmo definire “MNESIA”.

Se ascolto una sequenza di rumori fatta di vibrazioni, percussioni e suoni, potrò percepire questi e non altro; ma se dette vibrazioni si susseguono in sequenza ritmica ed armonica potrei definire tali rumori musica ed avvertire magari sensazioni che provocano in me piacere fino a indurmi uno stato sognante. Del pari l’osservazione di un bel panorama. Esso potrebbe lasciarmi indifferente o suscitarmi ammirazione, o infondermi una condizione estatica, tanto da non potere fare a meno di dire: “ Che bello”!

Ma, a ben riflettere, sia il primo che il secondo caso, ossia la musica ed il panorama, non hanno alcuna valenza propria positiva o negativa; essi sono neutri nella loro essenza, eppure sono stati produttivi di effetti.

La bellezza o meno che l’osservatore riscontra non è posseduta da ciò che ammira o ascolta, bensì è insita in lui; egli crede che la bellezza sia nel tramonto e nella musica, mentre al contrario questi – che, si ribadisce, sono neutri nella loro essenza – si sono limitati ad evocare lampi di qualcosa che è già dentro di lui e che per brevi attimi egli ha ricordato: grazie alla musica ed al tramonto si è verificata nell’osservatore una MNESIA. In altre parole, tali eventi esterni hanno funzione di stimolo che induce l’osservatore a porli inconsapevolmente a confronto con una sorta di modello astratto insito nel suo intimo. Egli, dunque, nel formulare il giudizio: “che bello”, ha espresso il risultato di quel confronto; operazione che avviene in poche frazioni di secondo senza che l’osservatore ne abbia magari consapevolezza.

Dunque, l’osservatore vive nel mondo degli specchi che gli rimandano l’immagine di qualcosa che è dentro di lui; e l’osservatore – inconsapevole ancora di ciò – corre rapito verso quella cosa bella che vuole prendere per possederla. E poi corre per cercare di prenderne un’altra ed un’altra ancòra, inseguendo all’infinito l’illusione di appagare la sua brama col possedere l’oggetto del piacere. Non comprende, invece, che egli si comporta come il bimbo che, affascinato dai minuscoli frammenti di vetro che brillano al sole, vuole prenderli, convinto di potere, con essi, afferrare l’astro splendente; e non si accorge che quei pezzetti di vetro altro non fanno che riflettere la luce di quel sole che è in lui e che egli già possiede! E’ in fondo il mito di Narciso (Νάρκή = torpore) che si innamora della sua stessa immagine riflessa nel lago e che, resosi conto di nutrire un amore impossibile si uccide (o annega nella fonte). Così l’uomo innamorato della luce riflessa, nel cercare di afferrarla nel mondo muore allo spirito! Nel mito è altresì detto che dal corpo di Narciso nascerà il fiore omonimo. Non è un fiore qualunque, esso affascina ed addormenta; non a caso è citato da Omero nell’Inno a Demetra .

Ma, in conclusione, quale risultato abbiamo dalla osservazione della realtà, pur deformata da noi stessi e dalle nostre categorie mentali? Dirò subito: essa ci porta l’idea di Logos. Se il Noùmeno ci porta l’Idea di Dio che, relegata al mondo trascendente, rimane inconoscibile alla mente umana, la natura o, se si preferisce, la realtà in cui l’uomo crede di vivere, ci racconta e ci evoca il Genio, l’Intelligenza insita in essa e ci parla del Logos di Cui, forse troppo di rado, ravvisiamo l’ Impronta, il Sigillo.

“Inno al Padre” LC. 10/22 : “Tutto mi è stato donato dal Padre mio e nessuno conosce chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.”

“La fede in Gesù ed i suoi effetti” GV. 14/6-9 : “Gli dice Gesù: “ Io sono la via la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non attraverso di me. Se voi mi aveste conosciuto, anche il mio Padre conoscereste, e fin d’ora voi lo conoscete e l’avete visto”. Gli dice Filippo: “Mostraci il Padre e ci basta”. Gli dice Gesù: “ Da tanto tempo sono con voi e non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire mostraci il Padre?”.

“La preghiera per la Chiesa” GV. 17/25 : “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, io invece Ti ho conosciuto e costoro hanno riconosciuto che Tu mi hai mandato. Io ho fatto loro conoscere il tuo Nome e continuerò a farlo conoscere, affinché l’amore con cui tu mi hai amato sia in essi ed io in loro.

“Prologo” GV. 1/18 . “Dio nessuno l’ha mai veduto, il Dio Unigenito che è nel seno del Padre, egli lo ha rivelato.

L’idea di Dio ci giunge dal Noùmeno, ma Egli, il Padre, è e rimane a noi inconoscibile; essa idea è assimilabile ad una tela bianca, non possedendo noi uomini facoltà o capacità atte ad imprimervi anche solo qualche pennellata di colore; Egli può essere però conosciuto attraverso il Figlio. Solo Lui può rivelarcelo. Il Padre rimane ignoto a noi che ne cogliamo solo l’idea tramite il Noùmeno, ma possiamo conoscerlo attraverso il Figlio/Logos/fenomeno.

LA COSA IN SE’

 LA   COSA   IN   SE’  E’  IDEA

Questa Idea che ci giunge attraverso il Noùmeno rimane inconoscibile alla razionalità dell’uomo.

ED  E’   IDEA   IDEATIVA  E  COSTITUTIVA

Essa idea è somma e sintesi di tutte le idee concepibili, siano esse appartenenti ai mondi sottili invisibili all’uomo che a quelli a lui visibili e percepibili attraverso i sensi: ossia le prime, quelle del Padre, e le seconde, le idee “realizzate” dal Figlio quali Idee costitutive, ossia produttrici della Realtà sensibile. (Il distinguo è eminentemente concettuale, ma sostanzialmente insignificante).

UNICA  E  SOLA  :
D I O  .

Non sussiste in verità differenziazione alcuna, poiché la Realtà è Unica e Sola, uguale a Se stessa, non duplicabile; Un Essente di SE’ assoluto ed esauriente. Nulla al di fuori  o al di là poiché perfino il Non-Essere è in Essa Cosa. Essa racchiude e contempla nel Suo seno il Tutto quale Sé/NonSé.

LA   COSA   IN   SE’   SI  PENSA  ;

Azione riflessiva della coscienza. La Cosa in Sé è equiparabile al numero “1”. Tale numero non sarebbe, secondo taluni, il primo numero dispari che invece è considerato il “3”.  L’ Uno è Uno uguale solo a se stesso. Per uscire da tale stato l’Uno – che potremmo indicare come il Padre – deve uscire da Se Stesso e divenire Due (il Figlio); solo così facendo prenderebbe coscienza e consapevolezza di se medesimo (lo Spirito Santo) divenendo “3”. Ecco che la Cosa in Sé si pensa ed è cosciente di Sé, ma poiché la Cosa in Sé è il Tutto, diviene (ovviamente non v’è divenire ma il termine è usato per facilitare l’esposizione) cosciente del Tutto. (le varie fasi sono la risultante di una categorizzazione della nostra mente poiché in Dio non v’è separazione in “persone” (Padre, Figlio e Spirito S.) né un processo graduale (uscita da Sé, creazione del figlio, conoscenza di Se Stesso). Egli è così poiché così è la Sua Essenza da sempre e per sempre poiché oltre il tempo.

ED  E’ FORMA  E  CONTENUTO  ;

La forma è l’idealità trascendentale, è cioè il contenitore (o anche lo stampo) attraverso cui può trovare attuazione il contenuto. Così l’idea del fiore è lo “schema”, il “progetto”,  che troverà realizzazione nel contenuto, cioè il fiore stesso. Così se Dio è Forma, è Forma di Tutto e se è contenuto (ossia attuazione dell’idea), è contenuto di tutto; in altri termini – e per soddisfare l’economia mentale umana –  la Forma è Dio Padre ed il contenuto è Dio Figlio.

ED  E’  GIUDIZIO  DI   SE’  ;

Vale a dire è conoscenza cosciente di Sé senza la quale non può esservi giudizio.

Nel “Genesi” al termine di ogni fase della creazione è scritto : “Dio vide che era cosa buona”. Detta espressione ci conferma quanto detto e cioè che tutto ciò che da Lui era stato generato (il Figlio ossia il Creato) era cosa buona; ma tale giudizio presuppone l’aver preso coscienza (nella massima espressione concepibile, quella che noi indichiamo come Spirito Santo) del Creato.
Va ribadito tuttavia che quando si parla di Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo), di prima, seconda e terza Persona, facciamo ricorso ad una categorizzazione umana che aiuta la nostra comprensione ma che non esiste nella Realtà dell’Essere che è e permane un Tutto Unico assoluto Perfetto.

ED  E’  REALTA’  CHE  E’ UNIVERSALE  ,
NEL  TEMPO  E  NELLO  SPAZIO  ,  SENZA  TEMPO  E  SENZA  SPAZIO  .

La realtà della Cosa in Sé abbraccia tutto ciò che esiste, tutto il pensabile, ma anche il suo contrario. Di tale realtà fanno parte anche le dimensioni spazio e tempo ; esse non ineriscono alle cose ma sono “forme della intuizione sensibile” dell’uomo, dunque non attengono al tutto permeandolo ma ne fanno parte al pari dell’uomo. In conclusione l’impermanenza, come la definì il Buddha, o, se si preferisce, il divenire, si svolge e si sviluppa all’interno del Tutto senza che Esso ne sia alterato, ma anzi ottenga il mantenimento dell’armonia su cui da sempre (in realtà fuori dal tempo) riposa.

E  DELLA   C O S A   IN   SE’   SIAMO  PARTE  ,
COLORO  CHE  NELLA  VITA  VISSERO  ED  OLTRE  LA  VITA  VIVONO  ,
COLORO  CHE  NELLA  VITA  VIVONO  ED  OLTRE  LA  VITA  VIVRANNO  ,
COLORO  CHE  NELLA  VITA  VIVRANNO  ED  OLTRE  LA  VITA  CONTINUERANNO  A  VIVERE ; TUTTI  ,  QUALE   IDEA   DELLA   COSA   IN  SE’  COME   IDEA   DI   SE’  UNICA  E  SOLA  .
I N   U N O  :
D I O

Noi facciamo parte della Cosa in Sé, né potrebbe essere altrimenti: non potremmo ovviamente concepire il tutto se questo fosse privo di qualcosa.

Qui la definizione si sofferma più specificatamente sull’uomo. Gli uomini che si sono incarnati (idee divenute forme-uomini)  che hanno vissuto nella materialità e che non sono più tali  (che hanno perduto quella forma) pur vivendo oltre la vita terrena; coloro che secondo i parametri del tempo umano vivono ma che, esaurita tale esperienza, continueranno a vivere oltre il tempo umano; coloro infine che vivranno l’esperienza terrena e che poi comunque, al termine di essa, continueranno a vivere. Costoro, generazione dopo generazione, sono parte del Tutto essendo ciascuno una delle infinite idee (divenute, o divenienti, forma umana) che traggono origine dalla sintesi dell’unica idea che tutte le contiene: Dio.

I Mantra

Quanto segue, iscrizioni lapidarie e sintetiche, ha funzione di traccia per la meditazione profonda. Come dei mantra potranno essere recitate ad alta voce o nel silenzio del proprio cuore:

Me n’andrò,
qual nebbia
che dilegua al vento,
qual solco in mare
d’agile carena;
a me poi resterà
quel che di me
io avrò donato.

▲  ▲

dolor meus
dolor mundi.
dolor mundi
dolor dei.
dolor dei
spes mea.
spes mea
pax mea

    ▲   ▲   ▲

 F   I   N   E

 

 

Note

Note
1 1. Si riferisce al dipinto di A. Boëcklin quale rappresentazione simbolica dell’inferno, del luogo cioè in cui sarebbero sepolti gli spiriti morti alla coscienza.
2 2. Qui fa riferimento allegorico al dipinto di A. Boecklin “L’isola dei morti” più volte richiamata in altre occasioni.
3 3. Nube: immagine allegorica è sinonimo di Ade, luogo di pausa, di riposo, di riflessione per le anime di coloro che sono morti nella carne.

Il Settimo  Mistero

  APOCALISSE

 

 

 “Nulla rimarrà celato ma tutto sarà rivelato

 

 

 

Generalità

Ciò che a tutta prima può apparire singolare è che l’Apocalisse, altresì definita “Libro della Rivelazione”, in realtà sembri non rivelare proprio nulla poiché quanto scritto in essa appare al lettore così incomprensibile, direi meglio ermetico, da non fornire alcun dato conoscitivo nuovo, tampoco profetico. Taluno potrebbe affermare che lo scritto sia in realtà il prodotto di una “ri-velazione” (o rivelatura) cioè che il significato in esso contenuto sia stato velato nuovamente dallo stesso destinatario allo scopo di non essere volgarizzato, rimanendo così accessibile solo ai pochi, pochissimi, che fossero stati capaci di trovarne le chiavi.Nell’uso corrente i termini apocalisse, apocalittico, vengono impiegati per significare disastri e calamità di portata planetaria. In realtà, così come l’etimologia ci suggerisce, la parola “APOCALISSE” – dal greco Apo-kalupto – significa “rivelo cose nascoste” (potremmo dire meglio in questo caso “NON rivelo cose nascoste”).

La terminologia e le allegorie in essa descritte non sono una prerogativa di Giovanni l’evangelista ma le ritroviamo nel vecchio testamento negli scritti dei profeti Daniele ed Ezechiele.

Il linguaggio è oscuro e assai complesso. Qaballah, numeri, immagini e simboli sembrano mischiati in modo tale da rendere davvero incomprensibile il messaggio contenuto nel libro. Più volte infatti Giovanni fa riferimento alla “sapienza” del lettore per comprendere il significato nascosto. Per sapienza deve intendersi padronanza da parte di chi si cimenti nell’interpretazione di conoscenze esoteriche ma non solo; egli deve essere un… iniziato ai Misteri.

Innumerevoli sono stati gli sforzi interpretativi dell’Apocalisse da parte di molti scrittori, filosofi, teologi e tutti hanno tentato di interpretare lo scritto o in modo letterale o in chiave storica: ricercandovi l’interpretazione di eventi storicamente accaduti e di eventi futuri; ma essa non è uno scritto profetico bensì iniziatico, è la descrizione di un processo spirituale che attiene sia all’umanità nel suo insieme che all’individuo. L’Apocalisse ha infatti riguardo a ciascuno di noi, sia singolarmente che collettivamente in quanto generazione di spiriti nel percorso della esperienza nella materialità.

Giovanni ci descrive in dettaglio una vera e propria cerimonia, un rito grandioso e al tempo stesso impressionante in cui si susseguono immagini e rappresentazioni di eventi che riguardano l’umanità intera, ma essi sono caratterizzati dal fatto di essere stati percepiti e descritti su un piano sottile della realtà, dal cosiddetto veggente attraverso la sua capacità percettiva, ossia la capacità di vedere con l’anima là ove altri non vedono ancóra.

In realtà esso è veramente Libro di Rivelazione che Gesù Cristo ha concesso al Suo apostolo Giovanni nell’isola di Patmos. Ed essa Rivelazione (si intende qui la piena e completa Rivelazione) è donata da Gesù Cristo a coloro che avranno raggiunto capacità di comprendere il significato profondo di Essa. Ecco la ragione per cui qualunque pubblicazione sull’argomento rimane sempre monca, incompleta per grande o piccola parte dell’Opera. Anche quanto seguirà è frutto incompleto della interpretazione dell’Apocalisse, ma si ritiene che sia sufficiente a dare un’idea complessiva della grandiosità e dell’importanza del contenuto.

Rassegnamoci dunque: come potremmo capire se non disponiamo degli strumenti idonei a comprendere? Se cioè non siamo capaci di vedere con l’anima le cose dell’anima? L’errore metodologico che spesso rimane sotteso in coloro che si cimentano nell’interpretazione dello scritto è quello di guardare ed interpretare con occhi fisici ciò che fisico non è, di sottoporre all’analisi della ragione ciò che sfugge alla logica umana perché appartenente ad una dimensione della realtà a noi ignota o, per lo meno, alla quale non siamo ancóra sufficientemente preparati.

Verrà il tempo in cui tutti saranno in grado di comprendere il significato dello scritto occulto, ma ciò avverrà solo quando il lettore dell’Apocalisse sarà maturo, interiormente maturo, per comprendere.

In verità il libro ci narra di come tutto ciò che riguarda il piano animico umano diverrà mano a mano sempre più chiaro, più comprensibile, finché, attraverso oscuri processi di maturazione e trasformazione interiore, tutto sarà disvelato!

Il cammino è soggettivo, individuale, diverso per ogni uomo e ciò per la semplice ragione che essendo l’uomo lasciato libero, potrà conseguire i traguardi spirituali, e quindi la conoscenza, solo a patto che la appetisca, la ricerchi ed infine la accolga come arricchimento interiore.

E’ tuttavia da sottolineare che nell’uomo il “disvelamento” è avvenuto, avviene ed avverrà comunque ed a prescindere dall’aver letto e compreso il contenuto dell’Apocalisse; è come chi, ignorandone la destinazione, abbia intrapreso un viaggio che lo porta a conoscere città, luoghi e quant’altro di enorme interesse… di certo non trarrà grande vantaggio se nel bel mezzo del percorso decidesse di leggere il depliant dell’agenzia turistica su cui sono indicate sommariamente le tappe , le visite, le soste etc.! Dal depliant ben poco il viaggiatore avrà appreso, mentre moltissimo avrà conosciuto ed imparato viaggiando.

Ciò che segue è il risultato di interpretazioni da parte di chi scrive. Come si vedrà è ben poca cosa rispetto all’intero scritto. Ciò nonostante tali brani potranno dare significazione al metodo seguito da Giovanni per trasmetterci il messaggio.

 

E’ necessario per prima cosa far chiarezza su due distorsioni interpretative cui va soggetto il lettore o chi tenta di interpretare:

la prima è quella di ritenere che l’Apocalisse riguardi un futuro – cronologicamente inteso – di catastrofi o di beatitudini cui sarebbero soggetti gli uomini, con conseguente salvazione di alcuni e dannazione eterna di altri.

La seconda distorsione riguarda la metodologia descrittiva dell’autore; quest’ultimo infatti si avvale di immagini e di allegorie che vanno interpretate mediante chiavi di lettura e di comprensione non facilmente accessibili. E’, in certo qual modo, come se il lettore guardasse un quadro nel quale vi fossero delle raffigurazioni che, dopo attenta osservazione e meditazione, lascino dapprima spazio alla percezione immaginativa, poi vadano analizzate sul piano razionale, in fine ricomposte in concetti secondo il consueto metodo del pensiero razionale; analogamente occorre procedere per lo scritto apocalittico nell’affrontare l’interpretazione delle allegorie, dei simboli, dei numeri,  etc., non già effettuando una pedissequa trasposizione sul piano della realtà o, tampoco, letterale che sarebbe fuorviante.

Nei Vangeli possiamo constatare che Gesù racconta delle parabole per esprimere concetti complessi, difficili da comprendere per le masse. Sicché in essi abbiamo semplici racconti che racchiudono concetti dal significato profondo che divengono comprensibili, per via analogica, proprio perché  veicolati da brevi e semplici storie.

Nell’Apocalisse di Giovanni accade il contrario: da una allegoria o immagine in cui è racchiuso un concetto complesso, scaturisce un racconto inesprimibile per via analogica in quanto è pressoché impossibile illustrare per similitudini eventi che trascendono l’umano sentire e che, non a caso, hanno carattere eminentemente esoterico. In questa abbiamo concetti/immagine che, allegoricamente, ci vogliono trasmettere un racconto ed i relativi significati.

L’Apocalisse è, in definitiva, una storia concernente l’evoluzione del “Sé” (grande), porzione e riflesso di Dio Padre, nonché delle lotte e dei pericoli cui Esso va incontro anche attraverso le scelte e l’opera del “sé” (piccolo) umano, con riferimento al complesso di elementi, sia materiali che sottili, di cui è costituito ciascun individuo.

Dunque l’ “Apocalisse” è la rivelazione per ciascuno di noi e di tutti. Come si vedrà, il racconto/cerimoniale  a tratti si rivolge al singolo, a tratti all’umanità nel suo complesso; la esposizione delle immagini apocalittiche infatti si sviluppa avendo riguardo all’evoluzione di ogni “Sé” (grande) – di cui abbiamo appena accennato – e a quella  di tutti i “Sé” (grandi) presi nel loro insieme. Ci dice inoltre dei pericoli mortali che corre il “Sé” (inteso come porzione spirituale legata alla Coscienza individuale), ma anche del talvolta doloroso cammino necessario alla Sua crescita (da intendersi quale ampliamento della Coscienza) fino alla salvezza, ossia al definitivo transitare dalla pars oscura di Dio a quella luminosa.

E’ un processo che, come si è accennato, coinvolge l’intera generazione umana, con ciò intendendo l’umanità intera di ogni tempo. Con il termine  “generazione” infatti ci si riferisce – allegoricamente ed iniziaticamente – alla generazione di spiriti e non propriamente alla generazione di uomini storicamente coevi tra loro, come solitamente si intende nell’uso corrente del termine.

Così quando nei Vangeli Gesù annunzia: “Questa generazione non passerà che queste cose annunziate accadranno”, non si riferisce certo alla generazione di uomini suoi contemporanei (da cui l’errore frequente di chi interpreta letteralmente).

Questa generazione di spiriti è contrassegnata dal marchio di Adamo, è cioè “stirpe di Adamo”.

Essa deve effettuare un percorso evolutivo e l’iter non è necessariamente legato al fattore tempo; esso è piuttosto riconducibile al grado evolutivo che ciascuno riesce a raggiungere (non importa se in un giorno o in molteplici eventi incarnazionali) sotto il profilo dell’ampliamento della coscienza. L’opera salvifica del Cristo/Gesù consiste nell’aiutare la generazione di spiriti ad evolversi ed a riscattarsi dall’esistenza materiale per rinascere a nuova vita, diversa e più alta di quella terrena: non a caso Gesù viene spesso definito come “Novello Adamo”.

In conclusione l’Apocalisse parla a tutti noi ed a ciascuno singolarmente se solo si è capaci di intenderla. Essa ha riguardo al cammino per tappe della Coscienza del “Sé” (grande); dunque un cammino non soggetto al tempo cronologico, quanto al tempo dell’autoconsapevolezza vista come conquista, poiché liberamente scelta, di tutti gli uomini e di ciascuno. La rivelazione cita gli involucri (i vari corpi) di cui siamo costituiti, dal più pesante al più sottile; cita il piano salvifico di Gesù/Logos; parla di forze che ci tengono avvinti alla materialità e di energie che ci liberano; parla della vittoria o della sconfitta di tali forze e della vittoria e della sconfitta di ciascuno di noi e dell’intera generazione cui apparteniamo fino alla realizzazione della Città Santa (la Nuova Gerusalemme), e di tanto altro ancora.

Ciò che ci riferisce Giovanni è in definitiva un vero e proprio “RITO”, cioè una grandiosa cerimonia, a cui gli è stato concesso di assistere per poi raccontarcela seppur in termini difficili da comprendere a causa  del loro contenuto esoterico.

In questa sede tenteremo di spiegare per quanto e fin dove ci è dato e permesso di fare.

 

 

Apocalisse      Prologo

Partiamo dal Prologo con la visione introduttiva che Giovanni riceve in spirito:
Rapito in estasi nel giorno del Signore, udii dietro a me una voce possente, come di una tromba, che diceva: “ Ciò che vedrai scrivilo in un libro e invialo alle 7 Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea” . Mi voltai per vedere chi fosse quello che mi parlava ; voltandomi, vidi 7 candelabri d’oro e, in mezzo ad essi, uno simile a figlio d’uomo. Indossava una tunica lunga ed era cinto all’altezza del petto con una fascia dorata. I capelli della sua testa erano bianchi simili a lana candida, come neve. I suoi occhi erano come fiamma ardente. I suoi piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, quando è stato purificato nel crogiuolo. La sua voce era come lo scroscio di acque abbondanti. Nella sua mano destra teneva sette stelle, mentre dalla bocca  usciva una spada affilata a doppio taglio. Il suo aspetto uguagliava il fulgore del sole in pieno meriggio.” (Ap.  1/10-17).

 

Giovanni a questo punto, cade ai Suoi piedi stordito. Il personaggio misterioso allora lo rassicura e si presenta come Colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente, Colui che giacque morto ma per vivere in eterno, Colui che detiene le chiavi della Morte e dell’Ade.

Chi è questo misterioso personaggio? E’ certamente un’Entità che esprime grandissima autorità, che svolge un ruolo dinamico, attivo,  potendo stare in mezzo ai candelabri d’oro e camminare tra essi; che nella mano destra tiene le 7 stelle, ossia gli Angeli delle 7 chiese, a significare che detiene il pieno dominio degli uni e delle altre. Questa entità è Gesù! Ma attenzione, non il Gesù umano che è descritto nei Vangeli e che noi immaginiamo, con la nostra fantasia, mentre predica sui dolci declivi della Palestina… niente affatto!

Giovanni che, come sappiamo,  ben conosceva Gesù, suo Maestro, non lo riconosce; ben strana cosa, verrebbe da dire.

In realtà l’Entità non si presenta a Giovanni con  l’aspetto che ebbe da incarnato (dunque sotto le spoglie, caduche ed umane, di Gesù di Nazareth) bensì con quella, a Lui più confacente, di Entità spirituale altissima, quella cioè che assunse forma (si incarnò) in Gesù di Nazareth per compiere la missione salvifica e che fu capace di identificarsi nel Logos. Ecco perché Giovanni non poté riconoscerlo pur avendo Egli assunto sembianze umane (di  “figlio d’uomo” afferma l’autore).

Ma gli indizi sono univoci: l’Entità Stessa si fa riconoscere da Giovanni rassicurandolo e dicendogli di essere colui che giacque morto e resuscitò.

Gesù disse sempre di Se Stesso di essere la Via, la Verità e la Vita; bene, nella descrizione di Giovanni ritroviamo le tre condizioni:

E’ Vita: Egli si definisce il Vivente;

E’ Verità: Giovanni afferma che dalla Sua bocca usciva una spada affilata a doppio taglio: la Parola di Verità infatti uccide, uccide la menzogna che non ha alcuna possibilità di opporvisi da qualsiasi lato voglia aggredirla poiché la lama è a doppio filo.

E’ Via: lo dimostra il tenere le 7 stelle, ossia gli angeli (i nunzi) delle 7 chiese (i 7 candelabri d’oro) cui Egli, nel prosieguo, come si vedrà, indicherà la strada, la Via,  da percorrere.

 

 

Ap.sse  2    

 Lettere Alle 7 Chiese   –    Il significato delle 7 Chiese

 Che cosa si deve intendere per “Chiesa”? Il termine  letterale vuole indicare la “ecclesia” ossia una riunione di fedeli, una adunanza o assemblea di persone fedeli a determinati princìpi religiosi e di culto. Ne dobbiamo dedurre che le “7 Chiese” sono altrettanti gruppi, altrettante categorie di individui legati da specifici contrassegni spirituali o, per meglio dire, in questo caso, di soggetti dotati di un diverso grado di sensibilità o di coscienza del Divino, maggiore o minore,  a seconda del gruppo di appartenenza.

Il messaggio, attenzione, che l’Agnello rivolge loro è – si ribadisce – fuori dal tempo cronologico umano; esso è perennemente valido in ogni tempo e momento (umanamente inteso), poiché ogni “lettera” è rivolta a coloro che, ieri come oggi, si trovino in “quel” determinato grado di coscienza riconducibile a questa o a quella determinata Chiesa.

L’esempio che mi appare più appropriato è quello della scuola. Uno scolaro frequenterà la classe che gli è propria a seconda del suo grado e livello di istruzione raggiunto; analogamente vanno considerate  le chiese dell’Apocalisse; sicché ciascun messaggio è appropriato per ciascuna delle 7 comunità in quanto ogni lettera è indirizzata a coloro che si trovano ad un certo livello di progresso animico (appartengono cioè a questa o a quell’altra classe ossia a questa o a quell’altra “chiesa”).

Nello scritto apocalittico si noterà che a ciascuna Chiesa viene mossa critica o esortazione; ciò affinché coloro che vi appartengono non si arrestino nel cammino o, peggio, devïno dal retto procedere. Chi opera seguendo il corretto incedere riesce nell’impresa e viene chiamato “Vittorioso”; a questi è riservato un premio. Si badi però che al Vittorioso non viene promesso alcun vantaggio materiale o umano; l’arricchimento avviene sempre sul piano della crescita spirituale e, più precisamente, nella acquisizione di sempre maggiori àmbiti di coscienza.

Dunque accrescerò la mia coscienza poiché riuscirò a conoscere di più, ma saprò di più poiché avrò reso i miei occhi avvezzi a vedere meglio e a guardare più in profondità: avrò cioè coltivato, fecondato e quindi trasmutato i miei corpi/involucri in altrettante strutture animiche capaci di vivere ed operare su piani sottili dell’esistenza1)1. Avrò mutato ,attraverso l’inchino fecondatore dell’Io Sono, i  miei corpi fisico, eterico ed astrale in Budhi  Atma e Manas  (altresì definibili in: spirito vitale,  uomo spirito  e “Sé” cosciente spirituale). .

Le sette Chiese dunque rappresentano i vari livelli di Coscienza/Conoscenza; la gradualità può percepirsi anche dalle parole conclusive che l’Angelo pronuncia per ciascun Vittorioso.

Infatti, come si potrà osservare, nelle prime 6 Chiese si rileva la presenza di due aspetti antitetici: la coesistenza di un lato, potremmo dire, oscuro e di un altro chiaro e luminoso. L’ “Agnello dona sempre qualcosa al Vittorioso, cioè a colui che ha mantenuto saldo ciò che ha già conquistato, ovvero che è stato capace di trasformare una porzione oscura in luminosa. Solo nella 7° Chiesa (quella di Laodicea) non compaiono forze antagoniste ma sembra venga paventata la possibilità che permanga una sorta di inazione (non essere né caldi né freddi bensì tiepidi) in taluni che hanno raggiunto un pur così alto grado di coscienza.

 

Il dato da non trascurare è che Gesù Cristo dall’alto della Sua autorità ordina a ciascun Angelo di recare un messaggio ad ogni chiesa. Ma chi è l’Angelo? Chi è in grado di annunziare ciò che l’Agnello ha da dire? Bene l’Angelo qui rappresenta il “Sé” (grande) riflesso spirituale e porzione di Dio che alberga in ciascuno di noi2)2. E’, in certo qual modo, l’Ares degli antichi greci, cioè la divinità che portava messaggi dal mondo superno nascosto agli uomini mortali. : lo Spirito immortale e divino. Solo Gesù può, in veste di Logos, avere l’autorità per dare indicazioni, stimoli, raccomandazioni alle Chiese tramite i “Sé” che fungono da nunzi ossia da angeli. Perché tutto questo? Perché il “sé” (piccolo) è lasciato libero; è destinatario del dono di libero arbitrio e dunque può scegliere anche contra ius, anche in avversione a Dio Stesso, fino a scegliere la propria autodistruzione che, come vedremo, Giovanni chiama “morte secunda”: non la morte del corpo, bensì quella dello Spirito che comporta la cessazione totale e definitiva dell’autocoscienza.

 

  • al Vittorioso della Chiesa di Efeso dice: sarà fatto mangiare il frutto dell’albero della Vita (dopo aver mangiato il frutto dell’albero della Conoscenza del bene e del male), passerà cioè, attraverso tribolazione e dolore e grazie alla rivelazione Cristica, dalla condizione di Adam (uomo di terra rossa) a quella di Antropos (uomo che guarda verso l’Alto) : prenderà cioè coscienza di “Sé” e di “sé”. “Ricorda da dove sei caduto” dice il messaggio, ossia rammenta che sei porzione di Dio da Cui ti sei volontariamente staccato.
  • al Vittorioso della Chiesa di Smirne – ossia a colui che avrà realizzato un ulteriore passo verso la Coscienza/Conoscenza – dice : gli sarà data la salvezza, vincerà, e quindi eviterà di precipitare nella Morte seconda (la morte dello spirito), sarà partecipe della primavera del Regno ossia della “prima resurrezione” (della quale è detto più avanti).
  • al Vittorioso della Chiesa di Pergamo dice: gli sarà concesso di alimentarsi della manna nascosta; cioè gli sarà concesso di trasmutare il corpo eterico in Manas (ossia uomo spirito). I tre corpi (fisico, eterico ed astrale), attraverso l’inchino fecondatore dell’Io, saranno trasformati in, Manas Atma e Budhi (altresì definibili in: “Sé” cosciente spirituale, Uomo spirito e Spirito vitale). A coloro che avranno vinto se stessi sarà dato di passare i Misteri e donata una pietruzza bianca su cui è inciso un nome nuovo conosciuto solo da colui che lo riceve; il nome è l’ “IO SONO” che lo contraddistingue. Chi è passato per i Misteri ottiene una super-autocoscienza umana e gli sarà dato di entrare nella “nube” (l’Ade) e di accompagnare i fratelli (le ombre che vi stazionano) per indicar loro la Via del Regno.
  • Al Vittorioso della Chiesa di Tiatira dice: sarà vittorioso colui che avrà tenuto fede all’impegno usando delle sue facoltà superiori per servire i fratelli e non per trarre vantaggio personale (al pari della profetessa Gezabele che istiga i servi a “prostituirsi mangiando la carne immolata agli idoli”); in altri termini non si scambi ciò che è sacro con miserabili vantaggi materiali, umani. I vincitori saranno profeti grandi e potranno guidare moltitudini, indirizzarle e perfino governarle, con lo stesso potere che fu di Gesù di Nazareth.

 “Al vincitore e a chi custodisce fino alla fine le mie opere , darò potestà sulle nazioni e le governerà con verga di ferro, come i vasi d’argilla le frantumerà, proprio come Io ho ricevuto dal Padre Mio. Gli darò inoltre la Stella del Mattino” .

Chi è rappresentato dalla Stella del Mattino? Essa è l’astro più luminoso del cielo che, dopo la lunga notte di tenebra – in questo caso tenebra della coscienza – preannuncia l’alba, preannuncia cioè l’arrivo del Sole portatore all’umanità di Luce piena e di Calore (ossia Verità ed Amore). Ma il significato in questo caso ci viene rivelato nell’epilogo della stessa Scrittura dell’Apocalisse: è Gesù il Salvatore che dice di Se Stesso: “io sono la radice, la stirpe di Davide, la stella lucente del mattino”; quindi si presume che vada interpretato come Gesù di Nazareth (Stella del Mattino) che preannunzia e precorre la Luce del Sole/Logos; ecco perché Gesù è transito, è porta attraverso Cui noi uomini ci rendiamo disponibili e capaci di accogliere il Cristo/Logos e quindi riceverNe l’impulso.

Gesù/Lucifero (ma che nulla ha del Lucifero che nella tradizione popolare si è voluto identificare col demonio ossia con l’angelo ribelle caduto) è dunque fiaccola dell’aurora, è Fosforos, Egli precorre la LUCE Solare della divinità Figlio: il Logos. Si potrebbe azzardare la similitudine secondo cui Gesù sta al Logos così come Giovanni sta a Gesù nel preannunciarNe l’arrivo imminente e nel prepararNe la strada attraverso la predicazione e lo stimolo alla conversione delle genti che presso di lui giungevano per ascoltarlo sulle rive del fiume Giordano. La Stella del Mattino è notoriamente identificabile nel pianeta Venere che Dante nel Paradiso indica come la sfera dell’Amore. E come non definire atto d’Amore ciò che Gesù venne a compiere sulla terra donando Se Stesso? Il Suo piano salvifico permette a noi tutti di renderci accoglienti all’inondo della Divinità. Dunque, a coloro della Chiesa di Tiatira, che vinceranno (leggasi: che avranno raggiunto tale grado di consapevolezza o coscienza), sarà donata la Stella del Mattino (ossia saranno capaci di accogliere il Cristo/Logos perché pronti e recettivi grazie all’opera salvifica di Gesù); e la Parola governerà le Nazioni e sarà la loro Luce. Costoro godranno degli effetti del piano salvifico poiché, nell’accogliere il Logos per il tramite di Gesù, muteranno loro stessi e saranno capaci di diffondere a loro volta la Parola che detterà le regole, ossia i dettami evangelici, per il governo delle Nazioni che potranno così operare rettamente.

  • Al Vittorioso della Chiesa di Sardi dice: l’Agnello non lo cancellerà dal Libro della Vita, ma lo riconoscerà dinnanzi al Dio Padre e davanti ai Suoi Angeli. Cioè l’Agnello testimonierà in suo favore dinanzi al più alto Fattore ed alle entità angeliche riconoscendo i meriti e le conquiste cui è pervenuto: il suo nome permarrà scritto nel libro della Vita.
  • Al Vittorioso della Chiesa di Filadelfia dice: gli sarà concesso di divenire una colonna portante del tempio di Dio, diverrà cioè componente essenziale di una struttura complessa, parte di un insieme. Il suo grado di coscienza si legherà quindi alla coscienza di altri di pari livello ed insieme formeranno il tempio di Dio. Un nome nuovo gli sarà imposto dall’Agnello.
  • Al Vittorioso della Chiesa di Laodicea : a colui cioè che non si sarà addormentato, pago di quanto ha già conquistato (colui che è tiepido), è rivolta l’esortazione alla piena accoglienza: accogliere il Cristo e “cenare con Lui” , ossia spezzare insieme a Lui il Pane della Verità e nutrirsene, che equivale ad aderire ed uniformarsi completamente a Lui. Chi vincerà, riceverà il dono più alto ed ambìto: potrà assidersi sul trono, al fianco dell’Agnello così come l’Agnello che, Vittorioso, poté assidersi sul trono al fianco di Dio Padre.

 

Ancora un’ultima considerazione: si osservi l’importanza attribuita dalla rivelazione apocalittica al “nome” .

Il nome è quell’elemento che ci caratterizza e distingue dagli altri. Se dico mi chiamo Mario, di certo faccio riferimento al mio nome anagrafico e comunico ad altri il suono attraverso il quale mi si distingue. Esso mi individua nella società e mi specifica come soggetto fisico. In tutti gli altri casi dirò: “Sono Mario”, unificando in un unicum sia l’essenza di me che il nome stesso e la vibrazione, sonora in questo caso, cui si lega. Sicché, se ci spostiamo su un piano Sottile, ecco che il mio nome assume connotazioni che si riferiscono esclusivamente alla essenza ed alla dimensione in cui essa opera, e poiché in questo contesto ciò che importa non è più umano, non segue cioè più la logica umana, ci accorgiamo che essa ha precipuamente riguardo alla Coscienza dell’individuo: ad un certo grado (contraddistinto dalla Chiesa di Pergamo) il Vittorioso riceve una pietruzza bianca su cui è inciso un nome nuovo. Tale nome nuovo è conosciuto solo da chi lo riceve e ciò proprio perché è riferito al suo conseguìto grado di coscienza e quindi alla correlata vibrazione. Poiché esso ha riguardo al suo personalissimo “Io Sono”, nessuno può conoscere, e dunque pronunziare, quel nome se non chi lo ha ricevuto. Ma, il processo non si esaurisce qui. Ancora abbiamo una tappa ulteriore in cui viene conferito un nome nuovo: il Vittorioso della Chiesa di Filadelfia (la penultima), sarà posto come colonna del Tempio divino. Sulla colonna (dunque su di lui) sarà inciso il Nome di Dio ed il nome della Città Santa di Dio (Nuova Gerusalemme); vi sarà inoltre inciso un nome nuovo che sarà imposto dall’Agnello.

“L’agnello, il campione della stirpe di Davide”

Non piangere. Ecco ha vinto il leone della tribù di Giuda, il rampollo di Davide affinché apra il libro ed i suoi sette sigilli”. “In mezzo al trono ed ai 4 Viventi ed in mezzo agli Anziani vidi un agnello eretto, come sgozzato. Egli aveva sette corna e sette occhi che sono i sette Spiriti di Dio inviati per tutta la terra. Allora venne e ricevette il libro dalla destra di Colui che siede sul trono.

E quando ebbe ricevuto il libro, i 4 Viventi ed i 24 Anziani si prostrarono davanti all’Agnello (…) e cantavano un cantico nuovo, dicendo:

Tu sei degno di ricevere il libro e di aprire i suoi sigilli.

Poiché sei stato sgozzato ed hai riscattato a Dio con il tuo sangue

 uomini di ogni tribù e lingua, e di ogni popolo e nazione

e ne hai fatto per il nostro Dio un regno

 di sacerdoti e regneranno sulla terra”.

Ap.sse  5 e 6  

  Il significato del libro e dei  7  sigilli


Facciamo una premessa:

Il Logos è l’Io Sono Solare Universale; Con l’intervento di Gesù che si fa tramite all’inondo dell’energia del Logos, le componenti animiche dell’uomo ricevono un impulso ed iniziano la loro trasformazione: come fiamma che, dal di dentro, accende e dà luce alle citate componenti animiche umane. Così, grazie a quel dono, abbiamo il citato passaggio da Adam ad Antropos dunque un essere (l’Uomo) che si volge verso l’Alto, verso il Divino attraverso una coscienza pienamente individualizzata.

Se dunque proviamo ad immaginare il libro con i 7 suggelli come la complessa struttura animica dell’uomo (come un’anima sigillata 7 volte) potremo comprendere come la forza e la capacità di aprire il libro e di leggervi dentro da parte dell’Agnello vada interpretata come forza di apertura dei varchi per consentire la penetrazione dell’Io Sono/Cristo e rendere possibile la fecondazione degli involucri dell’entità/uomo, attivare la trasformazione e imprimere loro impulso verso l’Alto, verso cioè un grado superiore di coscienza. Un processo sacro che può avere luogo solo per Grazia divina e che sarebbe impossibile all’uomo con le sue sole forze.

In Palestina, al tempo i cui operò Gesù, la fecondazione dei corpi sottili avvenne per taluni d’un lampo per effetto del Fotismos3)3 Fotismos: illuminazione per folgorazione. Ciò fu però riservato ad  una ristrettissima cerchia poiché la pur dolce violenza del fotismos non è libertà “plena”. ; moltissimi poi furono coloro che, lambìti dal Logos attraverso l’umanissimo Gesù,  iniziarono autonomamente il trasmuto dei corpi; processo ancor oggi attivo per coloro che, accogliendo Gesù/Logos, ricevono l’impulso al cambiamento.

Va altresì detto che, come afferma Rudolf Steiner nella sua opera “L’Apocalisse” , negli scritti biblici il termine “libro” viene adottato per indicare un documento che registra, che annota qualcosa, non come viene oggi correntemente inteso. Così nel Vecchio Testamento per “libro” si intende il documento in cui sono annotate le generazioni che si tramandano la linea di sangue; nel Vangelo di Matteo il termine è infatti usato per indicare la genealogia di Gesù; pertanto nell’Apocalisse con tale appellativo deve intendersi ciò in cui sono annotate, scandite le tappe evolutive dell’uomo e dunque il processo graduale di sviluppo e crescita della sua coscienza. Giovanni usa anche il termine “libro della vita” che non può che indicare lo scritto in cui sono annotati i passaggi che hanno vivificato l’uomo trasumanandolo.

In conclusione “aprire i 7 sigilli e leggere il libro” sta a significare la capacità di far dischiudere i corpi sottili di cui è costituito ciascun uomo4)4 Taluno vuole vedere in tale opera il dischiudersi dei 7 “Chakras” maggiori, termine sanscrito per indicare i c.d. “fiori di loto” che secondo credenze indù sono centri di energia di cui disporrebbe l’uomo; questi, una volta schiusi, permetterebbero di percepire la realtà sottile invisibile all’individuo che dispone dei soli sensi fisici.  e di agire sull’Io sono dal di dentro (ossia leggervi).

E così come noi siamo lasciati sempre liberi di accogliere la Parola, e con Essa il Cristo/Logos, parimenti fu libero il Grande “Sé” di Gesù (in veste di Agnello), di accettare il libro sigillato che Gli veniva porto e, così facendo, di accogliere Dio Padre per assecondarNe il volere acché l’opera salvifica in favore dell’uomo avesse realizzazione. Dunque scelta libera del “Sé” (grande) di Gesù quale parte di Dio o partizione dell’Unico Spirito di Cui interpretò (o forse diremmo meglio “rappresentò”) una porzione enorme5)5 Potremmo dire, senza voler essere per ciò blasfemi, che qualcosa di analogo avvenne con il dittatore Hitler che interpretò – in misura più ridotta, ovviamente, ed in versione umana opposta – lo spirito di un popolo, quello tedesco, rappresentandolo. : quella dell’intera Umanità cui si legò karmicamente, fino alla fine dei tempi, poiché, come si è detto, la Sua missione prosegue con l’accompagnamento vocazionale del Dio-Fratello che ben conosce quanto in solitudine viva l’uomo.

Qui dobbiamo renderci conto che Giovanni riferisce di un evento o, per meglio dire, di una cerimonia di portata cosmica: la consegna nelle mani dell’Agnello del “Libro della Vita” !

In esso sono annotate le tappe della conquista spirituale dell’uomo. E’ il registro della evoluzione dell’uomo che perviene alla sua deificazione.

 

“Apertura Dei Sette Sigilli”

E’ preliminarmente  opportuno specificare talune chiavi di lettura per meglio chiarire il significato di taluni simboli.

Nei primi quattro gradini, l’autore si avvale del simbolo del cavallo colorato. Ciò non è a caso naturalmente.

 

Il Cavallo : Con esso egli ha voluto significare – come ci suggerisce Steiner nel suo libro “L’Apocalisse” – l’intelligenza, intelligenza spiritualizzata; il simbolo suggerisce altresì il significato di forza naturale associata alla libertà.

L’immagine dei 4 cavalieri richiama inoltre alla nostra mente la figura mitologica dei “centauri”, creature per metà uomini e per metà cavallo, nati da un sacrilego accoppiamento. I centauri, nel racconto mitologico, hanno natura primitiva, sanguigna ed incline alla violenza6)6. Fatta eccezione per  il centauro Chirone, dall’indole mite, saggio e conoscitore dell’arte medica, che fu precettore e maestro di Achille figlio di Peleo, l’eroe mitico della guerra di Troia 

Con tale allegoria Giovanni vuole indicarci i primi 4 gradini della evoluzione spirituale dell’uomo. Egli ci dice che vi sono 4 fasi principali in cui registriamo la coesistenza tra ragione e coscienza intuitiva, istintuale.

Detta commistione segue una gradualità secondo cui al crescere della coscienza spirituale decresce quella sensuale, materiale. Sicché, partendo da una prima fase in cui è prevalente il lato greve e materiale, giungiamo per gradi all’ultima sottile ed evoluta.

Il Vivente : è scaturigine di coscienza; è da intendersi come flusso energetico animico permeante quella determinata fase. (Non dimentichiamo che acquisto di Coscienza = Vita , perdita di Coscienza = Morte)

Vieni : è il comando con cui si simbolizza la “emersione” di una nuova fase di coscienza; sarebbe come dire: “Emergi”, o, ancora meglio, “Accendi!” , il comando dopo il quale compare una nuova luce.

La Corona : essa è da intendersi come simbolo di potere, di governo sulla materialità, più esattamente sulla razionalità.

Con l’arrivo dell’ultimo cavallo, quello verdastro, si raggiunge l’ultimo grado di coscienza atto a superare i condizionamenti della materialità.

Ancora un’ultima considerazione sul piano interpretativo: si noti che ad ogni “Chiesa” corrisponde un “Sigillo”:  7 Chiese  seguite dal dissuggello di  7 Sigilli. Sembrerebbe una esposizione tautologica, ma non lo è in realtà perché nella descrizione delle Chiese abbiamo critiche e raccomandazioni per coloro che si riconoscono in questa o in quella. Nella apertura dei sigilli, invece, riscontriamo una sorta di racconto, di descrizione, di cronistoria di ciò che si sviluppa nella realtà sottile (e non solo in quella) e del modo in cui avviene il processo evolutivo.

 

L’Agnello ora procede all’apertura dei sette sigilli.

Aperto il primo ecco sopraggiungere un cavallo bianco montato da un cavaliere con un arco; a questi fu data una corona e giunse da vittorioso per vincere ancora. E’ il passaggio iniziale della coscienza. Il primo vagito. La materia animale – che non dobbiamo ritenere perciò priva di spirito – viene vivificata, vinta, dalla coscienza di “Sé”. Il bianco con cui è indicato il colore del cavallo sta a significare la purezza di costoro che, appena nati allo spirito e all’autocoscienza, sono, come le creature della natura,  privi di malizia: sono coloro che “ancora” abitano, per così dire, il paradiso terrestre, un paradiso che risiede non nella realtà esteriore, ma nella loro coscienza.

All’apertura del secondo sigillo sopraggiunge un secondo cavallo color rosso-vivo. A colui che lo montava era stata data la potestà di togliere via dalla terra la pace, in modo che gli uomini si sgozzassero l’un l’altro; per questo gli fu data una grande spada. Qui non vi è un cavaliere “vittorioso”; assistiamo alla formazione di una coscienza più fortemente individualizzata, che risente dell’impronta lasciata dalle forze egoiche sostenute dalla ragione. L’egoità, col forgiare la coscienza individuale, infonde anche l’istinto di sopraffazione dell’uomo sull’altro uomo. Anche qui il colore del cavallo non è casuale. (V.si anche il colore rosso del dragone in Ap.sse 12/3)

All’apertura del terzo sigillo vediamo apparire un cavallo nero e colui che lo monta reca in mano una bilancia. Lo stato della coscienza si amplia e si consolida. L’uomo, ormai pienamente cosciente di “Sé”, diviene anche responsabile del proprio operato e risponde alla legge del Karma dare/ricevere, in ciò simbolicamente rappresentato dal cavaliere con la bilancia. Siamo nell’età pietrina della coscienza, dunque sotto il dominio della Legge. (Con Mosè abbiamo il momento in cui la Legge si imprime nell’anima dell’uomo; evento simbolicamente rappresentato dall’arca dell’alleanza, ovvero l’anima, al cui interno sono custodite le tavole della Legge).

All’apertura del 4° sigillo appare un cavallo verdastro montato da Morte e seguito da Ade. Gli fu data potestà di portare lo sterminio sulla 4° parte della terra. Non su tutti infatti Morte prevale. I tre quarti della terra non subirà lo sterminio. Coloro che hanno ampliato la loro coscienza – saranno cioè pervenuti a quella che indichiamo col termine di “età paolina” – non subiranno gli effetti di Morte e di Ade poiché avranno avuto modo di prendere consapevolezza della prima morte, quella fisica. E’ la fase in cui l’Io è operante sui tre corpi fisico, eterico ed astrale e li sta fecondando. Ciò grazie all’impulso cristico che ha permesso l’inversione della tendenza dell’uomo ad immergersi nella materialità. Per Ade è da intendersi quel “luogo” o “stato” in cui permangono gli spiriti dei morti nella carne (la prima morte, quella fisica) allegoricamente descritta da Giovanni come una “nuvola”, come vedremo più avanti.

All’apertura del 5° sigillo vediamo un altare sotto il quale si trovano le anime di coloro che sono stati uccisi a causa della parola di Dio. Fu data loro la veste bianca e chiesto di pazientare ancora perché deve completarsi il numero dei fratelli che dovranno essere uccisi come loro. Un ulteriore balzo, grande balzo, della coscienza; siamo nell’ “età giovannea” ove l’ Io è già operante da tempo sui tre corpi (fisico , eterico ed astrale) e li ha trasformati. Per alcuni di costoro – i cosiddetti “Figli della Casa” – è già riservata la “prima resurrezione”, quella che ritroviamo nel Regno Millenario (di cui si dirà più avanti).

All’apertura del 6° sigillo tutto il creato così come ci appare alla vista fisica sembra scomparire; il cielo si accartoccia come un rotolo che si chiude, i monti e le isole scompaiono dai loro posti. Per costoro, avendo raggiunto un alto grado di consapevolezza del proprio “Sé” (grande), non vi sarà più necessità di reincarnazione alcuna, sono gli eletti. L’esperienza della materialità è superata e non più necessaria, essi si uniranno ai “Figli della Casa”, godranno della Prima Resurrezione e saranno partecipi del Regno Millenario.

Segue l’elenco dei segnati, di coloro cioè che portano il sigillo del Dio Vivente, la schiera sterminata degli eletti. Si è compiuta così l’evoluzione della coscienza del “Sé” (grande) per colui che giunge fin qui. Segue una descrizione impareggiabile di ciò cui andrà incontro l’eletto.

All’apertura del 7° sigillo abbiamo una cerimonia di adorazione che prelude al suono delle sette trombe.

 

Ap.sse   10 

Il Castigo Finale  e   il Libriccino Dolce e Amaro 

Vidi poi un altro Angelo, possente, discendere dal Cielo: era avvolto in una nube e l’arcobaleno cingeva il suo capo; la sua faccia brillava come il sole; le sue gambe sembravano due colonne di fuoco. Aveva in mano un libriccino aperto. Posto il piede destro sul mare ed il sinistro sulla terra, emise un grido fortissimo, simile al ruggito di un leone. Al suo grido risposero con le loro voci i sette tuoni. Quando questi ebbero parlato, mi accingevo a scrivere. Ma si fece udire dal cielo una voce che mi disse: “Suggella quanto hanno detto i 7 tuoni e non metterlo in scritto”.

Per meglio comprendere le allegorie descritte in questo capitolo sarà opportuno assegnare un significato specifico ad ogni porzione significativa delle immagini descritte da Giovanni:

Nube:

Ade, ovverossia il luogo dove albergano le anime dei defunti nella carne dopo l’autogiudizio. E’ luogo o, per meglio dire, stato di pausa, o stazione per la riflessione concessa da Dio agli spiriti disincarnati i quali potranno successivamente essere ammessi al Regno (ove ne ricorrano i presupposti) o potranno reincarnarsi, ovvero scegliere di cessare di esistere (la morte secunda).

Arcobaleno posto sul capo dell’Angelo:

E’ simbolo della luce divina; essa appare scomposta come quando un raggio luminoso attraversa un prisma. E’ la luce resa manifesta dal Logos che opera la creazione, ovvero traduce l’indistinta luce bianca di Dio nei vari colori dell’iride.

Volto luminoso come il sole:

Sta a significare che l’Angelo è porzione, riflesso di Dio, dunque un “Sé” (grande), in questo caso il “Sé” di Giovanni.

Terra e mare:

Come si è detto in più occasioni Giovanni indica col termine terra la corporeità, la parte più materiale, più pesante del creato, mentre chiama mare quella parte che appartiene al piano eterico, quel piano animico molto prossimo al materiale, in cui albergano emozioni e sentimenti.

Voce possente come di leone:

Qui si vuol rappresentare una voce regale, che incute timore per l’autorevolezza del timbro e del tono, è voce che scuote sin nell’intimo (nel caso di specie essa è rivolta al “sé” –  piccolo –  di Giovanni).

Voce dei sette tuoni:

Sono vibrazioni basse, grevi; sono vibrazioni che appartengono al piano energetico della materia. Le ritroviamo anche all’apertura del primo sigillo: “(…) udii in visione il primo dei 4 Viventi dire come con voce di tuono “vieni”. Quando Giovanni invece vuole indicare la voce di Dio o del Cristo/Logos ce la descrive come lo scroscio di acque abbondanti. Potremmo quindi asserire che dette voci corrispondano alle sette vibrazioni che danno luogo all’apertura dei sette sigilli. e che esse abbiano dato luogo alla completa apertura del libriccino.

Libro/libriccino:

Analogamente al libro con i 7 suggelli che simbolicamente rappresenta il libro dell’umanità intera e di ciascuno, il libriccino rappresenta invece le componenti animiche di Giovanni. Il libriccino non è sigillato, ma aperto (presumibilmente perché le sette voci “tuonando” hanno provocato la completa apertura di esso). Ciò significa che a questo punto per Giovanni non è necessario operare alcuna ulteriore crescita sul piano della coscienza in quanto il Suo “Sé” (per il tramite del Logos/Gesù) ha già operato il dissuggello del “suo libro”, ossia è pervenuto da incarnato al più alto grado di super-coscienza.

Quanto fin qui descritto ci permette ora di comprendere sufficientemente il racconto sotto il profilo dinamico e di afferrarne per grandi linee il significato:

Leggendo dall’inizio constatiamo che dopo il prologo v’è una premessa che riguarda un universo nascosto agli occhi del comune mortale: quello delle energie vibratorie; è in questo sconosciuto mondo che Giovanni vuole introdurci parlandoci dapprima del libro e dei sette sigilli, poi del suono delle trombe, quindi del libriccino aperto.

E’ a questo punto che il racconto apocalittico ha una battuta d’arresto come se si innestasse una pausa alla lunga cerimonia e, per qualche attimo, tutto fosse rivolto verso Giovanni che diviene qui non più spettatore privilegiato, ma addirittura protagonista. Non dobbiamo però confondere l’Angelo della visione con le altre figure angeliche (tampoco con gli angeli delle 7 trombe) il quale non a caso emerge dopo lo squillo della 6^ e prima dello squillo della 7^ ed ultima tromba.

Quale è dunque l’Angelo dal ruggito di leone che appare a Giovanni? E’ il suo stesso Spirito di cui fa una descrizione perfetta e dettagliata.

Giovanni, ancora incarnato – e dunque carcerato nel suo “sé” (piccolo) –  parla con il suo “Sé” (grande). Giovanni lo chiama “Angelo” proprio perché è porzione divina, è espressione divina, infatti lo descrive dal volto abbagliante come il sole (il volto sfolgorante di Luce di Dio) col capo circondato dall’arcobaleno (luce del Logos);7)7. Tale brillantezza, come si è detto, è la luce scomposta sotto forma di iride per opera del Logos creatore.  il “Sé” (grande) di Giovanni è esso stesso Logos in quanto porzione espunta dal Tutto (Dio Padre) indistinto ed inconoscibile.

L’Angelo è visto da Giovanni avvolto da una nube (l’Ade). Egli è infatti ponte tra il Regno (rappresentato dal volto solare), l’Ade (dimensione ultramondana) e la materia in cui ancora vive Giovanni, rappresentata dalla terra (ossia dalla corporeità fisica) e dal mare (corporeità eterica, luogo di emozione e sentimento);  su questi ultimi due elementi vediamo l’Angelo piantare fermamente le sue gambe, anch’esse sfolgoranti, raffigurate da due colonne di fuoco8)8. Tale immagine fa presupporre che il “Sé” di Giovanni abbia pieno dominio sulle sue parti inferiori e ciò non perché il “Sé”, quale porzione divina, glielo abbia imposto, ma perché liberamente il “sé”  (piccolo)  – dunque Giovanni incarnato – ha scelto di accogliere il “Sé” (grande) consentendogli in tal modo di trasmutare i corpi sottili nei superiori. . Anche la posizione assunte dalle gambe dell’Angelo ha un senso: essa richiama alla nostra mente che l’emisfero cerebrale destro è quello deputato alla fantasia, alla immaginazione, alla intuizione, alla creatività oltre che alle emozioni (acqua), mentre quello sinistro al calcolo, all’analisi, alla parola, al ragionamento (terra); l’Angelo infatti poggia la gamba destra sul mare e la sinistra sulla terra.

E’ una visione grandiosa, un’apparizione sconvolgente che viene consentita, donata, a Giovanni che ce la racconta con dovizie di particolari.

L’Angelo però vuole comunicargli cose importanti.

Al grido possente dell’Angelo, fanno eco le voci dei 7 tuoni. Al ruggito leonino del “Sé” luminoso, segue l’eco delle 7 note tonanti: vibrazioni della materia e dell’egoità: le forze dei Viventi che parlano anch’essi a Giovanni e che Giovanni si affretta a trascrivere; gli viene però chiesto dall’Alto di non rivelarne il contenuto ma di sigillarlo. Quest’ultimo passaggio, pur rimanendo ignoto a noi, ci dà conferma che tale momento, seppur valido nel contesto generale, è riservato esclusivamente a Giovanni.

L’ordine di sigillare la parte relativa ai 7 tuoni ci fa comprendere infatti che essa non ci riguarda, non è a noi indirizzata e deve pertanto rimanere velata, nascosta.

Quindi l’Angelo che prima avevo visto posarsi sul mare e sulla terra levò la mano destra verso il Cielo e giurò nel nome di Colui che vive nei secoli dei secoli. Colui che ha creato il Cielo e ciò che esso contiene, la terra e quanto essa contiene, il mare e ciò che esso contiene: “ Non vi sarà più alcun indugio; ma quando il settimo Angelo farà udire il suono della sua tromba, allora sarà consumato il mistero di Dio, secondo quanto ha annunciato ai profeti suoi servi”.

Qui abbiamo un’affermazione solenne da parte dell’Angelo il quale formula un giuramento nel nome di Dio – più precisamente nel nome del Logos – ; infatti l’Angelo, levata la mano verso l’alto, giura nel nome di Colui che ha creato tutte le cose: terra, mare e Cielo e tutto ciò che essi contengono; egli giura solennemente perché vuole non solo sottolineare l’importanza del messaggio, ma altresì che esso venga creduto, venga accettato da tutti come verità. E qual’ è il messaggio? Egli vuole dirci che dopo lo squillo della sesta tromba l’evoluzione dell’uomo è all’epilogo… che la settima tromba è ormai prossima a suonare e quando essa avrà suonato, si sarà compiuto il mistero di Dio, ossia tutto sarà compiuto, tutto sarà manifesto finalmente all’uomo, tutto gli sarà rivelato; quanto è stato a lui nascosto dal mistero si aprirà finalmente ai suoi occhi così come fu reso chiaro e percepibile da tempo ai profeti servi del Signore.

In altre parole si vuol dire che col suono della settima tromba l’umanità perverrà ad un livello di coscienza e di conoscenza delle cose divine tale da essere chiare a tutti così come erano già chiare ai profeti di Dio che, profetando, annunciando il Suo Regno, evangelizzando, servivano il Logos ed operavano in Suo favore.

“Il libriccino dolce e amaro”

“Poi la stessa voce che avevo udita dal cielo, di nuovo mi parlò e disse:” Va’, prendi il libriccino aperto dalla mano dell’Angelo che sta posato sul mare e sulla terra”. Io allora m’appressai all’Angelo pregandolo di darmi il libriccino. Egli mi disse: “ Prendilo e inghiottilo: esso sarà amaro al tuo stomaco, nella bocca sarà dolce come il miele”. Presi il libriccino dalla mano dell’Angelo e lo inghiottii: nella bocca era dolce come il miele; ma dopo che l’ebbi inghiottito, le mie viscere si riempirono d’amarezza. Quindi mi fu detto: “E’ necessario che tu faccia ancora profezie su popoli, nazioni, e re senza numero”. 

Giovanni prega l’Angelo di dargli il libriccino. Il passo sottolinea come si renda necessario un gesto, un atto di volontà, un’iniziativa di Giovanni per poter ricevere il piccolo libro: “Io allora m’appressai all’Angelo pregandolo di darmi il libriccino”. Si noti che quando Giovanni in precedenza parla del libro dai 7 suggelli, si riferisce in senso generale al libro dell’umanità intera ed al tempo stesso di ciascuno. In questo frangente però usa il diminutivo e lo chiama “libriccino” poiché vuole segnalarci che si sta riferendo al suo personalissimo libro; ed esso è libro in cui è trascritta la sua vita, non in senso umano, ma secondo il progredire della sua coscienza. Progressi sopraggiunti dopo lotte, dolori e, a volte, sconfitte; è in definitiva il libro ove è annotata passo passo la conquista della condizione super umana di Giovanni. Non a caso l’Angelo gli dirà di mangiarlo anticipandogli che l’ingestione di esso gli darà  dapprima amarezza allo stomaco e poi dolcezza al palato. Un paradosso sembrerebbe a prima vista poiché  quando si mangia prima si sente il sapore e poi semmai si avvertono al ventre le conseguenze di ciò che si è mangiato. Invece l’ordine inverso usato dall’Angelo ha un suo significato ben preciso: ogni battaglia comporta lotta, dolore, straziante fatica, qui simbolizzate dall’amarezza della digestione, ossia le esperienze del vivere. La vittoria che ne segue è però dolce, dà soddisfazione, ripaga il sacrificio affrontato; è la dolcezza dal sapore di miele che gusta Giovanni in quanto è un “vittorioso”.

Ma perché è necessario che egli ingerisca il libriccino? Che cosa vuol significare l’immagine? L’ingestione dona a Giovanni la visione globale del suo percorso spirituale, incluse le varie incarnazioni umane che gli hanno reso possibile la realizzazione dell’impresa.

Al termine della visione però l’Angelo, ossia il suo “Sé”, gli preannuncia che il suo compito non è ancora terminato in quanto dovrà profetare ancora ed ancora, su “popoli, nazioni e re senza numero”. Tale conclusione lascerebbe intendere che l’opera di Giovanni sia indispensabile poiché senza tale suo intervento profetico l’umanità non sarebbe ancora del tutto pronta allo squillo della settima tromba.

Non possiamo non concludere dicendo che ciò che abbia fatto, faccia o farà Giovanni nel tempo cronologico umano – che poca  importanza riveste – o nel tempo della Coscienza dei “Sé” – che molta importanza riveste – è questione che non può e non deve riguardarci, che non può e non deve essere argomento di nostra speculazione.

 

Ap.sse   12 

 La Donna Vestita di Sole


Occorre anche in questo caso fare una premessa che ci metta in condizione di comprendere il senso complessivo di tutto il passo che andremo ad esaminare.

Il significato di fondo è individuabile nell’opera amorevole delle cosiddette forze spirituali del bene, o di coesione,  che contrastano quelle egoiche, del male, o di separazione. Ed è lotta, ed è battaglia su piani diversi dell’essere: quello fisico e quello animico; è infatti scontro in Cielo, ed è scontro in terra. Battaglie volte a sciogliere i legami che tengono avvinto l’uomo alla materia e al non-“Sé”.

In questa lotta tra le forze tenebrose e quelle della Luce, interviene, in soccorso, Colui che dalle altezze dell’essere scende nel carcere della carne per indicare all’umanità la Via acché essa non cada nell’inganno della materia e si smarrisca nella nebbia divenendo preda del drago.

Ciò a significare che l’uomo non è lasciato da solo a vincere se stesso; forze sublimi lo proteggono, pronte ad aiutarlo se decide liberamente di abbandonare la zona d’ombra per spingersi verso la Luce. Le forze egoiche, qui simbolicamente indicate nella bestia, sono destinate a soccombere, ma la lotta è aspra e durissima.

 

La donna ed il dragone

“E un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo: era incinta e gridava in preda alle doglie ed al travaglio del parto.

E un altro segno apparve nel cielo; ecco: un grosso dragone , rosso vivo, con sette teste e dieci corna. Sulle teste vi erano sette diademi; la sua coda si trascinava dietro la terza parte degli astri del cielo e li precipitava sulla terra. Il dragone si pose difronte alla donna che era sul punto di partorire, per divorare il bimbo appena fosse nato.

Ella quindi diede alla luce un figlio, un maschio, quello che era destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro. Subito fu rapito il figlio di lei verso Dio, verso il trono di Lui; mentre la donna riparò nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio per esservi nutrita per lo spazio di milleduecentosessanta (1260) giorni.

Esaminiamo il contesto : ciò che viene descritto (il primo segno ed il secondo segno) accade in Cielo, dunque sul piano sottile, spirituale. Abbiamo dapprima la figura di una donna; essa opera nel fluire del tempo cronologico umano, contraddistinto dalle 12 stelle sul suo capo e la luna sotto i suoi piedi. Le prime indicano le dodici costellazioni dello Zodiaco9)9. Lo Zodiaco siderale (da non confondere con quello astrale, di epoca successiva) era conosciuto sin dai tempi dei Sumeri (4000 a. C. circa), e suddivideva la volta celeste in 12 case che racchiudevano altrettante costellazioni – visibili ad occhio nudo e chiamate con nomi fantastici – , ciascuna delle quali occupava 30° gradi della circonferenza della volta, per un totale di 360° gradi. , il cui ciclo esaurisce l’intero percorso dell’anno terrestre, ma altresì quello precessionale che dura 25.920 anni.10)10. La precessione degli equinozi costituisce un movimento della terra della durata di 25920 anni. Il sole, a causa di tale movimento, sorge, per 2160 anni, in una delle case dello Zodiaco: Allo scadere di tale tempo, il sole sorge nella casa zodiacale successiva. Gesù, ad es., è nato quando il sole sorgeva nel segno dei “Pesci”, mentre da poco siamo entrati nel segno dell’”Acquario”.  La luna fa riferimento al tempo. In epoche remote il mese era infatti calcolato seguendo il ciclo lunare (metodo che ancor oggi influenza la cultura e la religione islamica) che, guarda caso, coincide con quello  mestruale nella donna e dunque della sua fecondità.

La donna è avvolta dalla luce solare. Qui il sole non è l’astro celeste a tutti noto, bensì il simbolo del Genio Solare Universale: Il Logos! Il Logos la avvolge e la feconda. La donna infatti è incinta ed anzi sta per partorire e, quando partorisce, dà alla luce un maschio che governa con verga di ferro (cioè si impone alla materia, la governa con fermezza). Tale fenomeno non è riferito a Gesù, o per lo meno, non solo a Lui; in tale ampia proiezione temporale, dobbiamo dedurre che il figlio che viene partorito dalla donna è,  è stato e sarà, un profeta deputato alla guida e salvezza dell’umana progenie: Krishna, Buddha,  Mosè, Gesù e forse altri ancora.

In cielo appare ora un dragone rosso vivo (Anche il colore vuol conferire qui un significato preciso. Si noti che è lo stesso colore del cavallo che giunge all’apertura del 2° sigillo: il rosso vivo indica dunque il colore dell’EGO.

Lo scrittore descrive la bestia dotata di 7 teste. La testa vuol simbolizzare l’intelligenza e la ragione e ogni testa ottiene successo ed onore umano, materiale,  come si vede dal diadema – simbolo di orgogliosa superbia – posto su ognuna di esse. Il livello della sua forza sta nelle corna (armi durissime) e nel loro numero: dieci corna (cinque volte la forza del toro). L’animale è simbolo delle energie  egoiche che tendono a trascinare verso la materia e quindi a separare ed allontanare dalla Luce. Infatti la coda del drago trascina un terzo delle stelle e le fa precipitare sulla terra: attira cioè verso la realtà terrena parte del mondo animico: sono coloro che scelgono di incarnarsi e conoscere il “non- “Sé”  ” , la pars obscura di Dio: il male.

Anche nei confronti del bimbo, il drago vuole esercitare la sua forza attrattiva sommergendolo di egoismo ed individualismo: nel racconto esso si pone dinanzi alla donna che sta per partorire, ma il pargolo appena nato (cioè il profeta in senso generale, non inteso come questo o quello) non può essere preda del drago (cioè dell’egoità), egli è più forte poiché la Sua essenza è tale da vibrare con Dio, in Dio;  questo il significato dell’essere sùbito “rapito verso Dio”.  Anche la donna, questa sorta di divinità al femminile, è messa in salvo in un luogo preparato da Dio nel deserto. La donna divina vi sosterà per 1260 giorni11)11. Con i dovuti arrotondamenti: se dividiamo i 1260 giorni per i 360 giorni di un anno, otterremo 3,5, ossia tre anni e mezzo che, come si vedrà appresso, l’autore indica anche come: “Un tempo, due tempi e metà di un tempo. e colà verrà nutrita.

Guerra in cielo

“E vi fu guerra in cielo: Michele con i suoi angeli ingaggiò battaglia con il dragone; e questo combatté con i suoi angeli; ma non prevalsero: il loro posto non si trovò più nel cielo: Fu, infatti, scacciato il grande dragone, il serpente antico, quello che è chiamato diavolo e satana, colui che inganna tutta la terra , fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Udii allora nel cielo una gran voce che diceva: “Ora si è attuata la salvezza, la potenza e la regalità del nostro Dio e il potere del suo Cristo, dal momento che è stato scacciato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Ma essi lo hanno vinto mediante il sangue dell’Agnello e per la parola da loro testimoniata; non  amando la loro vita fino alla morte!

Per questo rallegratevi, o cieli, e voi che in essi dimorate.

Guai alla terra ed al mare, ché il diavolo a voi è disceso: un’ ira veemente ha nel cuore, perché sa che breve è il suo tempo.

Esaminiamo il contesto: ci troviamo ancora in Cielo, cioè su piani sottili della realtà.

In tale ambito si svolge lo scontro tra le forze del bene e del male. Queste ultime soccombono ed in Cielo non si trova più neanche il loro posto. Dio ed il Suo Cristo le hanno vinte. La funzione in Cielo delle forze arimaniche, egoiche, si è esaurita, ha avuto compimento. Le forze divine, il sacrificio di Gesù e la testimonianza delle anime dei santi, hanno fatto sì che venisse invertita la rotta, quella che dalle stelle portava anime verso alla terra. Le forze egoiche sono state scacciate dal Cielo e precipitate sulla terra; esse però potranno ancora esercitare la loro influenza sia sulla terra che sul mare, ossia sul piano materiale ed eterico, i due piani più grossolani della realtà, non più quindi sul piano spirituale: “Guai alla terra ed al mare che il diavolo a voi è disceso (…)”. Si, il diavolo non è ancora sconfitto del tutto, ma lo sarà, il tempo che gli rimane però è breve.

“Guerra sulla terra”

Il dragone vistosi scaraventato sulla terra, s’accinse a perseguitare la donna, quella che aveva dato alla luce il figlio maschio. Ma furono date alla donna due ali della grande aquila, con cui poter volare nel deserto, nel suo luogo, dove è nutrita per un tempo, due tempi e metà di un tempo, al riparo dagli attacchi del serpente. Allora questo vomitò dalla sua bocca un fiume di acqua gettandola contro la donna per sommergerla; ma ad essa venne in soccorso la terra che aprì la sua bocca ed assorbì il fiume che il dragone aveva emesso dalla sua bocca. Allora questo s’adirò maggiormente contro la donna e si mise a far guerra contro i rimanenti della sua discendenza di lei, quelli che osservano i comandamenti di Dio e posseggono la testimonianza di Gesù. Si pose sulla spiaggia del mare.

Esaminiamo il contesto : ciò che viene descritto avviene in terra e mare, ossia sui due piani più grossolani della realtà: quello materiale e quello eterico.

Il dragone (le forze dell’ego) ormai può operare solo sulla materia (corpo fisico ove hanno sede gli istinti e le brame) e sull’acqua  (corpo eterico ove hanno sede i sentimenti e le emozioni); due piani strettamente connessi tra loro ed intersecantisi.  Il drago cerca di esercitare il suo fascino sulla donna e fecondarla attraverso un gigantesco getto d’acqua – operando cioè sul piano emozionale – ad imitazione dei viluppi del Sole/Logos che in Cielo la rivestivano;  ma la donna rimane immune poiché l’acqua viene attratta da ciò che le è connaturale: la sabbia del deserto su cui riposa la donna, ossia la terra che assorbe ed assimila l’acqua; infatti solo un corpo superiore può operare fecondando l’inferiore, così l’acqua (l’eterico) può proiettarsi solo verso la terra (la materia). Il dragone, nulla avendo potuto contro la donna, è spinto allora a volgersi verso la stirpe di lei: verso coloro cioè che seguono i comandamenti di Dio o che ascoltano la Parola di Gesù, ossia di coloro che ascoltano e seguono la parola dei profeti partoriti dalla donna, per tentarli, insidiarne la fede e la fermezza morale stimolando ed esaltando, una volta ancora, il loro ego.

Il dragone allora si pone sulla riva del mare, nel punto cioè in cui vi è contatto tra il corpo fisico dell’uomo e quello eterico.

La lotta prosegue. Vedremo la bestia che sale dal mare e la bestia che sale dalla terra.

Ap.sse    20

Il Regno millenario

Quindi vidi discendere dal cielo un angelo con in mano la chiave dell’Abisso ed una grossa catena. Afferrò il dragone, il serpente antico, quello che è chiamato diavolo o satana, e l’incatenò per mille anni; quindi, gettatolo nell’Abisso, chiuse e vi pose il sigillo, affinché non potesse più sedurre le genti fino al compimento dei mille anni, quando dovrà essere sciolto, ma per breve tempo”.

Il “dragone”, il “serpente antico” simboleggia il Male, che è strettamente legato alla incarnazione degli spiriti sulla terra. Dunque quando troviamo tale termine dobbiamo intenderlo come “incarnazione” ossia discesa nel Non- “Sé”: colà dove le forze egoiche – le c.d. controspinte – sviluppano la loro maggiore energia.

Apparvero poi dei seggi; a quelli che vi si assisero fu data possibilità di giudicare; vidi, inoltre, le anime di coloro che sono stati decapitati a causa della testimonianza di Gesù e la parola di Dio, come anche le anime di quelli che non hanno adorato la bestia e la sua immagine, né hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano: resuscitati, entrarono con Cristo nel regno millenario. Ma gli altri morti non risuscitarono prima del compimento dei mille anni.

Soltanto coloro che hanno seguito il Cristo, che non hanno adorato la bestia, ovverosia il mondo ed i suoi falsi splendori, portandone il marchio sulla fronte (nei pensieri) e sulla mano (nelle azioni), coloro, quindi, che, operata una totale metànoia, avranno trasmutato i tre corpi (ordinario, Sottile e Causale) consentendo al loro “io sono” di fecondarli, saranno “resuscitati” (ossia godranno della “prima resurrezione”). Non avranno più necessità di reincarnarsi (non saranno cioè soggetti alla lotta con il dragone ed al pericolo della morte secunda). Costoro hanno accesso al “Regno Millenario”, ovverosia al Corpo Mistico del Cristo, in quanto la loro evoluzione individuale ha avuto compimento e sono pertanto salvi. Gli altri, “morti” perché legati ancora al ciclo delle rinascite, continueranno ad incarnarsi sulla terra, (nell’Abisso), in continua lotta con le forze luciferiche e con la possibilità di cadere definitivamente tra gli artigli del “dragone” (di incorrere, cioè, nella “morte secunda” ovvero nella morte dello spirito).

Questa è la prima resurrezione. Beati e santi coloro che hanno parte alla prima resurrezione: su di loro la seconda morte non ha potere; saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per i mille anni”.

Il lasso temporale è chiaramente simbolico; il termine mille anni non va infatti inteso come tempo umano12)12. Men che meno con la “questione chiliastica”, il millenarismo secondo il quale lo scoccare dell’anno mille avrebbe segnato il termine ultimo per il compimento dei tempi con conseguente fine del mondo. , ma – come ormai sappiamo – come tempo dello spirito, ossia tempo di evoluzione. In questo caso quindi è da intendersi come tempo – più o meno lungo se visto cronologicamente – in cui uno spirito raggiunge un certo grado di consapevolezza o di coscienza; tale crescita avviene e prosegue senza reincarnazioni nella dimensione sottile del Regno.

L’estremo combattimento. “Una volta compiuti i mille anni, satana sarà lasciato libero dal carcere e uscirà ad ingannare le genti dei quattro angoli della terra, cioè Gog e Magog, convocandoli per la guerra; il loro numero uguaglia l’arena del mare. Saliti sull’altipiano della terra, presero d’assalto l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma scese dal cielo da parte di Dio un fuoco che li divorò”.

Per mille anni, dunque, coloro che hanno avuto parte alla prima resurrezione vivranno in Cristo e non saranno neppure lambiti dal male e dal dolore.

Trascorsi i mille anni il dragone sarà di nuovo liberato, ma per poco tempo: tale asserzione va intesa nel senso che agli eletti, già salvi, sarà data la possibilità di reincarnarsi, forse per una sola vita terrena (il testo dice: per poco tempo ancora); ma in questo caso non perché ne abbiano necessità individuale – avendo completato il ciclo evolutivo nel mondo della carne – ma perché, spinti da esclusiva pulsione d’amore, scelgono di tornare per aiutare chi è rimasto indietro e cioè i fratelli ancora avviluppati nella ruota delle rinascite e dunque del male, e dunque del dragone antico: satana. In altre parole: la loro non sarà una incarnazione di prova, bensì di lotta per la salvezza dei fratelli minori, schiavi ancora delle forze egoiche.

Ma scese dal cielo da parte di Dio un fuoco che li divorò

Ma cos’altro è da intendere se non il “fuoco” d’amore che Dio, per il tramite dei “residenti” nel Regno millenario, fa scendere dalle Sue Altezze?

Il diavolo, loro seduttore, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, proprio dove si trovano la bestia e lo pseudo-profeta: saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli”.

Lo stagno di fuoco rappresenta la seconda morte, quella dello spirito: chi sceglie liberamente di non fare ritorno alla Casa del Padre, chi liberamente rifiuta Dio, perderà il Grande Dono dell’ io sono. La scintilla divina che aveva costituito la sua individualità tornerà, indifferenziata, all’Unico Tutto. Nessuna deminutio per Dio; l’annullamento è soggettivo per chi liberamente scelse di non ricongiungersi all’Uno. Costoro, i morti nello spirito, saranno immersi in uno stagno le cui fiamme non divorano perché l’infernale palude è immota, priva di azione e di dolore, priva di pensiero e di coscienza: l’Isola dei Morti, come è simbolicamente rappresentata nei dipinti di A. Boecklin.

Sarà poi così? Forse, al di là del grande Mistero, si cela l’intervento amoroso della Grazia.

Quanto illustrato con forti immagini allegoriche nel testo dell’Apocalisse in relazione al Regno millenario, alla prima resurrezione degli Eletti ed al combattimento finale, non attiene ad eventi globali collocabili in un tempo futuro. Ciascuno di noi ha la propria Apocalisse. I martiri ed i santi sono già partecipi del Corpo Mistico. Taluno di essi si è già reincarnato ed ha svolto la propria missione salvifica combattendo contro il dragone in soccorso dei fratelli più piccoli e più fragili. L’estremo combattimento si svolge, acerrimo, hic et nunc.

Il conflitto, tuttora in atto ai quattro angoli della terra (cioè Gog e Magog), offre a tutti la possibilità di trovare scritto il proprio nome nel libro della vita e di ottenere la resurrezione finale.

Alla fine le forze del Bene vinceranno (portae inferi non praevalebunt).

La resurrezione finale

Fuggirono il cielo e la terra ed il loro posto non si ritrovò più

Qui il significato è più chiaro. Il dissolvimento del cielo e della terra altro non significa che la cessazione della dimensione spaziale non più necessaria ai “risorti”.

Tutti i morti (grandi e piccoli) stavano davanti al trono ad assistere all’apertura di alcuni libri e di quello della Vita. Sui primi era scritto e registrato l’operato di ciascuno. Poi la Morte e l’Ade furono gettati nello stagno di fuoco. Anche in questo caso dobbiamo ritenere che entrambe non abbiano, in questa fase, ragione alcuna di permanere. Gli spiriti di costoro hanno conosciuto la morte e non avendo più necessità di reincarnarsi non sarà più necessario che esista né lo stagno di fuoco né l’Ade, che è la “dimensione” nella quale permangono gli spiriti che attendono di tornare a reincarnarsi per completare il loro ciclo di perfezionamento, quelli diretti al Regno ed infine quelli che vi  transitano  prima di autodistruggersi nella morte secunda; infatti è scritto : “Nello stagno di fuoco fu gettato anche chi non fu trovato scritto nel libro della Vita”.

Ed allora, operando sempre il bene, ci allontaniamo dalla zona d’ombra per accostarci a quella luminosa: ecco l’importanza dell’ actio in amore sempre e comunque, anche verso il proprio nemico e verso chi ci odia. Si comprende ora la ragione per cui Gesù ci invita sempre a perdonare e a porgere l’altra guancia? Se siamo capaci di ciò, avremo creato delle brecce, dei canali che permettono al Grande “Sé” (la parte divina in noi) di comunicare agevolmente col piccolo “sé”, mutando quest’ultimo ed i corpi inferiori in “Sé” spirituale, spirito vitale e uomo spirito. Vinto il male, ossia il non- “Sé”, non si è più infettati da esso ma, al contrario, si arderà d’amore per il fratello.

Alla luce di ciò possiamo affermare che la “Resurrezione” (in questo caso non v’è distinguo tra la prima e la seconda) consiste proprio nel ritorno nella zona di Luce ove non vi è più pianto e dolore e morte. E, del resto, non potrebbe essere altrimenti, giacché la funzione del dolore è venuta meno; esso non è più necessario quale pungolo o stimolo che aiuti a contrastare l’egoità ed a rendere ciascun individuo consapevole del fatto che la separatezza è apparente e che essa si dissolve in un “Io sono” più grande. E’ per tale ragione che una coscienza, di elevato livello, comporta amore; amore altruistico, amore umanamente sconosciuto, di così elevata forza da far quasi dimenticare se stessi. Ecco perché il dolore non necessita più. Il risorto è giunto a tale livello di sensibilità, che la sua unica preoccupazione è rivolta in direzione del fratello, specie quello che è rimasto indietro, quello che ancora si dibatte nella zona oscura dell’Essere e che pertanto va aiutato a raggiungere la Luce. Ecco ciò che stanno facendo le nostre Guide in modo palese nei nostri confronti; ecco ciò che fanno gli spiriti eletti nei confronti di tutti gli individui della terra che rimangono per lo più ignari di tale aiuto celeste (pur sempre rispettoso della loro libertà, delle loro libere scelte).

 

Ap.sse 21  

La Nuova Creazione    La Gerusalemme Celeste


Al termine di un lungo processo evolutivo (realizzato anche attraverso quello che chiamano ciclo delle rinascite in cui tanto aspra appare la lotta tra le  due nature dell’uomo – quella materiale ed istintuale e quella luminosa e sottile -) abbiamo la grande, straordinaria ed inimmaginabile trasformazione: il passaggio dalla condizione di uomo a quella di super-uomo, la c.d. deificazione dell’individuo.

Per meglio comprendere, dobbiamo ancora una volta tradurre in parole correnti alcuni termini usati dall’autore; quando egli vuole riferirsi al corpo fisico dell’uomo utilizza la parola “terra”, mentre adopera il termine “cielo” quando vuole riferirsi  allo spirito (la componente più elevata e sottile); con la parola “mare” egli vuole invece intendere la parte animica intermedia che si frappone tra i due citati. Dunque quando l’autore afferma: “Poi vidi un cielo nuovo ed una terra nuova. Infatti il cielo e la terra di prima erano scomparsi; neppure il mare c’era più.” dovremo interpretare nel modo seguente: “I vecchi corpi costitutivi dell’uomo – fisico ed astrale – non erano più visibili, al loro posto ve n’erano di nuovi – un nuovo cielo ed una nuova terra appunto – ed anche il corpo eterico era scomparso. Quest’ultimo infatti, avendo fatto da tramite – potremmo dire da interfaccia – tra l’astrale ed il fisico vecchi,  non ha più ragion d’essere in quanto i due, ormai trasformati, non necessitano più di tale “mezzo”.

Giovanni ora vede il nuovo corpo dell’uomo e lo descrive come una città, una città santa: la Nuova Gerusalemme. Se prima l’uomo era stato simbolicamente equiparato ad un tempio (“Distruggete questo tempio ed io lo ricostruirò in tre giorni”, dice Gesù  – v.si Giov. 2/18-22 -), ora, dopo la trasformazione, è equiparato ad una città; il mutamento da tempio a città è il risultato di una conquista, essa rappresenta  il premio per colui che riesce “vittorioso”;  nella città non vi sarà né dolore né morte (entrambe infatti non sono più necessarie all’evoluzione dell’uomo), anzi Dio Stesso  vi dimorerà, a significare il raggiungimento di una completa purificazione: con la perdita della corporeità, della fisicità, e quindi della scoria, vi è la divinizzazione dell’individuo.

La Nuova Gerusalemme è anche definita la fidanzata o la sposa dell’Agnello e, nella descrizione che ne viene fatta, appare costituita da materiale preziosissimo e sfolgorante. La sua base poggia sopra 12 strati nei quali è scritto il nome dei 12 apostoli di Gesù; ciò a simbolizzare che la città poggia sulla Parola del Cristo, ed infatti furono gli apostoli a diffondere e a predicare la Buona Novella per il mondo.

Ha una forma cubica e, come sappiamo, il cubo è simbolo di stabilità in opposizione all’impermanenza del mondo della materia. La città misura 144 cubiti per ogni lato e  144 cubiti di altezza misurano le sue mura; vien detto che tale è la “misura d’uomo cioè di angelo”; l’autore qui vuol dirci che essa è strutturata non già con quelle dimensioni in senso letterale, ma che possiede le caratteristiche proprie dell’uomo angelicato ossia dell’uomo divinizzato.

Essa è inoltre dotata di dodici porte – tre per lato – sormontate da 12 angeli recanti i nomi delle 12 tribù dei figli di Israele (ossia della totalità del popolo); poiché sappiamo che per ogni tribù vi sono 12.000 segnati (V.si Ap.sse 7/1-8), avremo un totale di 144.000  “segnati”13)13. Tale cifra sembra contrapporsi in modo evidente al numero “666”, il numero della bestia, che è poi numero d’uomo, come ci dice lo stesso evangelista. Osserviamo intanto che se applichiamo lo stesso metodo pitagorico per il computo, vedremo che 6+6+6 ci darà 18 e che l’ulteriore somma 1+8 ci fa giungere al 9 ossia alla stessa cifra del 144 (1+4+4 =9). Ciò a significare che lo stesso individuo  (indicato con la cifra 9) può essere uomo/bestia  o  uomo/angelo, a seconda che abbia o non percorso una certa serie di tappe evolutive sul piano della coscienza. , ottenendo ancora la ricorrenza del numero che indica l’uomo/angelo: il 144 (se applichiamo poi a tale cifra la somma esoterica pitagorica, avremo 1+4+4= 9 numero, pari a 3 volte 3, che completa la serie trinitaria del Divino). Ma che cosa vuole intendersi con ciò? Attraverso quelle porte può accedere chiunque appartenga al novero dei salvati; in altri termini attraverso le porte della città è consentito entrare in contatto con le Coscienze dei segnati ed a tale scopo sono preposti gli “Angheloi”, i nunzi, i quali hanno la funzione di veicolare il transito, direi meglio il flusso, della corrente delle Coscienze attraverso i citati varchi, così come farebbe una folla di persone che entri o esca da una cinta muraria cittadina14)14. Pietro Ubaldi nei suoi libri definisce tali flussi di pensiero “Nouri” o “correnti nouriche”. . Tale allegoria è equiparabile al “Corpo Mistico di Cristo” della religione Cattolica e, in quanto tale, l’individuo, il piccolo minuto individuo, percepirà di essere contemporaneamente se stesso ed il tutto, o anche solo porzione di quel tutto. Si sentirà come – volendo ricorrere ad una semplice similitudine – il violinista che, pur rimanendo tale, avvertirà di essere al contempo “archi” o anche l’intera orchestra. In altre parole avrà conquistato l’ampliamento della Coscienza in misura e qualità strabilianti rispetto alla Coscienza di cui dispone l’uomo incarnato. Per fare ancora un esempio, la coscienza di me potrebbe abbracciare o, per meglio dire, espandersi al contempo in quella dello scienziato, del fabbricante di scarpe, del dentista, del poeta, dello scalpellino, del contadino, del lavapiatti, del meccanico, dell’ingegnere, del farmacista, del predicatore, del martire, del gobbo, del cieco, del pescatore etc. etc. etc….… , acquistando, in definitiva, un patrimonio incredibilmente immenso costituito dalla coscienza ora di questo, ora di quello o anche dalla somma delle coscienze evolute di molti, di moltissimi, tanti quanti gli abitanti di un’intera città per l’appunto,  e financo di tutti… nell’Unità del Cristo!

All’interno della Città Santa non vi è tempio essendo Dio Stesso e l’Agnello tempio e lampada di essa. Dunque non v’è corpo così come noi lo intendiamo oggi da incarnati, poiché il corpo è Dio Stesso, come dire che la Divinità abbraccia ed avvolge tutti.

Ma tempio non vidi in essa : il Signore Dio, l’Onnipotente, insieme all’Agnello, è il suo tempio . E la città non ha bisogno della luce del sole o della luna: la gloria di Dio, infatti, la illumina e l’Agnello ne è la lampada” (Ap.sse 21/22-24).

Questo il senso generale dello scritto che ovviamente  cela molte più cose che possono essere comprese solo da chi è maestro o ha dimestichezza di numeri, di Qaballah, e possiede spiccata sensibilità alla interpretazione delle allegorie profuse nel messaggio.

Fin qui è da ritenere sufficiente sapere che Giovanni, iniziato ai Misteri ed apostolo di Gesù, non solo attraverso il suo Vangelo –  già ricco di simboli di natura esoterica e misterica – ma anche in questo importantissimo testamento ispirato (mal compreso nei secoli), vuole dirci che il cammino dell’uomo è esperienza e lotta, frutto di libera scelta, che lo farà giungere, se vittorioso, all’ampliamento esplosivo della sua Coscienza o, al contrario, se soccombente, all’annichilimento dell’Io nella Morte Secunda.

Dunque se si sceglie di Vivere, Acqua di Vita è pronta ad essere somministrata all’assetato che, così scegliendo, muterà i suoi occhi acché veda il cammino da percorrere: il sentiero luminoso e misterioso del Padre Nostro Celeste.

Note

Note
1 1. Avrò mutato ,attraverso l’inchino fecondatore dell’Io Sono, i  miei corpi fisico, eterico ed astrale in Budhi  Atma e Manas  (altresì definibili in: spirito vitale,  uomo spirito  e “Sé” cosciente spirituale).
2 2. E’, in certo qual modo, l’Ares degli antichi greci, cioè la divinità che portava messaggi dal mondo superno nascosto agli uomini mortali.
3 3 Fotismos: illuminazione per folgorazione. Ciò fu però riservato ad  una ristrettissima cerchia poiché la pur dolce violenza del fotismos non è libertà “plena”.
4 4 Taluno vuole vedere in tale opera il dischiudersi dei 7 “Chakras” maggiori, termine sanscrito per indicare i c.d. “fiori di loto” che secondo credenze indù sono centri di energia di cui disporrebbe l’uomo; questi, una volta schiusi, permetterebbero di percepire la realtà sottile invisibile all’individuo che dispone dei soli sensi fisici.
5 5 Potremmo dire, senza voler essere per ciò blasfemi, che qualcosa di analogo avvenne con il dittatore Hitler che interpretò – in misura più ridotta, ovviamente, ed in versione umana opposta – lo spirito di un popolo, quello tedesco, rappresentandolo.
6 6. Fatta eccezione per  il centauro Chirone, dall’indole mite, saggio e conoscitore dell’arte medica, che fu precettore e maestro di Achille figlio di Peleo, l’eroe mitico della guerra di Troia
7 7. Tale brillantezza, come si è detto, è la luce scomposta sotto forma di iride per opera del Logos creatore.
8 8. Tale immagine fa presupporre che il “Sé” di Giovanni abbia pieno dominio sulle sue parti inferiori e ciò non perché il “Sé”, quale porzione divina, glielo abbia imposto, ma perché liberamente il “sé”  (piccolo)  – dunque Giovanni incarnato – ha scelto di accogliere il “Sé” (grande) consentendogli in tal modo di trasmutare i corpi sottili nei superiori.
9 9. Lo Zodiaco siderale (da non confondere con quello astrale, di epoca successiva) era conosciuto sin dai tempi dei Sumeri (4000 a. C. circa), e suddivideva la volta celeste in 12 case che racchiudevano altrettante costellazioni – visibili ad occhio nudo e chiamate con nomi fantastici – , ciascuna delle quali occupava 30° gradi della circonferenza della volta, per un totale di 360° gradi.
10 10. La precessione degli equinozi costituisce un movimento della terra della durata di 25920 anni. Il sole, a causa di tale movimento, sorge, per 2160 anni, in una delle case dello Zodiaco: Allo scadere di tale tempo, il sole sorge nella casa zodiacale successiva. Gesù, ad es., è nato quando il sole sorgeva nel segno dei “Pesci”, mentre da poco siamo entrati nel segno dell’”Acquario”.
11 11. Con i dovuti arrotondamenti: se dividiamo i 1260 giorni per i 360 giorni di un anno, otterremo 3,5, ossia tre anni e mezzo che, come si vedrà appresso, l’autore indica anche come: “Un tempo, due tempi e metà di un tempo.
12 12. Men che meno con la “questione chiliastica”, il millenarismo secondo il quale lo scoccare dell’anno mille avrebbe segnato il termine ultimo per il compimento dei tempi con conseguente fine del mondo.
13 13. Tale cifra sembra contrapporsi in modo evidente al numero “666”, il numero della bestia, che è poi numero d’uomo, come ci dice lo stesso evangelista. Osserviamo intanto che se applichiamo lo stesso metodo pitagorico per il computo, vedremo che 6+6+6 ci darà 18 e che l’ulteriore somma 1+8 ci fa giungere al 9 ossia alla stessa cifra del 144 (1+4+4 =9). Ciò a significare che lo stesso individuo  (indicato con la cifra 9) può essere uomo/bestia  o  uomo/angelo, a seconda che abbia o non percorso una certa serie di tappe evolutive sul piano della coscienza.
14 14. Pietro Ubaldi nei suoi libri definisce tali flussi di pensiero “Nouri” o “correnti nouriche”.

IL SESTO MISTERO

Grazia e Misericordia

De Hominis Libero Arbitrio,

Cum Gratia Et Misericordia Dei

Tutto, Padre Altissimo, ha inizio dalla Tua Misericordia e

 tutto ha termine nella Tua Misericordia;

Ogni Grazia ha origine dalla Tua Misericordia

e l’ultima ora è sempre, per ciascun uomo,

ricolma della Tua Misericordia”

 

 

Il “Tutto” è in Dio, già creato e compiutamente realizzato; eppure Egli non è “Immobile Presente”, ma “Dinamico Presente” che incessantemente crea e rimodella Sé Stesso nell’eguale “Perfezione” Che Gli è Propria, hic et nunc, et in sempiterno.

Dio è Idea d’Amore (in forma inconcepibile per la mente umana) verso Se Stesso. Da tale compiacimento prende realtà il Creato, parto armonioso ed armonico dell’Essere/Tutto, Realtà reale che, pur essendo manifestazione del Tutto Unico, ci appare tuttavia come parcellizzata, immersa nella forma e nella materia-energia, collocata nello spazio e nel tempo della coscienza1)1. Deve qui intendersi“Tempo che scorre della Coscienza”; con tale definizione non ci si deve riferire – ad esempio – alle lancette d’un orologio che percorrano un certo spazio del quadrante per indicare alla percezione umana del tempo che sia trascorso un dato periodo cronologico, bensì alla stessa percezione umana del tempo come intimo convincimento dell’“Io Sono” che, umanamente, ritiene di ritrovarsi nell’attüale presente dopo avere vissuto nell’immediato precedente passato e prima di stare per entrare nell’immediato futuro prossimo. Sul versante più segnatamente spirituale, però, sarebbe più corretto riferirsi, con il parlare di “Tempo che scorre della Coscienza”, all’evoluzione (od involuzione) dinamica della Coscienza intesa quale iter che dal non sapere conduce al sapere (o viceversa), e che dal solo sapere conduce alla consapevolezza di sapere (o viceversa).. Ma se Dio è il Tutto – come è – , in questo Tutto non può non essere anche il Suo contrario: la negazione del Tutto. Dunque l’Uno racchiude il Sé ed il non Sé (Luce ed Ombra) in una fusione senza la quale non vi sarebbe la perfezione.

L’Amore di Dio per il creato (che è Dio stesso nel suo aspetto immanente) non va inteso quale commotio cordis (pulsione sentimentale strettamente legata alla natura umana); esso appare scevro da connotazioni emozionali ed è in qualche modo configurabile come infinito Amore di Sé.

L’Amore di Dio è Misericordia.

Dalla Misericordia scaturisce l’atto creativo per eccellenza del Divino Amore: il fare emergere dall’indifferenziata ed unitaria Perfezione l’individualità dell’Uomo, che Dio crea (in un eterno presente) a Propria Immagine e Somiglianza, e cioè con il Bonum del (piena, assoluta coscienza) ed il Malum del Non Sé (la non coscienza). Crea, mosso da Misericordia verso la Sua parte oscura, attraverso la quale ha coscienza di Sé in toto (ovvero sia del Sé che del Non Sé). Tale creazione dona autocoscienza e libertà alle infinite partizioni di Lui, che sono dunque libere di allontanarsi dall’Uno Tutto Perfetto per entrare nella Realtà dell’Incontrario Imperfetto.

Discesa con l’incarnazione nella tenebra del Non Sé, la creatura è libera di ripercorrere all’inverso il cammino che la riconduce alla Casa del Padre, al Regno luminoso del Sé.

Con la Misericordia, l’Uno Assoluto, Perfetto ed Eterno lancia nell’Universalità del Tutto l’alea della Libertà dell’Uomo con tutte le potenziali consequenze che ne possono derivare.

La libertà comporta infatti un prezzo di dolore: dolore dell’uomo, ma anche di Dio.

In un sublime mistero la Misericordia Divina s’intreccia con la Libertà e con la Giustizia.

A differenza della misera giustizia umana, fondata sulla logica dello stretto diritto (che troppo sovente sfocia nel “summum ius – summa iniuria”), la Giustizia Divina è connotata dalla Misericordia; e la Misericordia, intesa come clemenza, come esercizio clemente della giustizia, è il segno della vera forza di quest’ultima:

La condizione del peccato, frutto della libertà, accomuna l’umanità intera (“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, dice Gesù, ben consapevole che alcuno poteva realmente ritenenrsi privo di macchia). La misericordia solleva tutti, distribuendo amore infinito a tutti, senza distinzione: tutti uguali nella caduta; tutti uguali nell’amore che ci solleva. Così la giustizia, attraverso la misericordia, si arricchisce di carità, si perfeziona e si sublima nel Respiro Divino.

Dunque la Misericordia, frutto del Divino Amore e potenza creatrice, è anche momento di trasfigurazione della Giustizia di Dio, da Dio Stesso resa più rilucente dell’immenso fulgore dell’Eterno Divino Amore 2)2. Secondo Aristotele, la “Misericordia Clemente” (“Epikeia”) è proprio il giusto correttivo della Legge, che mai è perfetta.; e la Misericordia diviene siffattamente la forza reale della Iustitia Dei che cede il passo alla “Clemenza”; sicché l’esercizio clemente della Giustizia Divina le conferisce la sua vera forza e la sua vera perfezione.3)3. Ricordiamo la parabola del debitore spietato (Matteo, 18, 23) nella quale il re scopre un servo debitore di diecimila talenti, ma recede, per le sue suppliche, dall’originario proposito di venderlo con la moglie, con i figli e con ogni suo avere, affinché saldi il suo debito. Appena uscito, quel servo ne incontra un altro che gli deve a sua volta cento denari. Lo afferra e lo scuote, pretendendo il pagamento del dovuto. Il debitore spietato non vuole esaudire le suppliche del suo compagno e lo fa gettare in carcere, fino a che non abbia saldato il debito. Venutolo a sapere, il re lo fa richiamare e gli dice: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse avere anche tu pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, lo consegna agli aguzzini, fino a quando non abbia restituito tutto il dovuto. Conclude Gesù: “Proprio così il Padre mio celeste tratterà voi, qualora non rimettiate di tutto cuore ciascuno al proprio fratello”. Nell’ottica della giustizia umana il comportamento del debitore spietato è ineccepibile: dal condono del suo debito non deriva affatto alcun obbligo, per lui, di condonare a sua volta. A condannarlo è, invece, la clemente misericordia che gli è stata usata e che egli non è stato capace di interiorizzare e di far propria.

Dio è il Tutto.

In questo Uno-Tutto era, è e sarà, da sempre ed in sempiterno, l’Alfa e L’Omega d’ogni Realtà Reale.

Ma tempo e spazio sono soltanto categorie del pensiero umano, prive di una reale esistenza propria. La “Realtà Reale” è essa stessa l’ “Uno Dio”, che occupa l’unico tempo e l’unico spazio possibili come esistenti: l’Hic et nunc Divini.

Da ciò consegue che l’Alfa e l’Omega, intesi come simbolo dell’inizio e della fine di ogni cosa, non debbono essere collocati in una realtà spazio-temporale comprensibile alla ragione umana, ma in quel Ciclo già Perfetto (cioè già concluso) eppure eternamente “essente” nel suo eterno divenire della Realtà Divina.

Con la creazione, atto d’Amore (di Misericordia), ha inizio il Tempo, tempo della Coscienza – si badi – e non tempo cronologicamente inteso!

In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio”. Ecco perché il Cristo (Logos) dice di Sé: “Io sono l’Alfa e L’Omega”. Tutto da Lui ha inizio; tutto in Lui si chiude. Come ci ricorda l’incipit del Vangelo di Giovanni, il Verbo, fattosi carne, discese nelle tenebre. E le tenebre non lo riconobbero. Il nostro mondo è la tenebra.

Ma perché l’uomo non sceglie sempre di confarsi alla parte luminosa di Dio e così permanere in tale lato luminoso dell’Essere, ma si volge verso l’ombra?

Perché l’uomo vuole essere come Dio: vuole cioè conoscersi e conoscere – così come Dio conosce – Il Bene e il Male. Peraltro potrà apprezzare appieno la “Parte Luminosa” solo quando, dopo avere attraversato la tenebra, avrà appreso, col gelo della Sua assenza, il valore di ciò che ha perduto. Ma tale opzione, pur libera, è scelta che separa, che allontana dalla Fonte. Tale aspirazione di conoscenza implica la discesa nel lato oscuro dell’Essere: il morire quindi alla Coscienza dell’Essere/Tutto per passare alla coscienza dell’individuale, singolo ego. In altre parole, la goccia si allontana dall’Oceano del Quale perderà perfino memoria; questo non per punizione, ma per concessione misericordiosa di Dio alla creatura che, così facendo, diviene arbitro di se stessa; cosa inattuabile se mantenesse il ricordo di Dio il Quale eserciterebbe un’attrazione, per essa porzione, irresistibile, con conseguente inficiarsi del dono di libero arbitrio.

Scegliendo di incarnarci, noi scegliemmo di conoscere il lato di ombra di Dio, di entrare così in una realtà apparentemente lontana da Lui e di vivere in un mondo apparentemente senza Dio. Questo mondo di materia e tenebra è incapace autonomamente di riconoscere ed accogliere la Divinità.

Di qui l’allegoria del Paradiso Terrestre, la volontà dei proto-uomini di cogliere e mangiare il frutto proibito che dà la conoscenza del bene e del male e la conseguente “cacciata” dal Gan Eden (che tale non è, invero, poiché l’allontanarsene è conseguenza di libera scelta).

Tutti noi, dunque, siamo portatori del peccato originale per il fatto stesso d’avere matrice divina. Tutti noi siamo contravventori nell’aver liberamente scelto di conoscere il lato oscuro dell’Essere, ponendo il nostro piccolo sé come centro autonomo in opposizione alla grande armonia del Tutto. Il peccato originale non si identifica con detta libertà, ma da questa scaturisce. Esso consegue alla facoltà di realizzarsi in totale opposizione all’Uno, alla possibilità di allontanarseNe fino all’autoannullamento.

Il ciclo delle rinascite costituisce chiave essenziale del percorso di ciascun individuo verso la Luce. E di certo ogni rinascita, che è governata dalla legge del Karma, è dono di Dio e dunque della misericordia del Padre, dono che mai è disgiunto da quello della libertà.

Il libero arbitrio dell’uomo potrà poi indirizzare la sua condotta verso il bene o verso il male, cioè verso la Luce o l’ombra di Dio. In quest’ultimo caso l’equilibrio turbato implicherà la necessità del “risarcimento” del danno prodotto. Interviene qui la “Grazia”, espressione anch’essa dell’Amore Divino.

La Grazia.

La Gratia Dei va intesa quale «Dono» dell’Altissimo per il «Risarcimento» del Male che la creatura umana ha prodotto. In definitiva, sarà Dio Stesso, quasi «contra Legem», a sanare quella porzione di Male che l’uomo, da solo, non sarebbe in grado di risarcire e che altererebbe l’equilibrio del «In Pondere et Mensura Dei», presupposto di quell’armonia di cui necessita il Tutto Perfetto per essere Tale. Dunque Dio, entrando nella storia attraverso il Cristo/Gesù, fa salva la Legge col Suo sacrificio riparatore: la Grazia del Padre ha comunque un prezzo di dolore che viene pagato dal Figlio, e non solo sul Golgota, ma ogni giorno, fino alla fine dei tempi, fino alla salvezza dell’ultimo smarrito.

Attraverso la Grazia Dio dispensa all’uomo speranza ed opportunità di Salvezza. E, se la Misericordia rappresenta il “Momento Creatore” di Dio, la “Grazia” Ne è il momento – per così dire – “Armonizzatore”; quello, cioè, mediante il quale l’Altissimo interviene direttamente nelle vicende umane, e più in generale nella Storia dell’Uomo, al fine di ricostituire la perfezione turbata. La Grazia è, pertanto, “Forza Divina” che entra in opera allorquando la Libertà dell’Uomo 4)4.  In estrema sintesi, può dirsi che è Bene ciò che avvicina a Dio, ed è Male ciò che Ne allontana; e, nell’àmbito dell’umano vivere quotidiano, può affermarsi, per analogia, che è Bene ciò che migliora la Vita Spirituale propria e dei Fratelli, ed è Male ciò che la peggiora. E Dio, che è “Bene Assoluto”, non è Tale perché sceglie tra il Bene ed il Male, ma perché – si potrebbe anche dire – “Naturalmente” sceglie sempre il Bene; e cioè, la “Parte d’Amore” di Sé che guarda con Misericordia verso la parte opposta di Sé (vivendo in Dio, Unico e Tutto, entrambe le Parti).  lo abbia fatto sprofondare nell’abisso della Realtà imperfetta dell’Essere, e ve lo abbia radicato così profondamente, da rendergli pressoché impossibile l’autonoma risalita.

Atteso ciò, vien fatto di chiedersi quanto spazio sia in effetti concesso al cosiddetto “Libero Arbitrio” dell’Uomo; posto che la Gratia Dei potrebbe, con la propria “Forza Salvifica” condizionarlo in melius. Anche perché, a volere analizzare attentamente il concetto di Libertà, va rilevato come questa, che è il più prezioso dono dato da Dio alla Sua creatura che Ne è immagine, permetta di scegliere, con atto autonomo ed incondizionato di volizione, e di volta in volta, ciò che è Bene o ciò che è Male. Ed affinché le scelte siano effettivamente libere, è necessario che l’Uomo abbia disponibilità del proprio “Libero Arbitrio”, il quale, però, dovrà essere a ciò connotato da tre condizioni essenziali: la “Possibilità” di operare (e cioè, l’“Io Posso Fare”); la “Volontà” di operare (e cioè, l’“Io Voglio Fare”); l’“Attuazione” dell’opera (e cioè, l’“Io Faccio”).

Della non semplice questione si occuparono profondamente (ed animatamente), tra il quarto ed il quinto secolo dopo Cristo, due giganti del pensiero teologico: Agostino di Ippona e Pelagio il britannico. Essi concordavano sul fatto che la possibilità di vincere il male dipendesse unicamente dalla Grazia;5)5. Sant’ Agostino e Pelagio si combatterono, sul piano intellettüale, nei seguenti termini: da un canto, il britanno sosteneva che soltanto il potere (e cioè, la possibilità che si ha di volere operare per il Bene e poi di fare il Bene) fosse dato all’Uomo attraverso la Grazia di Dio quale Suo Dono – per l’appunto – “Gratuito”, mentre egli affermava che il “volere” ed il “fare” giungessero all’Uomo dal mero suo Libero Arbitrio pur se supportati dalla Grazia Divina attraverso la Legge e la Dottrina date da Dio, ma solo nei casi in cui l’Uomo si fosse reso meritevole di aiuto per avere reiteratamente tentato di vincere la propria “mala” natura (e, peraltro, Pelagio si chiedeva, retoricamente, come avrebbe potuto esser fatto salvo il Libero Arbitrio, e dunque il merito dell’Uomo, se la Grazia fosse stata così intrusiva da permettere di rinvenire in Essa stessa l’origine d’ogni cosa buona fatta dall’Uomo); dall’altro, l’ipponate sosteneva, invece, che tutti e tre gli elementi in discorso dovessero essere supportati dalla Grazia Divina, senza la Quale l’Uomo sarebbe stato in balìa della propria “mala” natura e non avrebbe avuto possibilità, né volontà, né tampoco capacità d’azione, di agire nel Bene (e, peraltro, Agostino si chiedeva, retoricamente, come fosse possibile – ove nel giusto la tesi di Pelagio – che i fattori puramente umani avessero tanta forza da potere fare operare nel Bene pur senza la Grazia, mentre la possibilità di fare il Bene, che ci proviene da Dio con la creazione, avesse tanta debolezza da non potere esprimere la propria potenzialità senza il supporto costante della Grazia). ma secondo Agostino Questa era altresì necessaria affinché anche la volontà e l’azione seguissero retto sentiero. Il libero arbitrio dell’uomo, pertanto, si fondeva misteriosamente con l’intervento salvifico di Dio nel corso dell’esistenza umana.

Accogliendo la tesi di Agostino, v’è però da chiedersi come sarebbe mai ipotizzabile che solo taluni fossero, per Grazia, predestinati alla salvezza, laddove altri (forse i più, non ricolmati da questo inestimabile dono) sarebbero figli della perdizione? Ed in base a quale arbitrario parametro Dio sceglierebbe la salvezza per taluno, la dannazione per altri? Quale sarebbe il criterio di tale predestinazione?

Deve invece ritenersi che il dono della Grazia, a sostegno della volontà e dell’azione dell’uomo, sia offerto a tutti indistintamente. Se così non fosse si produrrebbe un grave vulnus alla iustitia Dei.

La illuminazione della Grazia, che consente la metànoia (il cambiamento di mente) diviene allora elemento necessario affinché l’uomo, peccatore per la sua stessa natura e condizione, scelga liberamente di risalire la china, di percorrere l’erto sentiero che lo riconduce alla Casa del Padre.

Senza il costante ausilio della Grazia il percorso di acquisizione della Coscienza sarebbe eccessivamente gravoso e difficile, ove non impossibile, per la creatura umana; da un lato attratta dal forte richiamo verso la miseria che forma ed energia-materia hanno per essa; dall’altro richiamata verso l’Alto dall’intrinseca Natura pur sempre Divina che vive in sé. Il conflitto è dilacerante e non pochi scelgono liberamente di assecondare gli umani richiami per invischiarsi in una mota di cupi egoismi, sordide cupidigie, orribili nefandezze. Altri, poi, nel dubbio, e nel timore di oscuri castighi avvenire, s’inchinano alla Legge di Dio, rispettandola – sì – ma non comprendendola; siffattamente, in effetti, mai scegliendo fra Bene e Male, né tampoco acquisendo Coscienza alcuna di conoscenza, ma soltanto eseguendo pedantemente6)6. Se io sono nella possibilità di esercitare il mio libero arbitrio e vorrò eseguire e quindi eseguirò pedissequamente le disposizioni della Legge di Dio sarò un mero esecutore di essa, ma non ne avrò compreso il senso né la necessità. Come potrò scegliere il bene – e dunque compiere ciò che è giusto – se non ho acquisito la coscienza di conoscenza che mi permette di fare tale distinzione? Se – avendolo appreso dal Padre – seguo pedissequamente la Legge privo di tale coscienza, non avrò scelto in realtà, ma solo eseguito. Occorre infatti che io comprenda compiutamente il senso della Legge fino a condividerla per intimo convincimento. Ma come farò? Ecco allora intervenire ancora la Grazia che mi “dona” la coscienza e dunque mi illumina. Tale opera è compiuta dallo Spirito Santo che completa e chiude il ciclo.. Altri ancòra, paghi del poco che il breve viaggio nella corporeità ha dato loro, rinchiudono ogni porta del cuore che dia verso l’esterno, cercando di vivere al meglio per sé il tempo concesso. Altri, infine, scelgono di confarsi alla voce morale che alberga nel loro animo, tentando di assecondare e fare il Bene, e cercando Dio nel cuore dei Fratelli che camminano nella solitudine e nella sofferenza.

Ebbene, su tutti la Grazia interviene, generosa ed eguale per tutti, dispensatrice di Luce e Coscienza per tutti. Ed Essa ristà nel profondo dell’animo umano, come Luce Divina che impronta di Sé l’Uomo quale creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Sì, perché la Grazia di Dio è lì, donata ad ogni bimbo che nasce con il suo primo apparire sulla scena del mondo; donata nella possibilità che egli avrà di fare il Bene; donata nella volontà che egli eserciterà di fare il Bene; donata nelle azioni che egli porrà in essere per fare il Bene. La Grazia è lì, soltanto da ascoltare, da cogliere, da assecondare; è lì, pronta a fugare i dubbi nei giorni dell’incertezza; è lì, pronta ad alleviare la pena nei momenti della tristezza; è lì, pronta a lenire la sofferenza nell’ora del dolore; è lì, pronta ad accompagnarci nella partenza per l’altra sponda. Ma, soprattutto, è lì, nel profondo del nostro cuore, ad illuminarci di nuova Coscienza ogniqualvolta guardiamo all’altro con occhi nuovi e stupefatti per avere intravisto in lui il Fratello ed il Cristo che geme sulla Croce. Ecco la Grazia: illuminazione della Coscienza che dà nuova Coscienza, e che consente la “Metànoia” (il cambiamento della mente), dono necessario ed a tutti offerto indistintamente. Così, alla peccatrice di Magdala vennero rimessi i molti peccati perché molto aveva amato; ed avendo molto amato riconobbe in sé molti peccati. Invero, a nulla sarebbe valso il suo chiedere perdono se non avesse assecondato la Grazia, da Dio concessa, di poter prendere quella piena consapevolezza, e cioè Coscienza, dei molti peccati, Coscienza che le permise di riconoscersi in grave torto nei riguardi della Legge dell’Amore.

La Grazia rende consapevoli, ed in Sé e per Sé conforta e perdona, ma va accolta con lo stesso cuore aperto di coloro che, peccatori, incontravano Gesù. Egli non diceva loro di pentirsi e fare penitenza, né li minacciava con paure per castighi ultramondani, ma li invitava ad accogliere la Sua Parola e fare festa con Lui perché una pecora smarrita era stata ritrovata; non intimava loro di fare esercizi spiritüali per purificarsi, ma chiedeva di sentire quanto grande fosse l’Amore che Egli provava per loro. Non è, dunque, la Grazia, imposizione o tocco miracoloso che ricompone l’ordine nel caos, ma richiesta continua d’ascolto che Dio rivolge agli uomini, a ciascun uomo, cui dice: “Senti quanto è grande il mio Amore per Te? Ascolta, dunque, la mia voce di Pastore che ti cerca senza posa, ed Amami come io ti amo!”. Se, allora, avrò saputo ascoltare la Sua voce, avrò preso nuova Coscienza, la vera Coscienza, della mia e della Sua Natura, che è poi unica Coscienza nell’ Unico Tutto Io sono.

Se, invece, non avrò saputo ascoltare, sarò come il moscone che cerca di riguadagnare lo stato di libertà continuando a sbattere contro il vetro della finestra chiusa che gli impedisce la fuga e ripetendo insistentemente lo stesso percorso (privo di esperienza-coscienza) nell’immodificabile convincimento che colà, da dove giunge la luce, si ritrovi l’uscita per l’esterno; e l’insetto continuerà a battere fino a cadere a terra, in un misero suicidio consequente al tentativo di raggiungere in modo insipiente la propria libertà. Anche l’Uomo può cadere in analoga situazione: l’erroneo cammino intrapreso sarà così per lui scaturigine di “Dolore”, quale segnale di pericolo per la sua vita spirituale; ma egli, illuminato dalla Grazia che bussa sempre al suo cuore attraverso la voce della Coscienza, potrà, se vorrà, se comprenderà, correggere la rotta per dirigersi verso più alte mete.

Sebbene appaia come un fluire costante di energie salvifiche che dal Padre giungono a noi acché si renda possibile il ritorno, La Grazia, dunque, nulla impone, nulla toglie al libero arbitrio dell’uomo, che comunque potrà, se vorrà, scegliere pur sempre di volere o non volere.

Se vorrà, udito il Padre, ogni uomo potrà sentir crescere in sé la “Volontà” di operare nel Bene, consapevole di poter realizzare l’Actio in Amore. E qui ancòra opera la Grazia, la quale aggiunge un Quid Pluris Divino alla facoltà del libero arbitrio.

Se non vorrà e rifiuterà di ascoltare deliberatamente la voce di Dio ed il Suo richiamo, impegnandosi con ostinazione a combattere quel Quid Pluris di forza che pur a lui la Grazia conferisce, quell’infelice non sentirà crescere la “Volontà” di operare nel Bene, ma si volgerà con propria determinazione verso il Male, attuando così un percorso inverso nella coscienza. 7)7. “Ma Dio, ricco di Misericordia, per il grande Amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per Grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche resuscitati e ci ha fatto sedere nei Cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua Grazia mediante la sua Bontà verso di noi in Cristo Gesù” (Saulo di Tarso: Lettera agli Efesini, 2, 4-7).

Non possono, ad ogni buon conto, chiudersi le riflessioni sulla Grazia, ove non ci si soffermi anche sul valore che Essa assume quale estrema possibilità di salvezza anche per coloro che – ormai del tutto confusi con la corporeità ed il mondo di forma ed energia-materia – si sono pressoché spenti alla vita spirituale e rischiano di annichilirsi annegando per sempre nel caos del Non-Sé.

E’ pertanto necessario soffermarsi sul significato del “Dolore”, sia umano che Divino, e sulla valenza della Croce del Cristo.

Il dolore umano assume, guardandolo nella prospettiva vita-morte-rinascita, aspetto e significato diversi da quelli che l’apprezzamento comune gli conferisce; e, non a caso, esso è strettamente fuso con l’Amore, di Cui costituisce aspetto speculare. Ed il mio dolore, umanissimo dolore, è, in tale ottica, anche il dolore di Dio che, in quanto Tutto, non potrebbe rimanerne estraneo. Dal che, può farsi di ogni uomo l’invocazione: “DOLOR MEUS DOLOR MUNDI; DOLOR MUNDI DOLOR DEI; DOLOR DEI SPES MEA; SPES MEA PAX MEA”. Sicché, la speranza dell’Uomo di non essere abbandonato trova concretezza nella Croce e nel Cristo, ossia in Dio che entra nella Storia: e qui nuovamente ricompare la Grazia quale medicina del Padre per il dolore umano, che è dolore del Mondo e, quindi, Suo.

Amore e Dolore. Questo il mistero del loro intrecciarsi: Cristo che per dono d’Amore sceglie la Croce e così permette a me, proprio a me, creatura umana, attraverso la Grazia, d’identificarmi con Lui Che si è fatto “Uomo del Dolore” e può comprendere il mio dolore vivendolo direttamente mediante la Sua Compassione. Ma, al contempo, Gesù mi permette di comprenderLo, e quindi di accoglierLo come Dio; dal che, la possibilità di scelta, finalmente consapevole, che avrò di lasciare che Egli mi accolga e mi indichi la via per intraprendere il giusto percorso che mi riconduca al Padre. Non solo: chi accoglie il Cristo, ottenendo di potersi identificare con Lui, può contribuire all’opera di recupero di coloro che più si dibattono nelle tenebre; ed in tale chiave di lettura va interpretato il “Regno Millenario” descritto nell’“Apocalisse” di Giovanni: Spiriti, ormai salvi, potranno incarnarsi soltanto per amore dei Fratelli rimasti indietro, così da poterli aiutare ad abbandonare la regione dell’ombra per approdare finalmente nei lidi della Luce.

Purtuttavia una desolata legione di uomini rifiuta deliberatamente di ascoltare la Vox Dei ed il Suo amorevole richiamo, impegnandosi con ostinazione a combattere quel Quid Pluris di forza che pure a loro la Grazia conferisce: quegli infelici non sentiranno, così, crescere in loro la volontà di operare nel Bene, ma si volgeranno con proprio libero atto di volizione verso il Male, realizzando in tal modo un percorso inverso nella Coscienza. E come colui che, una volta udente, è divenuto nel tempo sempre più sordo, dapprima conservando solo il ricordo vago e pur dolce del tempo in cui percezione aveva dei suoni per giungere infine alla sordità totale, parimente l’individuo che, usando del proprio libero arbitrio, scelga di non ascoltare la Voce di Dio, l’udrà sempre più fievolmente e procederà pervicacemente lungo l’insidioso sentiero del Male fino all’inevitabile fine di se stesso. Ma, ancòra, Iddio, che S’offre a tutti, ma ad alcuno mai s’impone, porgerà a costoro il dono della Grazia. E costoro, fruendo della propria Libertà, potranno rifiutare e rifiutare, e nuovamente rifiutare il dono; ed al pari del sordo ormai insensibile al suono, alla fine costoro, resisi torpidi nella Coscienza, non riusciranno più a udire la Voce che amorosamente li chiama, sprofondando in tal guisa nel nulla del non essere mai più: è la temibile “Morte Secunda” che li farà giungere alfine al porto estremo dell’“Isola dei Morti”8)8. Il famoso dipinto “Toteninsel” (“Isola dei morti”) che lo svizzero Arnold Böcklin (1827 – 1901) dipinse e che oggi, dopo essere passato, per ironia del destino, dalla cancelleria di Adolf Hitler alle truppe sovietiche che lo portarono in Russia, è esposto nell’Alte Nationalgalerie di Berlino. , il tranquillo inferno della speranza dove tutto cessa ed ogni cosa ha termine per sempre! Ma ancora, instancabilmente, la Grazia di Dio giunge anche in quel remoto angolo dell’Essere, ad estremo recupero di chi è già morto nello spirito, attraverso l’intervento del Redentore che, dalla Propria Croce insanguinata, invoca il Perdono del Padre per la pecorella perduta. Ed è questa la più grande, ed estrema, valenza della Grazia: il Figlio Si carica dei peccati del mondo ed attraverso il Proprio “Misericordioso Dolore”, umano, umanissimo Dolore, pone nelle Mani di Dio il pagamento per il debito contratto dall’Umanità con la Iustitia Dei (l’“Omnia in Pondere et Mensura”), offrendoGli a ciò il Proprio Sangue e chiedendoGli, con invocazione implorante ma fermissima (“Padre Perdonali! Perdonali, perché non sapevano quello che facevano!”), di accogliere, per il “Principio di Giustificazione”, coloro che caddero nel Male. Per il tramite del Sangue della Croce, costoro possono (pur sempre liberi di rifiutare) ricevere il Perdono da Dio Padre che ancora per Sua Grazia offre loro dono di Vita e di autocoscienza.

Il peccatore redento potrà “scegliere”, finalmente consapevole, di lasciare che Cristo lo accolga e lo accompagni lungo il percorso di salvezza.

 

 

Fig. n.1    L’isola dei morti
Fig. n.1 L’isola dei morti

 

L’incontro con il Cristo avviene, come un lavacro purificatore9)9. Il vizio terreno, tra i quali il peggiore è il non aver sufficientemente amato , deturpa l’anima! Incide sull’anima come spada incandescente su cera, ma la luce divina incide maggiormente fluidificando la cera e così cancellando le piaghe per riplasmare a nuova vita., attraverso l’immersione nel Suo Sangue. Ed è immersione dolorosa in pena inenarrabile e profonda, che però dà Luce di Conoscenza e Consapevolezza di tutto il Male fatto: ancora ed ancora il dono munifico della Coscienza che, per Gratia Dei, lo Spirito Santo conferisce, con Essa donando la possibilità e la capacità di avviarsi verso la Nube10)10. Anche la Nube – dimensione dell’accoglienza divina – attiene alla Grazia di Dio che, sotto forma di Spirito Santo, dà, in quella stazione di riposo, ma anche di riflessione, spazio alla coscienza per arricchirsi. La Nube è accoglienza di Dio che non lascia passare coloro che muoiono nell’ordinario verso l’Isola senza che in un porto ci si sia fermati per riposare, attendere, capire. (l’Ade). Qui si riapre per il redento il Ciclo Divino dell’Alfa e l’Omega, in un nuovo percorso di espiazione e di dolore lungo la via del Ritorno al Regno.

In conclusione, si può affermare che soltanto ascoltando il Padre, che a noi parla attraverso la voce della coscienza, saremo in grado di seguire la strada indicataci da Cristo.

Come dovrebbe dunque agire ogni giorno la Grazia per la presenza di Dio, pur attraverso la mediazione del Logos? Essa opera solo se Le consentiamo di agire, solo se porgiamo orecchio alla voce della coscienza, e ciò può attuarsi amando molto, come ci suggerisce il passo evangelico della peccatrice di Magdala. Se si ama molto (e si segue quindi la Parola di Cristo) si ode sempre più chiaramente la voce del Padre e si consente alla Grazia di operare in noi.

Dio è perenne Misericordia. Nonostante le scelte operate dall’uomo, che lo conducono incessantemente verso l’ombra, Dio continua a replicare la Realtà (trinitizzandosi), creando in un continuum eterno che trova la sua ragion d’essere esclusiva nell’Amore, cioè… nella Misericordia!

Ed ancora Misericordia v’è nel “dono” del Cristo.

Nell’opera – per così dire – di recupero di coloro che rimangono imprigionati nell’ombra del non-Sé, non si spinge il Padre, bensì il Figlio Stesso, cioè quella Parte che, trinitizzata nell’autofolgorazione, fu lasciata “libera” 11)11. Da una Comunicazione dell’agosto 1990: “Perché cercare? E cosa cercare? Tutto e tutto. Dio è tutto. Non v’è distinzione tra micro e macro. Soltanto occhi avvezzi al piccolo ed al grande. Mutare gli occhi è prima necessità. Voi vivete e morite sovente con gli stessi occhi. Ma se guardate ad una curva e ragionate su di essa, mano a mano questa aumenterà la propria direzione in un senso od in un altro. Mai riuscirete a calcolarne gli incrementi senza quel salto logico dalla teoria lineare a quella infinitesimale. Essa, mirabile scoperta della mente umana, proviene da Dio. Così ragionarono coloro che vollero sondare gli abissi della conoscenza. Una curva può essere identificata su piano cartesiano da infinitesimi piccoli punti la cui possibilità di misurazione è realizzabile. Con opportuni calcoli si può integrare la serie di misurazioni fino a completare la misura di quella curva. Così è nella conoscenza del vero. L’ottica del pensare va mutata. La sequenza logica vostra è lineare per incrementi lineari: manca di integrazione, non vedendo le derivate dei punti che compongono l’obliquo e pure armonico pensiero del vero.

Dunque come pensò Iddio l’universo?

Egli non poteva, poiché non voleva, contraddicendo la propria natura, pensare Se Stesso immobile per infinito eterno prima di creare, né poteva, poiché non voleva contraddicendosi, pensare di creare e terminare di creare per altrettanta eterna immobile infinità.

Così, dunque, Egli creò folgorando Sé Stesso da sempre, come creerà sempre.

E’ visione lineare ipotizzare inizio e fine. Carcerare Dio in un “e” (matematico) è tipico del ragionamento lineare.

Ma Dio non diede creazione a ciò che è differente da Sé; né diede creazione a ciò che già era.

Nel primo caso avrebbe creato ciò che non può essere in quanto nulla vi è al di fuori di Esso né è pensabile in non-essere. Nell’altro caso avrebbe creato per sezionarsi o per degradarsi: assurdo il primo poiché Egli perfezione assoluta; assurdo il secondo poiché non degradabile, pur potendo, ciò che è perfetto, in quanto negazione della perfezione stessa. Ed allora?

Da sempre, malo avverbio per definire ciò che con pensiero lineare pensate il “sempre”, Egli crea per atto d’Amore. Ma cosa vuol dire? Egli, Uno Assoluto, può folgorare da sempre Sé, Trinitizzandosi in unico Trino Eterno Solo. Difficile a comprendersi senza infinitesimo esame dell’infinito particolare che converge integrandosi nell’Eterno Unico assoluto. Egli così genera da Sé Se Stesso che, compreso in Sé per atto d’amore, definisce libero nel Pensiero Creativo, offrendo possibilità di scostarsi da Sé per filiazione e parte assolutamente integrante

Assurdo definire il Sé senza il sé extrapolatum. Eppure così è. Ma la libertà di crearsi spazio nella trina sede di Colui che è risulta sforzo acciocché essendo Egli diviene per Lui  (riteniamo debba intendersi per mezzo di Lui) sé pensante e distante quanto Egli consente Egli vuole ed impera a sé. Ciò in eterno. In quanto non v’è logica lineare a piccoli passi su di una funzione costante; ma integrazione infinitesimale su grande insieme universale.

. Dunque il Figlio è libero di allontanarsi dalla Fonte, ma Esso Stesso si sacrifica nella parte più elevata, rappresentata dal Cristo, per ottenere la Grazia da parte del Padre acché ripristini la vita della coscienza in chi volle perderla. Ciò è reso possibile dall’invocato principio di giustificazione che porta al perdono.

 

In conclusione e sintesi:

Tutto ha inizio dalla Misericordia, tutto ha termine nella Misericordia”.

Inizio e termine sembrerebbero richiamarsi alla dimensione temporale, ma così non è.

L’inizio fa riferimento non al tempo cronologico, ma al tempo della coscienza e, con essa, del libero arbitrio, l’una e l’altro espressione della munificenza divina. Dunque dono di libertà accomunato a quello della coscienza di Sé. Ma la coscienza di Sé altro non è che l’Io Sono nella porzione che Dio ha elargito all’uomo, cosicché Essa è trattenuta dal sé nella parte di ombra: qui il sacrificio di Dio per la Sua creatura. Segue un’attività che è connubio tra dono del libero arbitrio e “perdono” degli strappi prodotti dall’uomo all’armonia del Tutto; Perdono che trova il suo culmine nella Grazia: l’estremo recupero dell’individuo dall’isola per il tramite del principio di giustificazione del Cristo in croce (quell’uomo non poteva sapere e va giustificato, va perdonato).

Posto infine che Dio (V.si com.ne del /08/1990) crea sempre e da sempre, per atto d’amore – ossia di misericordia – si deve concludere che ogni “momento” creativo è un tutto armonico, impossibile da percepire per l’uomo che è immerso nel “divenire”; divenire che comunque è in Dio il Quale, in quanto Tutto, non potrebbe non contenerlo. Dio genera perennemente (trinitizzandosi in Pad. Fig. e Sp.S.) Se Stesso Cui dona, per atto di filiazione, libertà di discostarSi pur rimanendo porzione integrante del Tutto. L’universo è una realtà che scorre grazie al continuo susseguirsi, istante dopo istante, dei cicli Padre, Figlio, Spirito Santo e cioè: Idea Creatrice, Forma che vive ed evolve, Forma che muore e prende coscienza.

Dunque per l’uomo (che rimane inconsapevole) ogni atto creativo è un inizio ma anche – nella reiterazione infinita – un continuum: tale inizio o – per meglio dire – tale sequenza infinita di inizi rappresenta il prodotto della Misericordia poiché Dio reitera ciò nonostante il male e benché l’uomo si volga verso l’ombra. Ma ad ogni atto creativo segue un atto conclusivo che è dello Spirito Santo. Anche quest’ultimo “momento” è dono di misericordia, poiché ogni ciclo che si chiude comporta incremento della coscienza da parte del sé, costituendo mezzo di avvicinamento del sé al Sé.

E l’ultima ora è sempre, per ciascun uomo, ricolma della Tua Misericordia”.

Al momento finale, il momento del transito, l’uomo (perduto ormai ogni aggancio all’ordinario e dunque attraverso il corpo sottile) non sarà “isolato” come in vita, ma sarà “solo” (Dio è Solo ma non Isolato); ecco perché quell’ora è ricolma della Sua Misericordia: …nel momento del passaggio tutti gli eventi vissuti passano, come in un lampo senza tempo, suonando un’unica nostalgica sinfonia; essa è abbracciata da Dio che la prende paternamente a Sé…; in quell’attimo estremo di Misericordia si è “soli”… con Lui !   L’abbraccio conferirà consapevolezza e coscienza poiché la morte è “di competenza” dello Spirito Santo che chiude il ciclo: il Padre concepisce e crea, il Figlio vive e sperimenta la forma, lo Spirito Santo chiude l’esperienza con la morte fisica e la trasforma in coscienza, cioè in vita spirituale!

Ed ecco allora che in quell’estremo attimo, separato dal fluire degli eventi umani, taluno vedrà la grande luce, tal altro l’Angelo. Poi, pienamente consapevoli del male e del bene compiuto in vita, ci sottoporremo all’autogiudizio il cui termine di misura sarà perfetto, giusto ed inflessibile, poiché sarà il medesimo che noi abbiamo usato in vita con i nostri fratelli!

Così ci fu infatti preannunziato :

Nell’ultimo momento della vita Michele Arcangelo, Capo delle Milizie di Dio, manda a voi il suo messo, l’Angelo della Morte. Ed egli non è come l’iconografia vostra lo rappresenta. Egli è bellissimo angelo, i tratti disegnati di grigio scuro, le ali nere, un drappo col cucullare in capo che ne copre il sembiante. Quando scende verso voi lentamente dall’alto si pone innanzi a voi giganteggiando con altissima figura ed ha sulla mano destra falce lucente e sulla sinistra una bilancia. Dinanzi a lui vedrete allora emergere da voi il vostro Sé grande, il quale si porrà con Egli a dire: cosa vuoi? Voi dal vostro piccolo, nel momento in cui il Sé ha deciso di staccare l’ordinario, chiederete: voglio questo, vorrei questo, io chiedo questo. E sarà il vostro Sé grande, giudice severo, inflessibile di voi stessi a porre sulla bilancia dell’Angelo della Morte, che guarderà con occhi di ghiaccio verso di voi, belli ma tristi, malinconici, perché portato al compito di vibrare il colpo della falce contro l’ordinario. Su quella bilancia verranno posti i vostri sì, i vostri no, il vostro aver agito o non agito in amore. Ma Voi giudicherete voi. Posto che sia stato il dialogo compiuto, vedrete una lacrima scorrere lungo il viso dell’Angelo della Morte, il quale, angelo d’amore come tutti gli altri, vorrebbe ancor lasciare tempo all’ordinario per riparare ai torti. Ma il vostro Sé prenderà la mano dell’angelo che tiene falce e l’angelo infine darà l’ultimo strappo all’ordinario. Da qui il percorso verso la Nube12)12. L’Ade.. E se la goccia che lacrima dall’Angelo della Morte cade, essa è goccia che dalla brocca scende ancora giù. 13)13. La Brocca: il Seno di Dio, in senso figurato.

Il giudizio del nostro Grande Sé non va inteso quale passaggio punitivo, poiché ancora in quell’attimo estremo v’è dono di coscienza, dono di consapevolezza, acché noi si possa comprendere la valenza negativa del nostro non aver agito in amore 14)14. Non è poi così difficile fare la cosa giusta, è difficile sapere quale sia la cosa giusta da fare; è su tale difficoltà  che poggia il principio di giustificazione del Cristo innanzi a Dio a favore del genere umano.. Ecco perché possiamo affermare con forza che anche “l’ultima ora è sempre, per ciascun uomo, ricolma della Sua Misericordia”. Perché ancora, come sempre, la Grazia di Dio ci consente di ritentare e di scegliere il volere ed il non volere, liberi, così come Egli ci concepì, così come Egli ci volle. Liberi perfino di non percepire il Suo pianto silente per il non averci accanto!

Dunque, la consapevolezza donatami per Grazia dallo Spirito Santo mi dà ancora l’opportunità di nascere a nuova vita: son libero di accoglierla o meno, ma l’accettarla implica anche espiazione: questa  non è castigo, bensì scelta libera del “rinato” che, ormai consapevole, perseguirà progetti incarnazionisti idonei a ricucire – sia pur in parte e per ciò che potrà – lo strappo prodotto.

Se proviamo, allora, ad ampliare la nostra visuale comprendiamo che la Grazia opera secondo parametri globali… nessuno è escluso da Essa, mai, poiché salvo ha da rimanere il principio della Iustitia Dei.

Tutto questo ci riporta al concetto di “Riconciliazione” dell’uomo con Dio e dunque del Mondo con Dio. Qual è il segno della raggiunta presa di coscienza? L’avvertire Pace! Essa è sigillum di nuova acquisizione del Vero: è il momento in cui il cuore non è più “inquietum”.15)15.  “Cor meum inquietum est donec in Te requiescat, Domine” – Sant’Agostino.

Sin qui la Grazia che Dio Padre ci offre attraverso lo Spirito Santo. Tuttavia il dono non si esaurisce in ciò. Altra ancora è la Grazia che ci giunge attraverso un altissimo Spirito che è stato da Dio incaricato di operare in tal senso nei confronti dell’uomo: la Donna/Madre!

Il mondo si salverà attraverso la Donna rappacificatrice!”. Così ci fu annunziato nel corso di una comunicazione di tempo ormai a noi tanto lontano. Ella è “piena di Grazia” poiché così volle Iddio che fosse, ed è “plena” poiché elevatissimo è lo Spirito da Dio ricolmato. Ma la Legge dell’Amore divino è tale per cui chi trabocca di ricchezza dona, dona sempre ciò che possiede, e Maria che tanto ha della Grazia di Dio, tanto dona di Grazia all’uomo che si dibatte nel dubbio della ragione e soffre nel carcere della materia.

Profezie, apparizioni inspiegabili, miracoli, carismi sono doni in sovrappiù che da Lei vengono profusi acché la Fede dell’uomo si manifesti o si corrobori e non avvenga che egli abbandoni la via che porta alla Luce, affinché si ricomponga in Unità la “Famiglia” umana (la generazione) dispersa per le strade oscure della materia e del peccato che la uccide!

Alla luce di tutto ciò dovremo pervenire alla conclusione che tutti noi siamo già potenzialmente salvati, poiché tutti siamo destinatari della Misericordia salvifica che sempre ci accompagnò, ci accompagna ed accompagnerà, Misericordia che nella Grazia Divina trova il suo culmine: il perenne dono grazioso di Coscienza che attraverso lo Spirito Santo si realizza e ci permette di conoscere e di comprendere il Vero, aiutandoci ad abbandonare le false immagini che gli specchi ingannevoli della realtà materiale ci rimandano. Sta però a noi comprendere e quindi scegliere: permanere nella plaga oscura del dolore e del pianto finché, vinti dall’Amore del Vero, cercheremo faticosamente la via erta del ritorno, o, di contro, affrettarci a rompere le catene e i lacci che ci serrano e ci tengono separati dalla Realtà di quel Paradiso ove ad attendere è l’abbraccio del Padre?

Così, sulle ali del vento, con note flautate, giunse dalla Regione dell’invisibile questa melodia:

Or i’ vi canto de la Luce che spenger mai si puote.

 I’ non la tegno accosta ma vers’Ella ognor procedo.

 A voi, fratelli nella terra carca di dolore e pianto,

dico di mai obliare in cuor l’Amor che mai abbandona.

A vostro conforto e salvamento sappiate che la Morte vi sorveglia.

Essa dolor però non porta ch’ a l’umano, misero sembiante.

Nullo timor, fratelli, abbiate d’essa, poiché del Padre Altissimo

l’abbraccio, poi, v’attende eterno.

E pure, ‘n tenebra o nel pianto, lo mio poeta errò nel dire :

 “…non isperate mai veder lo Cielo!”.

Tutto vedrà domani, al fin, la Luce.

Non disperdete, però, le mie parole

ne la mota de li peccati immondi,

poiché immenso, ed arduo, e forte, ed aspro,

sarebbe come ‘l mio, lo vostro camminar verso salvezza.16)16. L’entità che dettò lo scritto si presentò a noi come Farinata degli Uberti, personaggio citato da Dante nell’Inferno.

Note

Note
1 1. Deve qui intendersi“Tempo che scorre della Coscienza”; con tale definizione non ci si deve riferire – ad esempio – alle lancette d’un orologio che percorrano un certo spazio del quadrante per indicare alla percezione umana del tempo che sia trascorso un dato periodo cronologico, bensì alla stessa percezione umana del tempo come intimo convincimento dell’“Io Sono” che, umanamente, ritiene di ritrovarsi nell’attüale presente dopo avere vissuto nell’immediato precedente passato e prima di stare per entrare nell’immediato futuro prossimo. Sul versante più segnatamente spirituale, però, sarebbe più corretto riferirsi, con il parlare di “Tempo che scorre della Coscienza”, all’evoluzione (od involuzione) dinamica della Coscienza intesa quale iter che dal non sapere conduce al sapere (o viceversa), e che dal solo sapere conduce alla consapevolezza di sapere (o viceversa).
2 2. Secondo Aristotele, la “Misericordia Clemente” (“Epikeia”) è proprio il giusto correttivo della Legge, che mai è perfetta.
3 3. Ricordiamo la parabola del debitore spietato (Matteo, 18, 23) nella quale il re scopre un servo debitore di diecimila talenti, ma recede, per le sue suppliche, dall’originario proposito di venderlo con la moglie, con i figli e con ogni suo avere, affinché saldi il suo debito. Appena uscito, quel servo ne incontra un altro che gli deve a sua volta cento denari. Lo afferra e lo scuote, pretendendo il pagamento del dovuto. Il debitore spietato non vuole esaudire le suppliche del suo compagno e lo fa gettare in carcere, fino a che non abbia saldato il debito. Venutolo a sapere, il re lo fa richiamare e gli dice: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse avere anche tu pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, lo consegna agli aguzzini, fino a quando non abbia restituito tutto il dovuto. Conclude Gesù: “Proprio così il Padre mio celeste tratterà voi, qualora non rimettiate di tutto cuore ciascuno al proprio fratello”. Nell’ottica della giustizia umana il comportamento del debitore spietato è ineccepibile: dal condono del suo debito non deriva affatto alcun obbligo, per lui, di condonare a sua volta. A condannarlo è, invece, la clemente misericordia che gli è stata usata e che egli non è stato capace di interiorizzare e di far propria.
4 4.  In estrema sintesi, può dirsi che è Bene ciò che avvicina a Dio, ed è Male ciò che Ne allontana; e, nell’àmbito dell’umano vivere quotidiano, può affermarsi, per analogia, che è Bene ciò che migliora la Vita Spirituale propria e dei Fratelli, ed è Male ciò che la peggiora. E Dio, che è “Bene Assoluto”, non è Tale perché sceglie tra il Bene ed il Male, ma perché – si potrebbe anche dire – “Naturalmente” sceglie sempre il Bene; e cioè, la “Parte d’Amore” di Sé che guarda con Misericordia verso la parte opposta di Sé (vivendo in Dio, Unico e Tutto, entrambe le Parti).
5 5. Sant’ Agostino e Pelagio si combatterono, sul piano intellettüale, nei seguenti termini: da un canto, il britanno sosteneva che soltanto il potere (e cioè, la possibilità che si ha di volere operare per il Bene e poi di fare il Bene) fosse dato all’Uomo attraverso la Grazia di Dio quale Suo Dono – per l’appunto – “Gratuito”, mentre egli affermava che il “volere” ed il “fare” giungessero all’Uomo dal mero suo Libero Arbitrio pur se supportati dalla Grazia Divina attraverso la Legge e la Dottrina date da Dio, ma solo nei casi in cui l’Uomo si fosse reso meritevole di aiuto per avere reiteratamente tentato di vincere la propria “mala” natura (e, peraltro, Pelagio si chiedeva, retoricamente, come avrebbe potuto esser fatto salvo il Libero Arbitrio, e dunque il merito dell’Uomo, se la Grazia fosse stata così intrusiva da permettere di rinvenire in Essa stessa l’origine d’ogni cosa buona fatta dall’Uomo); dall’altro, l’ipponate sosteneva, invece, che tutti e tre gli elementi in discorso dovessero essere supportati dalla Grazia Divina, senza la Quale l’Uomo sarebbe stato in balìa della propria “mala” natura e non avrebbe avuto possibilità, né volontà, né tampoco capacità d’azione, di agire nel Bene (e, peraltro, Agostino si chiedeva, retoricamente, come fosse possibile – ove nel giusto la tesi di Pelagio – che i fattori puramente umani avessero tanta forza da potere fare operare nel Bene pur senza la Grazia, mentre la possibilità di fare il Bene, che ci proviene da Dio con la creazione, avesse tanta debolezza da non potere esprimere la propria potenzialità senza il supporto costante della Grazia).
6 6. Se io sono nella possibilità di esercitare il mio libero arbitrio e vorrò eseguire e quindi eseguirò pedissequamente le disposizioni della Legge di Dio sarò un mero esecutore di essa, ma non ne avrò compreso il senso né la necessità. Come potrò scegliere il bene – e dunque compiere ciò che è giusto – se non ho acquisito la coscienza di conoscenza che mi permette di fare tale distinzione? Se – avendolo appreso dal Padre – seguo pedissequamente la Legge privo di tale coscienza, non avrò scelto in realtà, ma solo eseguito. Occorre infatti che io comprenda compiutamente il senso della Legge fino a condividerla per intimo convincimento. Ma come farò? Ecco allora intervenire ancora la Grazia che mi “dona” la coscienza e dunque mi illumina. Tale opera è compiuta dallo Spirito Santo che completa e chiude il ciclo.
7 7. “Ma Dio, ricco di Misericordia, per il grande Amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per Grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche resuscitati e ci ha fatto sedere nei Cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua Grazia mediante la sua Bontà verso di noi in Cristo Gesù” (Saulo di Tarso: Lettera agli Efesini, 2, 4-7).
8 8. Il famoso dipinto “Toteninsel” (“Isola dei morti”) che lo svizzero Arnold Böcklin (1827 – 1901) dipinse e che oggi, dopo essere passato, per ironia del destino, dalla cancelleria di Adolf Hitler alle truppe sovietiche che lo portarono in Russia, è esposto nell’Alte Nationalgalerie di Berlino. 
9 9. Il vizio terreno, tra i quali il peggiore è il non aver sufficientemente amato , deturpa l’anima! Incide sull’anima come spada incandescente su cera, ma la luce divina incide maggiormente fluidificando la cera e così cancellando le piaghe per riplasmare a nuova vita.
10 10. Anche la Nube – dimensione dell’accoglienza divina – attiene alla Grazia di Dio che, sotto forma di Spirito Santo, dà, in quella stazione di riposo, ma anche di riflessione, spazio alla coscienza per arricchirsi. La Nube è accoglienza di Dio che non lascia passare coloro che muoiono nell’ordinario verso l’Isola senza che in un porto ci si sia fermati per riposare, attendere, capire.
11 11. Da una Comunicazione dell’agosto 1990: “Perché cercare? E cosa cercare? Tutto e tutto. Dio è tutto. Non v’è distinzione tra micro e macro. Soltanto occhi avvezzi al piccolo ed al grande. Mutare gli occhi è prima necessità. Voi vivete e morite sovente con gli stessi occhi. Ma se guardate ad una curva e ragionate su di essa, mano a mano questa aumenterà la propria direzione in un senso od in un altro. Mai riuscirete a calcolarne gli incrementi senza quel salto logico dalla teoria lineare a quella infinitesimale. Essa, mirabile scoperta della mente umana, proviene da Dio. Così ragionarono coloro che vollero sondare gli abissi della conoscenza. Una curva può essere identificata su piano cartesiano da infinitesimi piccoli punti la cui possibilità di misurazione è realizzabile. Con opportuni calcoli si può integrare la serie di misurazioni fino a completare la misura di quella curva. Così è nella conoscenza del vero. L’ottica del pensare va mutata. La sequenza logica vostra è lineare per incrementi lineari: manca di integrazione, non vedendo le derivate dei punti che compongono l’obliquo e pure armonico pensiero del vero.

Dunque come pensò Iddio l’universo?

Egli non poteva, poiché non voleva, contraddicendo la propria natura, pensare Se Stesso immobile per infinito eterno prima di creare, né poteva, poiché non voleva contraddicendosi, pensare di creare e terminare di creare per altrettanta eterna immobile infinità.

Così, dunque, Egli creò folgorando Sé Stesso da sempre, come creerà sempre.

E’ visione lineare ipotizzare inizio e fine. Carcerare Dio in un “e” (matematico) è tipico del ragionamento lineare.

Ma Dio non diede creazione a ciò che è differente da Sé; né diede creazione a ciò che già era.

Nel primo caso avrebbe creato ciò che non può essere in quanto nulla vi è al di fuori di Esso né è pensabile in non-essere. Nell’altro caso avrebbe creato per sezionarsi o per degradarsi: assurdo il primo poiché Egli perfezione assoluta; assurdo il secondo poiché non degradabile, pur potendo, ciò che è perfetto, in quanto negazione della perfezione stessa. Ed allora?

Da sempre, malo avverbio per definire ciò che con pensiero lineare pensate il “sempre”, Egli crea per atto d’Amore. Ma cosa vuol dire? Egli, Uno Assoluto, può folgorare da sempre Sé, Trinitizzandosi in unico Trino Eterno Solo. Difficile a comprendersi senza infinitesimo esame dell’infinito particolare che converge integrandosi nell’Eterno Unico assoluto. Egli così genera da Sé Se Stesso che, compreso in Sé per atto d’amore, definisce libero nel Pensiero Creativo, offrendo possibilità di scostarsi da Sé per filiazione e parte assolutamente integrante

Assurdo definire il Sé senza il sé extrapolatum. Eppure così è. Ma la libertà di crearsi spazio nella trina sede di Colui che è risulta sforzo acciocché essendo Egli diviene per Lui  (riteniamo debba intendersi per mezzo di Lui) sé pensante e distante quanto Egli consente Egli vuole ed impera a sé. Ciò in eterno. In quanto non v’è logica lineare a piccoli passi su di una funzione costante; ma integrazione infinitesimale su grande insieme universale.

12 12. L’Ade.
13 13. La Brocca: il Seno di Dio, in senso figurato.
14 14. Non è poi così difficile fare la cosa giusta, è difficile sapere quale sia la cosa giusta da fare; è su tale difficoltà  che poggia il principio di giustificazione del Cristo innanzi a Dio a favore del genere umano.
15 15.  “Cor meum inquietum est donec in Te requiescat, Domine” – Sant’Agostino.
16 16. L’entità che dettò lo scritto si presentò a noi come Farinata degli Uberti, personaggio citato da Dante nell’Inferno.

Il Quinto Mistero

Il Tempo

“Per gli antichi egizi tutto è ciclico, anche il tempo. Essi disdegnano il tempo lineare che i greci prediligevano e che lasciarono in eredità agli occidentali. Il tempo lineare, come la freccia di Zenone di Elea, è una fuga in avanti, una corsa che si perde nel futuro, dimenticando il passato ed ingannando allegramente il presente perché scompaia al più presto. Pericolosa concezione è questa di un tempo che divora se stesso, l’orco Kronos che divora ingordo la sua tenera prole ”.

Dunque tempo forse erroneamente inteso da noi in senso esclusivamente lineare.

Gli antichi egizi avevano intuito la sua struttura circolare o ciclica; e gli esempi non mancano di certo: giorno/notte; veglia/sonno; il ripetersi delle stagioni dell’anno; perfino il respiro (inspirazione ed espirazione); anche la nostra vita percorre (pensateci) tappe cicliche. Anche i cicli vita/morte potrebbero appartenere a tale modo di intendere il tempo ove si accetti l’ipotesi della reincarnazione.

Anche su questo tema le Guide ci hanno donato parole illuminanti:

Detta questione è basilare per comprendere prima e sapere di avere compreso poi il significato stesso della realtà che vivete.

Esso – il tempo – è composto mentalmente da miriadi di secondi per tutta l’eternità; eppure esso è a misura d’uomo misuratore della vita dell’uomo. E senza l’uomo, esso non avrà più significato di esistere. Poiché in effetti non è quale entità autonoma in sé.             

Eppure il tempo è insito in noi – non più in Noi – e senza di esso non percepiremmo alcunché, cristallizzati in un unico presente senza significato veruno.

Allora è necessario comprendere il significato del tempo, poiché – come dovremmo sapere – il tempo prende significato se gli si conferisce un significato. L’eternità è un tempo che rappresenta il divino poiché ad esso l’uomo dà il significato di negazione della morte e dunque della fine di ogni cosa. Il tempo di una vita umana ha significato poiché ad esso si conferisce il significato delle azioni che in quella vita si vogliono compiere, poi si compiono, infine sono compiute.”

Possiamo raffigurare il tempo – inteso nella sua accezione ordinaria  –  come lo scorrere di un corso d’acqua nel quale tutto fluisce.

Il nostro tempo è dunque il tempo della vita, quello del fluire lineare delle cose. Ma esso è altresì da intendere in altro senso, sotto un profilo soggettivo.

In una lontana comunicazione la nostra Guida ci parlò dell’età pietrina, di quella paolina e di quella giovannea.

Nell’età pietrina che vuol rappresentare il Padre era la legge sull’astrale che rifletteva sull’ “io sono” non ancora “Io Sono”. Nell’età paulina la fede realizza l’ “Io Sono” e diviene principio del trasmuto. Nell’età giovannea il trasmuto è completo e l’ ”Io Sono” governa in unità sincosmica con gli altri “Io Sono”.

I figli della Casa sono giovannei come il loro rappresentato da Spirito Santo; i paulini dal Figlio.

Evidentemente qui si parla di età, di tempi soggettivamente intesi. Chi è nell’età pietrina non è ancora in grado di comprendere autonomamente quale sia la strada da seguire per tornare al Regno. Il percorso evolutivo gli viene indicato dall’esterno, dalla Legge che, attraverso il karma, opererà il riequilibrio dell’ordine turbato dalle scelte, libere ma sovente erronee, del piccolo sé umano.

Le Verità iniziatiche, i Misteri del Regno possono essere compresi solo se si è raggiunto un certo grado di evoluzione spirituale, solo se si è nel tempo. In tale ottica il tempo assume, per l’uomo, un valore analogo a quello che riveste il dolore. L’uno e l’altro hanno significato nella misura in cui valgono a determinare il cammino del Sé, il progresso della coscienza, l’evoluzione dello Spirito. Quel tempo così speso è tempo che ha “significato”. A che vale infatti se la coscienza rimane addormentata nonostante esso?

Ma dalle considerazioni rilevate dalla “Grande Sintesi” di P. Ubaldi possiamo comprendere meglio il tempo ed i suoi significati che chiariranno, mi auguro, anche quanto detto in precedenza:

Ubaldi sostiene che le dimensioni – tutte – sono costituite da unità trifasiche. Cioè ciascuna di esse è costituita da tre momenti; superare la terza fase significa penetrare nella dimensione successiva, contigua alla precedente.

Cominciamo con la dimensione spaziale. Dal “punto” geometrico, che potremmo definire “dimensione zero”, ha origine la “linea” come prima espressione spaziale; quindi il “piano” come seconda espressione; terza ed ultima il “volume”. La materia si manifesta in uno spazio a tre dimensioni progressivamente in tre fasi successive. Sarebbe peraltro assurdo ricercare una continuazione quadridimensionale in un sistema a tre. Quale la dimensione successiva e contigua allo spazio? La dimensione tempo. Vediamo come esso si sviluppa in una nuova entità dimensionale trifasica. Ogni fenomeno nel suo spostarsi nel tempo acquista una sua, potremmo definirla, “coscienza lineare” (prima fase con linearità del tempo). Detto fenomeno comporta solo il progredire dell’energia nel tempo ma non è ancora in grado di essere vita e coscienza; non si espande oltre la linea del suo divenire. Nella 2° dimensione concettuale (corrispondente nella dimensione spaziale alla superficie) abbiamo la coscienza (subumana ed umana); terza dimensione concettuale (corrispondente al volume) è la supercoscienza. 1)1. Esaminiamo con le parole di Ubaldi la dimensione concettuale propria dell’uomo corrispondente alla 2° dimensione temporale, dopo la quale esamineremo la 3°:A) La coscienza umana non è lineare, cioè limitata a se stessa o ad un fenomeno, ma può uscire e muoversi su tutte le linee della superficie, in ogni direzione, abbracciando, come coscienza, moltissimi fenomeni e ciò finché non evolverà. Ciò significa che essa è legata al relativo, non può che muoversi nel finito, non sa concepire che per analisi, cioè attraverso l’osservazione e l’esperimento, tale è la vostra scienza. Per raggiungere il volume è necessario che la superficie si muova in una nuova direzione, per raggiungere la supercoscienza è necessario moltiplicare la coscienza per un nuovo movimento. E’ così che solo per moltiplicazione di analisi voi potete approssimarvi alla sintesi. La supercoscienza è dimensione concettuale volumetrica, che si ottiene elevando la perpendicolare sul piano della superficie della coscienza, conquistando così un punto di vista fuori del piano, l’unico punto che può dominarlo tutto. E’ così che la supercoscienza sola supera i limiti del vostro concepibile, domina il relativo nella visione diretta dell’assoluto, domina il finito movendosi nell’infinito, non concepisce più per analisi ma per sintesi. Dunque non più lento ed imperfetto meccanismo della ragione , ma intuizione rapida e profonda, Non più proiezione della coscienza verso l’esterno attraverso mezzi sensori che non toccano che la superficie delle cose, ma espansione in tutt’alta direzione, verso l’interno, percezione animica diretta, contatto immediato con l’essenza delle cose.

Ancora vorrei richiamare i gradi della Iniziazione Cristica:

La “Paraskene” o “Preparazione” culminante nel “Discorso della Montagna”; la “Katarsis” ravvisabile nelle “Guarigioni Miracolose”; la “Teleiosis” o “Illuminazione” che può ravvisarsi nella resurrezione di Lazzaro; la “Epiphaneia” o “Visione dall’Alto.

Dunque visione dall’alto che concettualmente ben si sposa con quanto asserito da Ubaldi quando parla – in relazione alla terza dimensione del tempo – di uscita dalla superficie temporale (come dimensione rapportata allo spazio) per sollevarsi al di sopra (come dimensione rapportata allo spazio) ed ottenere una visione d’insieme immediata e globale di detta superficie con capacità financo precognitiva dal momento che guardando dall’alto la linea o il piano temporale posso scorgerne il punto di partenza ed intuire quello di arrivo: ossia il futuro.

Se diamo per corretta la tesi fin qui sostenuta, forse abbiamo anche trovato la chiave del pensiero piuttosto oscuro dell’Entità quando dice che : “L’insieme dei tre (corpi) costituisce il significato da dare al tempo; ma esso significato non ha valore se non “ricambia” di significato i tre (scoprire il “significato” di questo pensiero è – ad esempio – un compito propedeutico all’iniziazione)”. Infatti il cammino iniziatico (che altro poi non è che il cammino atto al raggiungimento della condizione superumana) non potrebbe prescindere dall’acquisizione di tali concetti espressamente riferibili alla nozione del tempo. Ciò spiega, anche sotto il profilo squisitamente razionale, il motivo per il quale noi in questo stadio evolutivo ci troviamo immersi in una realtà che comunemente indichiamo come esperienza della materialità – senza però pienamente comprendere il senso della definizione – la quale è per l’appunto caratterizzata dall’essere immersi nelle dimensioni spazio-temporali. Dunque il tempo – inteso nella sua accezione ordinaria – possiamo immaginarlo come lo scorrere di un corso d’acqua nel quale tutto fluisce e cammina, ma non solo, poiché è altresì da intendere come ulteriori dimensioni concettuali che attengono al grado evolutivo dell’individuo. Ecco spiegata la ragione per la quale spesso l’Entità ci dice che comprendiamo o meno taluni concetti se siamo o non nel tempo. Ed ancora quando parla del nostro tempo riferendosi alle date corrispondenti ai giorni in cui facciamo le riunioni, Essa si riferisce verosimilmente al tempo della prima dimensione (quello del fluire lineare delle cose).

In quest’ottica, quante vite scorrono affaccendate in occupazioni sostanzialmente oziose, inidonee al percorso di evoluzione spirituale che dovrebbe guidare noi tutti! Il “tempo” così speso si consuma in tal modo inutilmente, senza valore e senza significato.

Del pari il dolore: esso ha significato nella misura in cui mi avverte dell’errore, mi fa da spia di cammino erroneo rispetto all’obbiettivo che il Sé si era prefissato. Ignorare il dolore o non sforzarsi di comprenderlo equivale a soffrire in modo sterile ed improduttivo .

Tutto ciò premesso e per concludere l’argomento dovremo per un attimo tornare all’incipit del vangelo di Giovanni e riportare un frammento di una comunicazione:

In principio era il Verbo …. e così via dicendo.

Ma fu davvero così? O invero era, è e sarà tutto unitamente Uno? Naturalmente è la seconda ipotesi quella vera; non la prima. Ma allora che senso dobbiamo attribuire a quella frase “in principio” e così via dicendo? Se, come è stato illustrato, il senso del tempo altro non è che significazione della coscienza e della conoscenza non potremo che concludere dicendo : In principio della conoscenza, e dunque non in principio della realtà. Ecco il punto di fuoco della questione della conoscenza. Della contezza di ciò. Del sapere che è -. Non del vero essere di ciò.

Note

Note
1 1. Esaminiamo con le parole di Ubaldi la dimensione concettuale propria dell’uomo corrispondente alla 2° dimensione temporale, dopo la quale esamineremo la 3°:A) La coscienza umana non è lineare, cioè limitata a se stessa o ad un fenomeno, ma può uscire e muoversi su tutte le linee della superficie, in ogni direzione, abbracciando, come coscienza, moltissimi fenomeni e ciò finché non evolverà. Ciò significa che essa è legata al relativo, non può che muoversi nel finito, non sa concepire che per analisi, cioè attraverso l’osservazione e l’esperimento, tale è la vostra scienza. Per raggiungere il volume è necessario che la superficie si muova in una nuova direzione, per raggiungere la supercoscienza è necessario moltiplicare la coscienza per un nuovo movimento. E’ così che solo per moltiplicazione di analisi voi potete approssimarvi alla sintesi. La supercoscienza è dimensione concettuale volumetrica, che si ottiene elevando la perpendicolare sul piano della superficie della coscienza, conquistando così un punto di vista fuori del piano, l’unico punto che può dominarlo tutto. E’ così che la supercoscienza sola supera i limiti del vostro concepibile, domina il relativo nella visione diretta dell’assoluto, domina il finito movendosi nell’infinito, non concepisce più per analisi ma per sintesi. Dunque non più lento ed imperfetto meccanismo della ragione , ma intuizione rapida e profonda, Non più proiezione della coscienza verso l’esterno attraverso mezzi sensori che non toccano che la superficie delle cose, ma espansione in tutt’alta direzione, verso l’interno, percezione animica diretta, contatto immediato con l’essenza delle cose.

 Il Quarto Mistero

Gesù di Nazareth ed il Logos :    Due Entità o Una Sola?

 

Dall’incipit del Vangelo di Giovanni apostolo:

 

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di Lui
e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In Lui era la Vita
e la Vita era la Luce degli uomini;
la Luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.

[ . . . ]

Veniva nel mondo la Luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui;
eppure il mondo non Lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non Lo hanno accolto.
A quanti però Lo hanno accolto
ha dato potere di diventare Figli di Dio:
a quelli che credono nel Suo Nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo Si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la Sua Gloria,
Gloria come del Figlio Unigenito
che viene dal Padre,
pieno di Grazia e di Verità.

[ . . . ]

Dalla Sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
Grazia su Grazia.
Poiché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la Grazia e la Verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno Lo ha mai visto:
il Figlio Unigenito, Che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è Lui che Lo ha rivelato.

Lo conobbero come il “Falegname di Nazareth”, l’“Unto del Signore”, il “Gesù Cristo”, il “Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo”; ed agli ultimi tra gli ultimi, vinti ed oppressi, schiavi e prostitute che sostavano un poco ad ascoltarlo lungo le colline delle terre di Galilea, Egli diceva: “Io sono la Via, la Verità, la Vita: chi crede in Me anche se muore vivrà; e chi vive e crede in Me non morirà in eterno”.

Questo messaggio di speranza e di vita eterna Egli mandava ai cuori di coloro che non ritrovavano più in sé la luce per rischiarare il proprio dramma del vivere; schiacciati, in quel tempo, dal tallone di Roma, e vessati, in quei luoghi, da una religione che rispettava più la “Legge dei Padri” che la persona umana.

“Beati gli afflitti – diceva – perché saranno consolati”: così il Cristo offriva conforto alla disperazione ed alla solitudine di tutti gli uomini che, per ogni dove e per ogni età, nella disperazione e nella solitudine si dibattono senza riuscire a liberarsene.

I due più inaccettabili ed insopportabili misteri per la natura umana, la “Morte” ed il “Dolore”, venivano in tal modo riportati dal Salvatore nelle dimensioni dell’accettazione e della sopportabilità grazie alla promessa della “Vita Eterna” per chi in Lui crede e vive, e mediante il conforto della consolazione per chi annega nella sofferenza.

Ma… Chi era; o… Cos’era, dunque, Quest’Uomo chiamato “Gesù” e detto “il Cristo”, ossia l’unto del Signore?

E… Quale “Forza” era in Lui; tale da lasciare, nei secoli, il più forte e rassicurante messaggio di vita e serenità che l’umanità abbia mai conosciuto ?

Si disse: Figlio di Dio.

Egli era nel “Logos”, ed il “Logos” era in Lui; anzi, Egli Stesso era il Logos.

__________

 

Entriamo dunque fratelli nel Mistero che tutt’oggi avvolge come nebbia Colui che volle porsi alla testa di quello sconfinato esercito formato da cenciosi e randagi e dimenticati e afflitti della terra e nella cui persona Iddio Stesso volle fare albergo ‘sì che comunione si ebbe tra Logos e Spirito di lui, talché l’Altissimo carne si fece in quell’uomo e l’uomo Dio divenne.

Come comprendere e sfiorare con la ragione l’evento che tuttora d’energia divina fa vibrare  la storia dell’uomo?

Se miracolo fu, lo fu per certo perché da Amore spinto; ma qui d’Amor parliamo che ignoto all’uom rimane, e solo d’alte note Colà risuona in unisono accento.

E musica armoniosa d’Amore generò l’incontro tra l’Amor del Logos e l’Amor del Fante Suo:  quell’Amor che risuona a lente note nella serenità dell’armonica armonia delle Superne Sfere.

In quell’eccelso Loco fu dal Cristo raccolto l’impegno a cotanta impresa che petita mai gli fu dall’Alto, perché l’Amore, nella Dimensione Somma, è dono solerte a prevenir l’istanza.

Or dunque per cercare di squarciar velami che ci impediscono di cogliere l’idea sul Logos e sul Figlio Suo – che pur sempre diafana rimane alla mente umana -, dovremo qui affrontare le fatiche dello scioglier nodi che serran la ragione ed il pensiero.

__________

 

Il “Logos” è l’aspetto della Divinità che agli uomini si manifesta; l’unico ad essi intellegibile, ’ché il “Padre”, ovverosia l’“Idea” di Dio, non è – né mai sarà – conoscibile all’intelletto umano.

Il “Creato” è opera del Logos, il Quale, rappresentazione del “Dio Immanente” come “Figlio”, nel Creato è immerso e tutto lo permea; ‘ché nulla, infatti, è al di fuori di Dio.

Ma Dio è anche “Coscienza” di ; e tale aspetto della Divinità è quello teologicamente inteso come “Spirito Santo”.

 

L’“Inno al Logos” apre l’Evangelo di Giovanni, che possiede un profondo contenuto iniziatico e teosofico che lo differenzia notevolmente dagli altri tre “Evangeli Canonici”.

L’incipit di tale Evangelo esprime, in forma semplice, la pur ermetica definizione che Giovanni tenta di esprimere sul Dio Immanente; ‘ché – vale ripeterlo – del “Dio Trascendente” nulla può essere manifesto all’uomo.

In Principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”.

 Il Verbo è identificabile nella Figura del “Figlio”, il Quale – rispetto al “Padre”, Idea Unica e Tutta ed Eterna, nonché allo Spirito Santo, Coscienza Unica e Tutta ed Eterna – rappresenta l’Atto Unico e Tutto ed Eterno.

Ne deriva, con riferimento al Logos ed al giovanneo “Inno al Verbo”, che tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”; che “In Lui era la Vita e la Vita era Luce degli uomini”; che “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

 

È il “Ciclo Sacro dell’Alfa e l’Omega”, la cui compiutezza è realizzata dalla “Trinità” attraverso il Pensiero Divino del Padre, l’Actio Divina del Figlio, il Sapio et Scio dello Spirito Santo.

In altre parole, affinché si possa tentare di capire l’enormità misterica di questo scritto, valga evidenziare che, nell’eterna Opera Divina (da sempre In Fieri, In Atto, eppure tutta Già Attuata), il Padre è Pensiero Creativo Divino, Luce che squarcia la tenebra; il Figlio è Realtà Divino-Umano-Divina Che Giustifica per Amore il caos imperfetto e, caricandosi della Croce, S’immerge nella tenebra per portarvi la Luce; lo Spirito Santo, che è la Percezione Immediata della Coscienza della Conoscenza e della Conoscenza Cosciente, conchiude il Ciclo Sacro dell’Alfa ed Omega ponendo fine al caos malum ed imperfetto, ch’è tenebra, nella raggiunta Sapiente Coscienza Perfetta e Luminosa dell’Universo.

Il “Tutto” mirabilmente riportato in versi dal sommo Poeta Dante Alighieri nella nota terzina del “Canto XXIII” del “Paradiso” de “La Divina Commedia”:

O Luce Etterna che sola in Te sidi,

sola T’intendi, e da Te intelletta

e intendente Te ami e arridi!”.

 “In Principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio ”.

Ora, poiché l’“Eternità” è, in re ipsa, eterna e senza principio né fine, non è pensabile un Dio “Immobile” per un’infinita eternità prima della “Creazione” e nuovamente immobile per l’eternità dopo la Creazione. Dunque, con l’espressione “In Principio”, riferita ad un tempo in cui non esisteva il “Tempo” e che può apparire – ictu oculi – un paradosso, l’Evangelista voleva intendere non tanto l’atto generativo del tempo cronologicamente inteso, quanto invece il principio della “Coscienza dell’Universo”.

Non agevolmente esplorabile, il concetto di “Principio della Coscienza dell’Universo” è consequenziale a quello di Coscienza riferita alla singola Persona umana. E, per ciascun uomo, prima la Coscienza di “sé” (minuscolo) e poi la Coscienza del proprio “Sé” (maiuscolo) rappresentano l’unico vero traguardo cui la vita terrena è volta; laddove per (minuscolo) sia da intendersi l’autocoscienza del singolo individuo, sinonimo di quel “Cogito, ergo sum”, di cartesiana memoria; e laddove con (maiuscolo) s’intenda la scintilla divina, quell’“Essenza” spirituale, universale ed eterna che fa di ogni Soggetto una creatura concepita ad immagine e somiglianza del Creatore.

 

Il “Logos”, altrimenti denominato “Verbo” ( ma il sostantivo greco possiede una maggiore pregnanza semantica che induce a conferirgli il più autentico significato di “Pensiero-Idea” del Creato Che, esprimendoSi con la “Parola”, produce “Vibrazione d’Amore”), è la Vibrazione, dalla più alta e risonante, alla media, alla più bassa e sussurrata, che dà origine ad ogni creatura e cosa, e tutte di Sé le permea integralmente.

Ebbene, Cristo e Logos Si comprendono ed integrano, confondendosi quasi in un “Insieme” di “Mistero” e “Luce”, di “Dolore” e di “Salvezza”, che ha segnato per sempre, e profondamente, la Storia del mondo. Ma, al contempo, Dio e Logos sono l’Uno nell’Altro e Questi nel Primo, ed Entrambi nello Spirito Santo, il Quale è Coscienza del Padre e del Figlio; ed i Tre “Divini Aspetti” sono “Uno”, dall’Eternità e per l’Eternità, in un Continuum di Idea ed Atto e Coscienza ‘sì da imprimere sigillum divino in tutto ciò ch’è nella Realtà del Creato.

 

Continua, poi, così l’Inno al Verbo di Giovanni: Veniva nel mondo la Luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui; eppure il mondo non Lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non Lo hanno accolto. A quanti però Lo hanno accolto ha dato potere di diventare Figli di Dio: a quelli che credono nel Suo Nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo Si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la Sua Gloria, Gloria come del Figlio Unigenito che viene dal Padre, pieno di Grazia e di Verità.

Superno ed universale messaggio si cela in questi versi, apparentemente impenetrabili alla ragione umana. Da essi vien dato di sapere, infatti, che il mondo è stato creato dal Logos, pur non avendoLo poi il mondo riconosciuto; che il Logos è in ogni uomo, pur se l’Uomo non L’ha accolto, e che ha dato potere di divenire “Figli di Dio” a coloro che credono nel Suo Nome, intendendo per questi ultimi i loro (maiuscolo), Che non da carne e sangue umani ma da Dio sono stati generati; che il Logos si fece uomo e scese, e visse, tra gli uomini, sfolgorante nella Propria mirabile Gloria di Figlio Unigenito del Padre e ricolmo di Grazia e Verità.

Che cosa vogliamo intendere con ciò?

L’Uomo, “Partizione” di Dio incarnata nella materia, e dunque vera e propria “Immagine” di Dio, è il risultato dell’inestricabile fusione tra la componente fisica ed istintüale della sua materialità (il cosiddetto “Corpo Ordinario”) e quella emozional-animica (il cosiddetto “Corpo Sottile”), entrambe governate dalla componente cosciente e volitiva (l’“io sono”; il “Cogito, ergo sum”, cioè, ch’è rappresentazione diretta del cosiddetto “Corpo Causale”, depositario del libero arbitrio); tutte e tre le suindicate componenti permanendo, nella vita terrena, inscindibilmente unite a costituire il “sé” (minuscolo) che appartiene a ciascuna creatura umana contraddistinguendola irrepetibilmente da ciascun’altra.

 

Il Logos permea di Sé ogni creatura umana. Il risultato di tale “Impregnazione Divina” è dato dal “Sé” (maiuscolo). Questi presenta un duplice e misterioso aspetto nella propria Divina Natura: se da un canto, infatti, è inscindibilmente correlato ai tre “Corpi” umani (Ordinario, Sottile, Causale) nel corso della vita terrena d’ogni uomo, acquisendo da essi, nel tempo, “Esperienza di Conoscenza” e “Coscienza di Conoscenza”, dall’altro canto Si riflette ed esiste in eterno nell’“Universalità Eterna dell’Uno”, sopravvivendo alla morte fisica di colui che Gli appartiene, ed anzi possedendo facoltà di ritornare nella carne umana per un nuovo ciclo di Esperienza di Conoscenza e Coscienza. E tale Esperienza prende scaturigine dalle libere scelte dell’individuo, vale a dire dal suo cosiddetto “Libero Arbitrio”; quel Dono dell’Amore Divino, cioè, che dà facoltà e capacità di scegliere se indirizzarsi verso le tenebre della materialità (il soddisfacimento egoico, quindi, delle pulsioni terrene), oppure verso la ricerca della Conoscenza e della Coscienza di Conoscenza che approssima alla Luce della Divinità (l’ascolto, quindi, della cosiddetta “Coscienza Morale”, ch’è “Grazia” Divina). Grazie al Libero Arbitrio, l’Uomo, dopo l’immersione nella materialità con il corrispettivo carico di dolore, solitudine e peccato, indispensabili per l’acquisizione dell’esperienza, potrà, volendolo, abbandonare il transeunte e misero “regno delle tenebre” per fare ritorno al grande ed eterno “Regno della Luce”.

Tentiamo ora di immergerci nel Mistero Cristico del Logos (vero Dio) Che Si è fatto uomo (vero uomo).

Partendo dal dato per cui, nell’incipit del proprio Evangelo, Giovanni parla di “Luce”, volendo intendere con ciò una sorta di “Vibrazione Divina”, “alta e sìncrona” per quanto inerisce alle “Cose Celesti” e “bassa ed asìncrona” per quanto attiene al mondo materiale della tenebra, potremmo anche affermare che il Logos è – in un certo qual senso – la Voce di Dio nella Sua espressione vibratoria Che produce effetti creativi per ogni dove e per ogni quando nell’Universo. Ciascuna cosa creata, infatti, possiede una propria vibrazione; ed è, così, come se Dio avesse conferito un nome ad ogni cosa e creatura, e, nel proferirne il nome (cioè: proferirne il Verbo), l’avesse tratta “al di fuori” di Sé per dare forma e concretezza ad essa. Così agirebbe il Logos; Ch’è Dio.

Ma il Logos è ancòr’altro: Egli è – si potrebbe azzardare, in paragone comprensibile per l’umana
specie – anche Sentimento; ed è anche Sentimento perché percepisce ed avverte tutto il Creato, come
“Filiazione” Propria, e pertanto “avverte” di amarlo. Anzi, di più: perché il Logos è l’“Amore” Che da Dio procede, permeando e sostenendo ogni cosa ch’è ritmata nel susseguirsi d’un’infinita serie di hic et nunc; in un continuum che, senza tempo, include in Sé anche il tempo cronologico noto agli umani incarnati. Dunque, ogni uomo sarebbe la risultante di un’Idea che giunge da Dio e della realizzazione di Essa per mezzo del Logos; di talché, tutta l’Umanità sarebbe “Figlia” del Logos, e, pertanto, ciascun uomo sarebbe, nel proprio (maiuscolo) e grazie al Logos, vera “Partizione” dell’Unico e Grande “Sé” (il Padre) Che, ancorché partitoSi nella “Comunità” dei (maiuscolo), permane Unico pur sempre e per sempre.

Il Logos, che tuttavia Gesù chiama “Padre” perché ogni cosa per mezzo del Logos ebbe origine, è dunque Amore; è cioè l’incommensurabile ed inconcepibile Amore per il “Sé” Proprio e per i “Sé” (maiuscolo) da Lui partiti per mezzo di Lui. E, poiché “Tutto” fu fatto per mezzo di Lui, Tutto è irradiato dal Suo Amore (e Dante si riferisce proprio al Logos quando canta dell’“Amor che move ‘l sole e l’altre stelle”).

Ora, l’Uomo, ch’è connubio inscindibile di (maiuscolo) e di (minuscolo ), è cioè “Immagine” di Dio quale armonica integrazione, pur apparentemente antitetica, fra “Spirito” e materia, fra Bene e male, possiede invero Amore in (maiuscolo) ed in (minuscolo). E ciascuno Spirito incarnato come uomo, eppure creato ad immagine e somiglianza di Dio, ha ricevuto il dono dell’“Autocoscienza”; il dono, cioè, del cosiddetto “io sono”, che, se da un lato appartiene al (maiuscolo), dall’altro è anche (minuscolo) che si appalesa sul versante materiale attraverso l’iter delle incarnazioni.

Immerso nella realtà terrena, ch’è regno della tenebra definito anche come del “non sé”, l’Uomo ignora però la propria origine divina e dunque non riconosce il proprio (maiuscolo), il quale, originato dalla Pars Luminosa di Dio, lo accompagna comunque silenzioso in attesa di essere scoperto, rinvenuto, accolto, invocato. Quel Sé (maiuscolo), ch’è “frammento” della Divinità e “riflesso” luminosissimo di Essa, giunge dal Logos, ed è Logos; quel Logos Che, nonostante Si riparta in infiniti (maiuscolo), in Verità mai si fraziona perché è Dio, permanente Uno nella Propria Trina Unità di Padre, Figlio (o Logos), Spirito Santo.

Ecco, allora, il conflitto dilacerante che si presenta ad ogni creatura incarnata: avvertire, da un lato, pulsioni e richieste della propria materialità egoica che vorrebbe assecondare, e dall’altro possedere nel profondo, il Sé (maiuscolo), ovverosia il Logos, ma non averne Coscienza; non avere, cioè, la consapevolezza della possibilità di comunicare con Esso, né tampoco la capacità di accoglierLo.

Eppure,è questo il vero punctum dolens nel quale si addensano le nebbie che avvolgono il mistero della scelta umana fra Bene e male, fra Cielo e terra, fra Dio ed “Isola dei Morti”1)1. Titolo del dipinto di A. Bocklin – più volte citato nei libri 2° – che rappresenta l’isola infernale ove trovano sepoltura eterna le anime di coloro che sono stati preda della seconda morte: quella dello spirito.; ma, per contro, è questo il momento dal quale possono diradarsi tali nebbie, perché proprio dal conflitto in discorso emerge la sintesi che concilia, nella Persona umana, il suo Libero Arbitrio, l’“Accoglienza” del suo Logos, la “Grazia” e la “Misericordia” di Dio che su ciascuno dei mortali intervengono suasive eppure mai cogenti.

 

L’uomo incarnato è, per “Dono” Divino, libero di scegliere se proiettarsi verso la Pars Luminosa di Dio  o verso la regione della tenebra. La via verso la Luce è quella dell’Accoglienza2)2. Sull’Accoglienza si è ampiamente trattato nel libro 2°  “La Luce sul Sentiero”.. L’uomo potrà compiere tale percorso soltanto se porrà in essere la volontà di accogliere i “Fratelli”, e dunque di “Operare in Amore”; perché chi accoglie il Fratello accoglie Cristo (Ch’è il Logos), e chi accoglie Cristo accoglie il Padre Celeste. E l’accogliere i Fratelli come tali, dimenticando sé stessi (minuscolo) come porzione separata dal Tutto (non cadendo, cioè, nell’inganno dell’egoità e dei sensi materiali), consentirà al Logos di penetrare nel sé (piccolo); cosicché, quest’ultimo, facendosi accogliente verso il (grande), potrà operare in armonia ed in comunicazione con il Logos.

Il lungo e doloroso percorso dell’Uomo, che dall’oscurità della tenebra della materia risale liberamente verso la Luce, continua anche attraverso molteplici incarnazioni che aiutano il (maiuscolo) ad affinarsi sempre più; ciò, fino a quando l’umano (minuscolo) riuscirà ad identificarsi completamente nel suo luminoso (maiuscolo), accogliendoLo in toto così da confondersi in Esso, e con Esso. Da ultimo, il (maiuscolo) sboccerà ad un nuovo inizio di “Vita”, in cui coscienza individuale e “Coscienza Cosmica” coesisteranno. E sarà allora che un “Nome Nuovo” verrà conferito al (maiuscolo), perché il vecchio nome del sé (minuscolo) sarà ormai dissolto, mentre il (maiuscolo), immerso in pleniutudine nel seno del Grande Sé (il Logos, e cioè il Figlio), avrà preso Coscienza di essere “Figlio della Casa”; sarà entrato così nella “Comunità dei Sé”: il Regno; il Regno che rappresenta il felice ed estremo approdo per chi abbia scelto di dirigersi verso la Pars Luminosa della Divinità. E chi giungerà al Regno avrà realizzato quella che nell’“Apocalisse” di Giovanni è definita come la “Prima Resurrezione”.

All’incontrario, il sé (minuscolo) che permanga con pervicacia, per propria libera scelta, nella Pars Tenebrarum (denominata anche come la “regione del non sé”) andrà via via perdendo gradualmente, nel tempo, la propria capacità di percepire  il Logos e di poterLo ascoltare e seguire. In tal guisa, il sé (minuscolo) andrà perdendo, del pari, la Coscienza stessa del (maiuscolo); e tale perdita potrebbe condurre, infine, alla cosiddetta “Mors Secunda”; una “Morte” che – si badi –determinerebbe la scomparsa della Coscienza del (maiuscolo) correlato all’individuo, e non già la scomparsa del (maiuscolo). Questo, (il – maiuscolo), infatti, rimane in Dio ed alla Divinità appartiene, e dunque al Tutto che nessuna perdita può mai subire.

Ebbene, qui sta la chiave che può aprire lo scrigno in cui è custodito il Mistero Cristico; che, poi, è Mistero del Logos.

Luomo terrestre in cui, nella Storia umana, il Logos s’incarnò doveva possedere speciali qualità e, soprattutto, speciale attitudine all’Accoglienza. Il suo nome fu Gesù, Gesù di Nazareth, Che fu poi detto “il Cristo”, vale a dire “l’Unto del Signore”.

Il Mistero dell’impresa salvifica si imperniava e si impernia ancor oggi su tre condizioni: la Libertà dell’uomo, intangibile per l’Alto volere del Padre; la Legge divina che impone le condizioni per il riequilibrio dell’armonia turbata, ossia la legge del Karma; l’Amore quale forza creatrice e quale insopprimibile sentimento del Logos per le proprie creature. Come conciliare l’una senza violare o disattendere l’altra?

Dio avrebbe potuto, se avesse voluto, mutar d’un balzo l’oscura parte libera in pars luminosa, ma avrebbe così imposto il Suo volere soffocando quella libertà da Lui Stesso sancita per le sue creature, ed avrebbe al contempo infranto la Sua Legge ed i meccanismi in essa insiti per il riequilibrio dell’armonia. E allora?

L’Amore mosse Colui che già vibrava in altissime note all’unisono col Padre Celeste: il Sé luminosissimo del Cristo. Egli si fece interprete dell’Amore del Padre, ossia del Logos per il Suo creato e dunque per le Sue creature, ed entrò nella storia facendosi uomo e incarnandosi in Gesù per indicare la strada del ritorno ai fratelli dispersi e soffocati dalla materia, abbreviando così i tempi del loro ritorno alla Luce ed alleviando altresì il carico immane di dolore dell’umanità il cui peso ora, come allora, poggia in grandissima parte sulle spalle Sue, quel dolore generato dal male del mondo, generato dal peccato dell’umanità intera: il Peccato Originale. 3)Beninteso non già quello tradizionalmente inteso e che appartiene al mito di Adamo ed Eva.  Sul Peccato Originale v.si Appendice “B” del 2° libro.

L’Amore, una forza che attrae, ma senza imporre alcunché se non scelto; l’Amore che per lasciare inviolata la Legge accetta il sacrificio più alto acché il prezzo della sanzione sia pagato!  Dunque nessuna costrizione, dunque nessuna violazione della Legge.

Gesù incarnato ha vibrato in perfetta sintonia col suo Sé (Maiuscolo) già sincrono in Amore col Logos. Dal che, si può proclamare a gran voce che Gesù Cristo fu – sì – vero uomo, ma fu anche – sì – vero Dio : Unus  Deus  Unus  Homo  In  Christo.

Vale evidenziare come non vi sia differenza tra il (maiuscolo) di Gesù e quello che vive in ciascun altro uomo: Quello e Questo sono la Stessa Cosa (essendo pur sempre Logos), lo stesso identico “riflesso” dell’Unica Unitaria Divinità, con la differenza che Quello di Gesù era già pervenuto ad altissimo livello di Coscienza di Conoscenza (alla consapevolezza, cioè, di essere la Divinità; e, non a caso, nella simbologia apocalittica, Giovanni descrive il di Gesù come un agnello con sette occhi, laddove l’occhio è il simbolo della Coscienza ed il numero sette quello della piena e completa totalità). In ciò sta anche la ragione per la quale, a colui che avrà raggiunto un alto grado di aderenza al Logos, sarà possibile compiere miracoli; così come Gesù Cristo fece, posto che non era Gesù di Nazareth a compierli ma il Cristo con il Logos Ch’era in Lui. Invero, la fusione con il Logos, così come avvenne in Gesù, è potenzialmente realizzabile in ciascuno di noi. Lo Spirito Santo (cioè, Dio inteso come Coscienza di Conoscenza) aveva conferito al (maiuscolo) di Gesù la massima plenitudine di Coscienza di Conoscenza (simboleggiata dall’ultima lettera dell’alfabeto greco: l’“Omega”), mentre il Sé (maiuscolo) della gran parte degli altri uomini Ne possiede una piccola parte iniziale (simboleggiata dalla prima lettera dell’alfabeto greco: l’“Alfa”); per questo il Cristo poteva affermare: “Io Sono l’Alfa e l’Omega”; e cioè, l’inizio della Coscienza di Conoscenza ed il suo pieno completamento.

In forma d’uomo, Gesù di Nazareth ebbe il proprio (minuscolo), con le sue stille di sangue di “ego”, ed il proprio (maiuscolo), con la sua Luce di Logos che Lo permeava. Fu, dunque, vero uomo che, accogliendo pienamente il Logos nel corso della propria esistenza terrena, prese consapevolezza piena del proprio (maiuscolo), il Quale S’identificò, pertanto, ed in toto, nel Logos. Così, Egli Si conformò totalmente al Logos (Ch’è il Figlio), talché la sua volontà (di uomo; del – minuscolo) non ebbe più voce, mentre, forte ed ormai unica, quella del Logos (Figlio) risuonò in Lui: “Padre, la Tua Volontà sia fatta, non la mia”.

In quel momento del tempo della Storia, nella profonda sofferenza dell’orto del Getsemani, le stille di sangue dell’egoità del (minuscolo) di Gesù colarono lente, come narrano gli Evangeli, lungo la sua fronte già madida di sudore, e lì Egli scelse di abbracciare la Croce non tanto e non solo per confarSi in toto alla Volontà del Padre, quanto perché Egli riteneva “giusto” operare in Amore fino all’estremo sacrificio, ossia operare non secondo la Legge, ma secondo l’Amore, ovvero secondo il Logos !!

IlFiglio sceglieva allora di morire caricando su di sé (e su di Sé) tutta la tenebra, tutto il dolore, tutto il peccato del mondo.

Invero, per risarcire (nel senso letterale di “ricucire”) lo strappo che ciascun uomo produce (produsse e produrrà) nella “Comunione dei Sé” (maiuscolo) con il proprio peccato v’è un prezzo da pagare, prezzo necessario per ricostituire l’equilibrio turbato4)4.  A ripristinare l’armonia turbata del Cosmo v’è la Legge meglio nota come “Karma”.. Al tempo di Gesù l’umanità era sprofondata a tal punto nella tenebra e nell’egoità, che, per quanto lungo ed aspro e doloroso potesse configurarsi il suo percorso di risalita, essa non sarebbe riuscita a tornare alla Luce senza ausilio dall’alto: troppo superiore alle sue forze sarebbe stato il prezzo da pagare per saldare in toto il suo debito. Ecco dunque il sacrificio del Figlio, che porta sulle Sue spalle la Croce di Dolore dei Peccati del Mondo che Egli è sempre pronto a risarcire. Il che sarebbe impossibile per il singolo peccatore con le sue sole forze; per cui, se abbandonato dal Salvatore, egli sprofonderebbe, schiacciato dal peso insopportabile dell’incolmabile debito, perdendosi nel gorgo abissale della mors secunda e dissolvendosi, con il proprio Sé (maiuscolo), nell’oblio della “non-Coscienza” del (maiuscolo), che equivarrebbe al “non essere” mai più. Il Redentore (Gesù, Logos), però, non dimentica né abbandona alcuno, e scende agli “inferi” (simbolicamente rappresentata nel dipinto l’“Isola dei Morti”), anch’essi parte (quella “tenebrosa”) del Tutto-Uno, e nelle latebre dell’oscurità cerca e ritrova la Sua pecora smarrita, donandole, attraverso la Grazia, nuova Coscienza e quindi nuova Vita.

Gesù dunque ha interpretato appieno la parte del figlio carcerandosi nel “sé”, ma anche quella del Figlio aderendo in pieno al Logos, seconda persona, di Cui ha colto totale Consapevolezza lasciandosi completamente permeare ed anzi divenendo Egli Stesso Logos Solare Universale, perfettamente identificato in Dio.

Con la morte corporale di Gesù v’è l’esplosione del “Sé” che si libera dalla prigione di materia e che trasforma il cadavere di Gesù in fotoni di luce (Sindone).

Gesù in realtà non resuscita tornando ad essere ed apparire in forma umana identica a quello stesso individuo di prima, ma RISORGE (cosa ben differente). La “resurrezione” è completa trasformazione che proietta verso un livello superiore di Coscienza. Cristo che appare a Maria di Magdala non è riconosciuto in prima battuta, ma è scambiato da questa per l’ortolano; i discepoli Lo riconoscono non dalle fattezze del fantasma, ma da come spezza il pane; Tommaso crede solo dopo aver “toccato” e cioè dopo un processo complessissimo sopraggiunto grazie al “dono” conferitogli da Cristo. Dunque il “sé” (minuscolo) morendo dona vita cosmica a quel Sé (maiuscolo) di Gesù che è ora per noi vero uomo e Vero Dio.

Come parte del Sé, e dunque porzione di Dio, Egli ha aderito compiutamente al piano salvifico; come uomo la Sua scelta Lo ha legato karmicamente ai Sé di tutta l’umanità e quindi di ciascun uomo.

Egli allora – dobbiamo credere – rimarrà al fianco dell’ultimo uomo finché anche questi non sarà salvo. Nessun uomo, dunque, sarà mai realmente solo… Anche quando sopraggiungesse il momento più desolante o il dolore più devastante, non rimarrà inascoltato, non sarà abbandonato.

Cristo, pertanto, non ci ha accolto, ma ci accoglie sempre, in ogni momento della nostra esistenza. L’Amore, quello vero, non è costrizione. Egli non ci impone nulla. Così, solo se e quando lo vorremo, potremo a nostra volta accogliere Lui. Solo allora si verificherà l’abbraccio che ci trasformerà.

Egli accompagna chi L’accolse vivendo in Lui e con Lui; accompagna chi non L’accolse, attendendolo pur sempre con l’ansia del padre che attende il figlio che non imbocca la via del ritorno, del ritorno verso casa, la Casa. Egli ama d’amore infinito i figli della Casa del Padre, coloro cioè che aprirono il loro cuore all’inondo del Logos; ma ama altresì d’amore infinito chi non Lo ha accolto: infinito è pari ad infinito. E così sceglie di restare al nostro fianco, anche al fianco di coloro che rimangono ignari della Sua amorevole presenza.

In conclusione, Egli può affermare “sono l’Alfa”, il principio, perché il Logos nella Misericordia divina si fa carne; può altresì affermare “sono l’Omega”, la fine, poiché il Logos per Misericordia Divina giunge alla croce ed attraversa la morte così come la attraversano tutti gli uomini incarnati. Con la morte fisica chiude il ciclo, ma per aprirne uno nuovo che si palesa all’uomo attraverso la Sua resurrezione.

Dunque Gesù è il primo uomo risorto, ma è anche nunzio di resurrezione per l’umanità intera quando i tempi saranno giunti a maturazione.

In Gesù abbiamo la prima rappresentazione di ciò che potenzialmente ciascun uomo possiede: la capacità di “risorgere”, di giungere alla sublimazione della materia che dal “sé” (male perché egoica rappresentazione della separatezza dal tutto) si “trasferisce” nel “Sé” (Bene), aprendo in tal modo un nuovo ciclo.

Tutto ciò è reso possibile attraverso l’accoglimento interiore del Logos o, se si preferisce del Cristo ‘ché, per identificazione altissima, accogliere l’Uno o l’Altro non fa differenza alcuna per uomo, ecco il grande Messaggio che, forse mal compreso, volle lanciare Giovanni nell’incipit del suo evangelo.

Oggi questa rivelazione ci permette di comprendere come Dio non guardi all’uomo dalle Sue lontanissime ed irraggiungibili altezze, ma, al contrario, quanto sia vicino ad esso e quanto sia partecipe del suo dolore. Ci permette altresì di comprendere che ci è stata offerta per Misericordia di Lui la chiave per il conseguimento della nostra stessa emancipazione sol che lo si voglia:  accoglienza del Logos, accoglienza del Cristo, accoglienza del fratello!

 

 

Giuda Iscariota: Uomo Della Perdizione?

 

Gv. 17/12 “… io ho guardati coloro che Tu mi hai dato, e nessuno di loro è perito se non il figliuol della perdizione, acciocché la scrittura fosse adempiuta”.

 

Appare opportuno ben interpretare a chi si riferisce Gesù e a che cosa.

In questo passo la interpretazione tradizionale vuole ravvisare Giuda quale “figlio della perdizione”.

Interpretazione però assai opinabile e discutibile: sulla sua sorte post mortale infatti nulla sappiamo né potremmo sapere, poiché non sappiamo, né potremmo sapere, quale giudizio egli volle darsi.

Ma davvero dobbiamo credere che Gesù, il Cristo fatto uomo (cioè la Divinità che si identifica con l’uomo), sia venuto sulla terra per salvare tutti all’infuori di Giuda, solo lui, affinché le scritture si adempissero? Ma a quali scritture si riferisce il passo? Quelle che preconizzavano l’arrivo di un Messia salvatore? E se pur vero fosse, è da ritenersi che le scritture vadano così interpretate e cioè in definitiva che esse superino il valore della salvezza stessa di Giuda? Qualcosa non torna anche su un piano eminentemente razionale.

Per certo Gesù/Cristo nessuno lascerebbe indietro, foss’anche un solo uomo. Foss’anche per lui soltanto, si adopererebbe per salvarlo. Non ha forse Egli predicato che il buon pastore lascia le 99 pecore per andare a ritrovare quell’unica che si è smarrita? E non si è Egli forse definito il Buon Pastore di noi tutti?

Il dare credito alla interpretazione tradizionale non costituisce forse un peccato di fede? Fiducia in Dio. Si può forse ritenere che Dio abbandoni qualcuno per quanto colpevole?

Ma, si potrà obbiettare, egli peccò contro Dio, Lo tradì e Lo portò a morte sulla croce! Se anche così fosse, v’è da chiedersi, tuttavia, quanti di noi peccatori hanno in ogni giorno del proprio incedere sulla terra dei viventi tradito il Cristo col proprio agire. Eppure essi sono già salvi! Perché Giuda no?

Non dobbiamo dimenticare il principio intangibile di Dio: la Libertà dell’uomo (Dio si arresta volontariamente dinanzi alla scelta dell’uomo che Egli Stesso volle libero); né va dimenticato il principio dell’autogiudizio.

Giuda era un discepolo amato, amato più degli altri, amato sopra tutti da Gesù poiché, tra l’altro, era chiamato al compito più odioso: il Suo tradimento. Due erano i prediletti (se così possiamo dire) Giovanni e Giuda. Entrambi iniziati ai Misteri. Il Primo dotato di carattere contemplativo, docile e sognante, il secondo più determinato, combattivo e incline all’azione.

Forse il passo evangelico va inteso nel modo seguente:

“Tutti, Padre, ho custodito ed a tutti ho indicato la Via della salvezza; solo il figlio della perdizione non ho potuto salvare: colui, cioè, che volle, per propria libera scellerata scelta, proiettarsi verso la materia anziché verso la Luce, fino all’ottundimento dell’ “Io Sono”, fino alla cessazione graduale della Vita (leggasi della Coscienza), fino alla tomba infernale della palude dell’isola dei morti: la morte seconda”.

Che Giuda sia già perdonato da Dio è implicito e non occorrono disquisizioni in merito, ma il perdono sappiamo essere anche di ciascuno di noi verso noi stessi.

Se Giuda avesse liberamente scelto di non perdonarsi ritenendo troppo grave ed imperdonabile il suo peccato? Ecco che l’ottica si sposta non più al Cristo bensì all’individuo ed al suo autogiudizio che “liberamente” si dà.

Giuda si sentì tradito, lui sì, da Gesù: quando, deluso, si rese conto che la speranza della rivoluzione attesa e preconizzata per il popolo ebraico si spegneva con la morte di Gesù e che su di Lui ed il Suo nome calava implacabile l’ignominia del tradimento. Avrebbe voluto tornare indietro, cancellare tutto… ma ormai era troppo tardi. Disperato, perduta la fede nelle parole di Gesù, coperto di vergogna, pensò di uccidersi. Conosciamo il racconto dei Vangeli. E la storia a venire avrebbe guardato a Giuda come la figura più odiosa del cristianesimo, sarebbe divenuto l’esempio in negativo di ciò che di più abietto si possa commettere: il tradimento dell’innocente, di più: il tradimento dell’Uomo/Dio.

Due le figure che si pongono all’origine della storia del Cristianesimo: quella di Gesù, circonfuso della gloria del Suo martirio sulla croce e quella di Giuda, la cui memoria richiama il ludibrio ed il disprezzo dell’umanità intera, perennemente additata come quella del traditore per eccellenza! 5)5. Dante colloca Giuda nel punto estremo del Cocito (ove espiano nel ghiaccio coloro che tradirono i benefattori dell’umanità) denominato  “Giudecca”  proprio dal nome di Giuda. E’ l’ultima delle quattro zone concentriche, dove si trova Lucifero, immerso nel ghiaccio fino alla cintola. Le altre tre parti del Cocito sono la Caina, dove vengono puniti coloro che tradirono i propri parenti (nome derivato dal primo fratricida della storia: Caino); l’Antenora, dove vengono puniti coloro che tradirono la propria patria, (nome derivato da Antenore personaggio dell’Iliade) ed infine la Tolomea, dove vengono puniti coloro che tradirono i propri ospiti (nome derivato dal personaggio biblico Tolomeo di Gerico ).

Giuda va compreso e quindi rispettato. Rispettato nel suo autentico disperato dolore, compresa la sua scelta sebbene da non condividere e da non giustificare ovviamente.

Così come si chiude il libro di Giuseppe Berto vorrei concludere questa pagina che sempre suscita in noi profonda emozione….:

De profundis ad Te clamavi Domine…   Signore, non ascoltare la mia voce!

Note

Note
1 1. Titolo del dipinto di A. Bocklin – più volte citato nei libri 2° – che rappresenta l’isola infernale ove trovano sepoltura eterna le anime di coloro che sono stati preda della seconda morte: quella dello spirito.
2 2. Sull’Accoglienza si è ampiamente trattato nel libro 2°  “La Luce sul Sentiero”.
3 Beninteso non già quello tradizionalmente inteso e che appartiene al mito di Adamo ed Eva.  Sul Peccato Originale v.si Appendice “B” del 2° libro.
4 4.  A ripristinare l’armonia turbata del Cosmo v’è la Legge meglio nota come “Karma”.
5 5. Dante colloca Giuda nel punto estremo del Cocito (ove espiano nel ghiaccio coloro che tradirono i benefattori dell’umanità) denominato  “Giudecca”  proprio dal nome di Giuda. E’ l’ultima delle quattro zone concentriche, dove si trova Lucifero, immerso nel ghiaccio fino alla cintola. Le altre tre parti del Cocito sono la Caina, dove vengono puniti coloro che tradirono i propri parenti (nome derivato dal primo fratricida della storia: Caino); l’Antenora, dove vengono puniti coloro che tradirono la propria patria, (nome derivato da Antenore personaggio dell’Iliade) ed infine la Tolomea, dove vengono puniti coloro che tradirono i propri ospiti (nome derivato dal personaggio biblico Tolomeo di Gerico ).

IL TERZO MISTERO

Le vie di contatto ai mondi superiori

 

 

Cinque sono i canali che ci permettono da incarnati di collocarci in relazione cosciente con i piani sottili della realtà:

  • il sogno (sogno inteso come epiphaneia – manifestazione – e non come imago – immagine o rielaborazione mnemonica ): “En oniro fos esti, en kefalé thanatos” (nel sogno è la Luce, nel cervello la morte);
  • il rito (che come sappiamo possiede una forte capacità evocativa);
  • la preghiera. Per quest’ultima va distinta la recitazione sotto forma di giaculatoria di talune preghiere che hanno prevalente natura di “mantra” dalla preghiera spontanea nel silenzio del proprio intimo, in cui ci si rivolge direttamente a Dio per chiedere, per ringraziare, per parlare con Lui, per consegnarci serenamente nelle Sue mani o, almeno, per tentare di farlo;
  • la meditazione per attuare la quale occorre apprendere delle tecniche;
  • infine il cammino iniziatico.

 

Il Sogno

 

Esso rimane per gran parte ancora un mistero. La scienza umana lo ha lungamente studiato ed ha effettuato esperimenti per scioglierne i nodi e carpirne i segreti. Tale fenomeno, che appartiene alla fisiologia umana, è condiviso anche da gran parte delle specie animali.

La scienza dei nostri giorni ci racconta che il sonno fornisce innanzitutto riposo al nostro corpo stanco per le attività svolte nella giornata: esso permette lo svolgimento di attività chimico-fisiche dei vari organi (fegato, reni etc.) che riportano in equilibrio l’organismo affaticato; nello stato di sonno si svolge anche un’intensa attività elettrica; molteplici sono infatti le operazioni che espleta il nostro cervello: vengono fissati ricordi, vengono operati dei “resettaggi” (per dirla con termini cari alla scienza informatica), vengono riequilibrati aspetti psicologici ed emozionali che hanno interessato la persona durante la giornata (per es. frustrazioni nell’ambito del posto di lavoro, in famiglia, o altro).

Il processo inizia mediante una fase di cd. curarizzazione : il corpo cioè entra in uno stato di torpore ed opera una sorta di deafferentamento della mente. E’ questa la condizione che più ci interessa in questo ambito. E’ esperienza comune quella di constatare come, durante il sonno, la mente sembri vagare, priva di guida, in processi irrazionali o percorrere successioni di immagini che al risveglio, sottoposte al vaglio razionale, appaiono un non-sense.

Sui sogni molto è stato detto e scritto sia da parte della scienza che da parte degli psicologi.

L’attività onirica, sappiamo, si palesa nel corso delle due fasi di entrata nel sonno e di uscita da esso: rispettivamente la ipnagogica e la ipnopompica, ma anche in quella definita REM (rapid eyes mouvements).

Ciò che a noi preme di più è però poter individuare l’origine dei sogni. Quest’ultima infatti non è univoca e pertanto dobbiamo distinguere il sogno in due categorie che potremmo definire: imago e fanìa (immagine e apparizione). Mentre la prima trova sicuramente origine nella macchina/cervello – sia pure dovuta alle più varie cause, da quelle digestive a quelle di natura psicologica -, la seconda ha un’origine più oscura e, potremmo dire, misteriosa.

Il sonno, proprio perché agevola la deafferentazione del corpo fisico da quello psichico1)1. Molti parlano di distacco del corpo astrale da quello fisico durante il sonno; un distacco non completo poiché il collegamento tra corpo fisico e corpo astrale verrebbe mantenuto dal cd. cordone d’argento – una sorta di filo energetico (taluno dice allungabile all’infinito, ma ciò presupporrebbe una dimensione spaziale) – che consentirebbe all’astrale di viaggiare in tale universo sottile della realtà mantenendo il collegamento e la vita del corpo fisico. (l’anima, secondo taluni), crea talvolta le condizioni per far sì che il nostro corpo sottile o astrale entri in contatto con la dimensione nascosta. E’ il momento in cui abbiamo l’occasione per affacciarci su realtà apparentemente ignote o particolari; esse spesso ci appaiono avvolte da un’atmosfera di grande pace; ci è inoltre consentito di incontrare persone sia defunte che viventi. La nitidezza delle sensazioni che tali sogni a volte ci provocano può essere di tale forza da persistere per tutto il giorno successivo ed a volte perfino per tutta la vita.

E’ da dire che anche questi ultimi contatti, pur nella loro peculiarità, si traducono in definitiva in immagini; ciò avviene perché si rende necessaria una sorta di transduzione: la percezione immateriale del mondo nascosto, grazie all’azione di “interfaccia” del corpo eterico, viene trasferita al cervello (fisico) che traduce in immagine quanto percepito; così, se il contatto riguarderà ad es. un nostro parente defunto, la percezione di costui verrà tradotta nell’immagine fisica che è custodita nei ricordi della persona che sogna ed analogamente avverrà per il colloquio; quest’ultimo infatti si svolge attraverso una sorta di telepatia ma, appena trasferito nel cervello, viene da questo tradotto in un colloquio di tipo verbale – come se questo si fosse svolto con l’uso dei mezzi fisici – e come tale viene fissato nella memoria cefalica.

Va subito detto che non sempre questi contatti vengono tradotti e poi trasferiti nell’ambito cerebrale; non di rado essi rimangono infatti ignoti alla nostra coscienza fisica.

Il fenomeno era sin dall’antichità considerato un canale attraverso cui comunicare con le entità superiori. Omero nei suoi capolavori, Iliade ed Odissea, più volte descrive incontri tra divinità ed uomini mortali e non di rado racconta di ispirazioni divine ricevute dagli eroi umani; tali fenomeni vengono raccontati dal poeta quasi che fossero eventi tutt’altro che inconsueti negli uomini del suo tempo così come per quelli che lo avevano preceduto, facendo sorgere legittima l’ipotesi che un tempo nell’uomo fosse  più attivo di ora il canale immaginativo ed ispirativo.

Molteplici, inoltre, i casi riportati nella Bibbia. Nel Vangelo di Matteo, ad es., attraverso il sogno vengono avvisati i Magi di non tornare da Erode: “Quindi, avvertiti in sogno di non passare da Erode, per un’altra via fecero ritorno al proprio Paese” ( Mt. 2-12); Giuseppe, in Mt. 2-19/23, viene avvisato per due volte in sogno dall’angelo del Signore; ma gli esempi potrebbero continuare.

Il fenomeno appena descritto costituisce una residuale, atavica capacità di cui erano dotati i nostri antenati nell’epoca Lemuro/Atlantidea, un’epoca in cui la conoscenza avveniva attraverso quello che chiamavano  “il serpente” , una sorta di appercezione – conoscenza immediata non razionale – simile a quella di cui sono dotati taluni sciamani di società tribali presenti ancora oggi nel nostro pianeta.

Piccoli residui di tali capacità permangono tuttora in noi uomini del XXI secolo. Non si usa forse l’adagio che recita : “La notte porta consiglio” ? Un detto popolare che trova origine da esperienze non infrequenti; problemi banali del vivere quotidiano spesso trovano soluzione al mattino al momento del risveglio. Anche talune intuizioni di carattere scientifico possono affacciarsi alla mente del ricercatore durante il sonno.

Per le ragioni suesposte il sonno viene spesso equiparato alla morte: esso ci dice molto più di quanto poi siamo capaci di comprendere.

Quando la sera ci corichiamo moriamo in certo qual modo al mondo fisico; il tempo si annulla poiché ne perdiamo la percezione; i sogni danno ristoro alla nostra psiche e, l’indomani, al risveglio, rinasciamo ancora una volta al mondo degli affanni, degli assilli, delle fatiche e soprattutto di quei quesiti che troppo spesso vogliamo evitare, ma ai quali, se posti, non saremmo in grado di dare risposte razionali: “Chi siamo? Da dove proveniamo? Qual è il nostro destino? Esiste una divinità creatrice?”.

 

 

Il Rito

 

Rito proviene dal termine sanscrito  “Rita”, ed in sanscrito vuol dire regola, intesa come “normale” (attività cioè secondo la norma).

Elemento essenziale del rito è la reiterazione puntuale di una certa attività in un certo tempo; essa ripetitività è costituita da comportamenti, gesti, parole. Immaginiamo, quale esempio, un rito che molto di frequente viene celebrato nelle case – il più delle volte inconsapevolmente, specie al giorno d’oggi, più consapevolmente nella società rurale di un secolo fa – : la cena. Il consueto ritrovarsi e, alla medesima ora, apparecchiare la tavola, sedersi insieme ai propri familiari, consumare il cibo, scambiarsi pensieri.

Una cena così intesa non è solo assunzione di cibo per il corpo ma, un po’, anche per l’anima. Che cosa si intende fare nel rito della S. Messa? Più persone si riuniscono nello stesso luogo, da secoli vengono ripetuti gli stessi gesti e vengono proferite le stesse parole da parte del celebrante e degli astanti; il rito è sempre uguale, ovunque. Tale comportamento ripetitivo ha lo scopo di indurre coloro che vi partecipano ad assumere un atteggiamento mentale che predisponga e canalizzi l’accoglimento del Divino. Il rito si trasforma così in una forza di richiamo, di evocazione… ed il Divino si presenta, o, meglio, si rende più percepibile da noi. Si badi che da sempre, e per scopi vari, non solo religiosi, l’uomo ha fatto ricorso al rito; basti ricordare il rito di incoronazione di un re, la nomina di un cavaliere, e ancora oggi, il saluto alla bandiera di una nazione o l’esecuzione dell’inno di un paese in occasioni ufficiali e pubbliche. Ciò perché il rito ha la capacità di muovere delle energie a noi ignote sul piano razionale e materiale. Il più delle volte, se il rito ha carattere religioso (e qui è bene sottolineare che non v’è distinguo tra una religione o l’altra), viene accompagnato dalle orazioni dei partecipanti; tali preghiere possono essere rituali o meno ed hanno lo scopo di indirizzare le forze che si intendono evocare. E’ importante che si sappia che sollecitare energie per canalizzarle verso scopi egoistici, o peggio in danno di altri, comporta un grave ed oneroso prezzo, poiché comunque la legge del Karma, come destino ineludibile, farà in modo che venga ricucito lo strappo provocato dal non-amore.

 

 

La Preghiera

 

Che cosa è la “preghiera” ? Non dovrebbe essere difficile la risposta poiché è atto, azione, atteggiamento che tutti i fedeli delle varie espressioni religiose pongono in essere per “parlare con Dio”, per necessità interiore, ovvero per soddisfare un obbligo religioso, per richiedere all’Alto ciò di cui si ha necessità sia sul piano materiale che su quello spirituale.

Non possiamo trascurare di porre la  nostra attenzione su questa importante forza energetica che può liberarsi attraverso la preghiera ed al modo in cui questa debba essere formulata.

Nei Vangeli è indicato che la preghiera deve essere intima e perciò da pronunziarsi al chiuso della propria stanzetta; non deve essere verbosa ed altisonante, ma spontanea e con parole sincere che vengono dal cuore, ‘sì da essere più gradite a Dio che aspetta il contatto dal proprio figlio che Lo cerca e Lo invoca.

La preghiera per eccellenza, come sappiamo, è quella che insegnò Gesù ai Suoi discepoli che Gli avevano chiesto come avrebbero dovuto pregare; essa è nota a noi cristiani come “Il Padre Nostro”, il cui significato appare tuttavia per molti versi oscuro.

 

Da una comunicazione del  2007

 

Non può esservi distinzione tra preghiera lecita e non poiché non v’è in realtà discrimine. Si può chiedere per se stessi ed ottenerlo, si può chiedere per altri ed ottenerlo.

Ad esempio il pittore austriaco (Adolf Hitler – n.d.r.-) che sognava il regno millenario chiese il potere. E lo ottenne. Nessuno glielo negò.

Tutti, dunque possono chiedere per sé o per altri. E tutto ciò che desiderano. E tutto quanto sarà stato richiesto sarà esaudito… a meno di una variabile: la forza della preghiera e l’indirizzo cui è rivolta.

Posto che non sussiste alcuna reale dicotomia fra “Spirito” e “Materia”, ed essendo l’Uno Unico e Solo, tutti gli individui fanno parte della sola unica realtà che in Dio è e vive. Or dunque, se io mi rivolgo ad una parte di me stesso – una più bassa, od una più alta, non importa – io avrò soltanto evocato quel “Conosci Te Stesso” che evocherà a cascata le forze che – ignote fino ad allora – appena conosciute avranno possibilità di dispiegarsi ed agire. Ciò vale analogamente per i “Miracoli”. Si badi che il miracolo può avere versione proiettata al Bene… od al Male (essenzialità inesistenti secondo i canoni umanamente intesi): così quel pittore pregò – potremmo dire – tanto fortemente da aggiogare l’intera Europa in pochi anni. Miracolo? Sì. Un miracolo… in negativo. Materiale. Umanissimo? Divino? Né l’uno né l’altro. Il mero risultato della coniugazione poderosa e capace di “Spostare le Montagne” fra i tre Corpi, “in preghiera”. Preghiera verso Dio… e cioè verso Sé STESSI.

Ecco che cosa vuol dire veramente “Pregare”. Vuol dire il “Conosci Te Stesso” per rivolgerti a Te Stesso, e dunque all’Unica Origine da cui hai preso partizione. Puoi rivolgerti all’infimo od al supremo, oppure alla via che sta in mezzo. Puoi chiedere materia, potere, sesso, felicità, conoscenza e.. persino Dio!. Tutto sarà esaudito da Te per te; a seconda della forza di Libertà che imponi nella preghiera. A seconda della capacità di conoscere te stesso.

Rimane – indubitabilmente – il problema della preghiera “morale” rispetto a quella “immorale” (e non già, dunque, di quella “lecita” rispetto all’illecita – che non esiste).

 

Così, in tale chiave, proviamo a reinterpretare “La Preghiera” come ci viene suggerito dalle Guide:

 

“Padre Nostro che Sei nei Cieli”

O Tu dalla Cui Partizione provengo, e che permani al di là di me (ordinario) poiché non so conoscerTi

“Sia santificato il Tuo nome”

Sia reso Santo e Trascendente il Noùmeno a me inconoscibile che mi porta l’idea di Dio.

“Venga il Tuo Regno”

Sia realizzato il coniugio fra i tre Corpi, tale che io possa dirmi – conoscendo me stesso – unica parte di Te e dunque della Natura che essendo il Tuo, è anche il Mio Regno

“Sia fatta la Tua Volontà, così in Cielo come in Terra”

Sia fatta la Mia Volontà che è la Tua. Poiché Tu lasciandomi Libero fai ‘sì che io possa dispiegare per intiero la mia volontà. Dunque Tua e Mia Volontà Unica Volontà nel Determinante di Libertà.

“Dacci oggi il nostro pane Quotidiano”

Dammi ciò di cui ho bisogno (non dunque soltanto spirituale); dammi la materia se della materia Tu che in Me sei Tu hai (non bisogno) realtà di esplicitazione di Te nella Libertà di essere il Tutto ed il contrario di Tutto; il Bene e financo ….

“Rimetti a noi i nostri debiti come li rimettiamo ai nostri debitori”

Aiutami – o Tu che sei Me – a capire come ricucendo il male fatto si ricucirà la realtà divina di me; cosicché chi riparerà per me riparerà anche per sé; e dove riparerò per altri riparerò anche per me. Essendo io e gli Altri l’unico Uno.

“E non lasciare che la tentazione mi induca al Male”

E fa’ ‘sì che colà dove sarò tentato di rivolgermi soltanto all’ordinario – che del tutto lecito è – non mi disperda ed affoghi in esso, e nei sui piaceri, e nelle sue tentazioni, dimenticando ben migliore gaudio che il riportarmi a Te non può non comportare. Rendimi, dunque, non dimèntico della mia Natura con il lasciare che la maschera della pantomima m’inganni.

“Ma liberami dal Male”

Forse – o Signore – non sono da tale volo le mie ali; ed allora, laddove non riuscirò, va’ Tu contro le regole e porgimi la Mano della Provvidenza. Poiché la mia forza non riuscì a far di me ciò che il mio Sé aveva deciso. Ma .. riproverò. Poiché Tu mi dai sempre Libertà

“E così sia”.

 

 

 

La Meditazione

 

Da tempi immemorabili l’uomo ha applicato molteplici tecniche di meditazione. Praticate in passato prevalentemente in paesi orientali, oggi si sono diffuse anche in occidente. Le tecniche sono le più svariate e tutte efficaci. Possono essere apprese p.es. presso scuole di yoga, ma anche attraverso pubblicazioni specializzate. Lo scopo della meditazione è in sintesi quello di fare il silenzio ed il vuoto mentale, di spegnere cioè il pensiero nella nostra mente (cosa tutt’altro che semplice) e lasciare che fluisca… il non-pensiero! Svuotàti dal pensiero che ci inganna e fuorvia, finalmente ci riempiamo; di cosa? Di tutto! In altri termini abbandoniamo il pensiero analitico delle parcellizzazioni e dei contrari (che ci fa vivere nel mondo degli specchi che ci rimandano immagini frammentarie) per entrare nel pensiero assoluto. Nello stato meditativo non vanno espressi giudizi, valutazioni, previsioni, commenti. L’abitudine a tale stato. induce pian piano il praticante a rompere alcuni legami del consueto modo di vedere le cose; si apprende in certo senso a vedere la realtà secondo quello che oggi verrebbe definito “pensiero trasversale”, ma soprattutto ci si accosta alla conoscenza. La reiterazione di una delle molteplici tecniche di meditazione (ciascuno potrà adottare quella che troverà più confacente e naturale) consente dapprima di diventare avvezzi al non pensiero; poi di giungere al pensiero intuitivo; quindi a quello ispirativo; infine alla immediata apprensione del vero: essa è folgorante ed immediata; scavalca d’un baleno tutte le faticose connessioni della logica razionale e dei dubbi che questa porta inevitabilmente con sé per fluire di getto.

 

 

Il Cammino Iniziatico

 

 

Molti sono i percorsi iniziatici poiché molteplici le metodologie possibili. In tutti i tempi (a partire dalla fine dell’era Lemuro/atlantidea ) si sono attuate innumerevoli forme di approccio iniziatico. Ciò allo scopo di pervenire alla Conoscenza del Vero che, in un tempo remoto, era accessibile attraverso quello che veniva chiamato “Il serpente”: l’interiora terrae; era il tempo in cui l’uomo, meno cosciente della propria individualità, attingeva spontaneamente conoscenze dalla terra (qui intesa come serbatoio di sapere cosmico) cui si sentiva legato e collegato mediante canali sottili, animici.2)2.  Un retaggio di tale canale  di conoscenza lo ritroviamo nell’antica Grecia, in epoca antecedente il profetismo classico Vi erano colà luoghi di culto e di rivelazione che facevano capo a donne dotate di chiaroveggenza chiamate “Pizie” (dal termine Pythos = pitone). Le veggenti erano in grado di formulare profezie – si riteneva – grazie alla “pitonessa”, un serpente  femmina che traeva la conoscenza direttamente dal ventre della terra al cui interno teneva immerso parte del suo corpo .

Ancora oggi abbiamo prove iniziatiche che appartengono a riti tribali. Inoltre, inconsapevoli prove di iniziazione (spesso in forma distorta e volgare) vengono tuttora imposte ai “novizi” nelle strutture militari o in taluni colleges.

Il catechismo di una arcaica setta pitagorica, quella degli Acusmatici (che si contrappose ai Mathematici) chiede e risponde:

 

“Cosa vi è nel Tempio di Delfo?”

“La Sacra Tetraktis poiché in essa è l’armonia, nella quale sono le sirene”

E’ uno degli Ainigmata della “Prova Morale” di Pitagora.

Gli Akusmatici (ascoltatori, e non senza suono o voce) permanevano in una caverna 3)3. Ciò ricorda molto da vicino i “koan” delle discipline Zen. Problemi di difficile se non impossibile soluzione razionale, cui tormentare ed arrovellare la mente per logorarla fino a sfinirla per permettere il raggiungimento del “satori” (illuminazione).oscura con una lavagna dove era scritto un Ainigma oscuro, cui dovevano dare risposta. Ed il più delle volte era errata questa. Per cui, taluni, indispettiti, inveivano contro il Maestro ed i compagni ed aspiranti Iniziati; tal’altri, invece, tentavano e ritentavano ancòra fino a potere essere ammessi all’anticamera dei Misteri.

L’ainigma posto agli acusmatici sintetizzava nelle poche frasi tracciate nel santuario di Delfo il percorso da affrontare e l’impegno da esercitare su loro stessi per il raggiungimento della Conoscenza ed essere ammessi ai Misteri. 

Le Sirene rappresentavano l’Armonia. In ogni sfera celeste vi è una Sirena che fa sentire la sua voce talché l’armonia delle sfere è la voce delle Sette Sirene (v.si quanto affermato da Platone).

La Legge della Tetraktis è una Legge di Quinta che svela i segreti del Cosmo.

E nello stesso santuario campeggiava la scritta posta sul frontone del suo ingresso: “Gnoti se auton” (conosci te stesso); il più saggio suggerimento che poteva essere rivolto a colui che si accingeva ad entrare nel sacro recinto, ma anche l’invito ad intraprendere la più ardua e più importante impresa concepibile.”

 

Uno dei riti più antichi di cui abbiamo potuto avere cognizione è la celebrazione dei Misteri Eleusini essendo giunto fino a noi grazie all’ “Inno a Demetra” di Omero.

 

I  Misteri  Eleusini.

 

In un tempo immemorabile una colonia greca, venuta dall’Egitto, aveva importato nella tranquilla baia di Eleusi il culto della grande Iside sotto il nome di Demètra4)4. Etimologicamente: De meter , in dorico, che diventa successivamente ghe meter ossia la madre gea. La madre terra, la dea produttrice., la madre universale, – figlia di Krono e di Rea e perciò sorella di Zeus – . Da quel tempo Eleusi era rimasta un centro di iniziazione.

Il mito di Demètra (Cerere per i Romani – da cui cereali-) e di sua figlia Proserpina (o Kore o Persefone), forma il centro del culto d’Eleusi. Nel suo senso intimo, questo mito è la rappresentazione simbolica della storia dell’anima, della sua discesa nella materia, delle sue sofferenze nelle tenebre dell’oblio, poi della sua resurrezione e del suo ritorno alla vita divina. In altre parole, è il dramma della caduta e della redenzione nella sua forma ellenica.

 

I piccoli misteri si celebravano nel mese antesterione (febbraio/marzo) ad Agrae, un borgo presso Atene.

Gli aspiranti, condotti in un recinto, assistevano ad una complessa rappresentazione del ratto di Proserpina, o Persefone: questa, non appena la madre Demètra si allontana, è avvicinata da Eros che con l’inganno la persuade ad odorare un fiore, un narciso, – da lui chiamato Desiderio – che le darà la conoscenza degli inferi e della terra. Ma, appena la fanciulla porta il fiore al volto inspirandone il profumo, si apre nella terra, accanto a lei, una voragine da cui esce un carro condotto da Plutone (Ade) il quale la rapisce trascinandola con sé nell’infero5)5. Il mito ricorda la disobbedienza di Eva ed Adamo a Dio e la loro conseguente cacciata dal Paradiso terrestre.. A nulla valgono le grida di aiuto della giovane a sua madre Demètra che solo più tardi e faticosamente scoprirà dove è stata condotta la figlia e, sotto minaccia di carestia sulla terra, otterrà da Zeus che la fanciulla, ormai sposa di Ade e regina dell’oltretomba, ritorni a lei sulla terra per circa due terzi di un anno (primavera, estate, autunno), periodo in cui infatti si osserva il risveglio ed il rigoglio della natura che dà i suoi frutti.

Ed Ermete dice agli adepti: ” Oh, aspiranti ai Misteri, la cui vita è ancora offuscata dai fumi della vita malvagia, questa è la vostra storia. Serbate e meditate questo detto di Empedocle: “La generazione è una distruzione terribile, che fa passare i vivi tra i morti. Un tempo voi avete vissuto la vera vita, e poi, attratti da un fascino, siete caduti nell’abisso terrestre, soggiogati dal corpo. Il vostro presente non è che un sogno fatale. Il passato e l’avvenire soli esistono veramente. Imparate a ricordarvi, imparate a prevedere”.

 

I Grandi Misteri che tenevano dietro ai piccoli e che si chiamavano anche Orge Sacre, non si celebravano che ogni cinque anni, nel mese boedromione (settembre/ottobre), ad Eleusi.

Queste feste, tutte simboliche, duravano 9 giorni; all’ottavo si distribuivano ai mysti le insegne dell’iniziazione, cioè il tirso (bastone contorto e nodoso sormontato da un viluppo di edera) ed un canestro, detto cista (cista mystica), che conteneva oggetti misteriosi. Il canestro era accuratamente chiuso ed era concesso aprirlo solo alla fine della iniziazione alla presenza dello ierofante (mostratore delle cose sacre).

Seguivano i riti e le rappresentazioni; poi gli adepti guardavano gli oggetti d’oro contenuti nella cista: una pigna – simbolo della fecondità e della rigenerazione – , un serpente a spire – simbolo della evoluzione universale dell’anima: caduta nella materia e redenzione per opera dello spirito;  un uovo – simbolo che allude alla sfera o perfezione divina, finalità dell’uomo – .

Il rito si concludeva con l’ultima parola Konx Om Pax (parole misteriose che in greco non hanno alcun senso). Si suppone, come sostiene Shuré 6)6. E. Schuré nel suo libro “I Grandi Iniziati”., che esse abbiano origine sanscrita: Konx verrebbe da Kansha (oggetto del più profondo desiderio), Om da Oum (anima di Brahma) e Pax da Pasha (ossia giro, mutamento, ciclo).

Così gli iniziati si identificavano a poco a poco con l’azione e, da semplici spettatori divenuti attori, riconoscevano infine che il dramma di Proserpina si compiva in loro stessi. Grande era allora la sorpresa! Se soffrivano, se lottavano come lei nella vita presente, avevano parimenti la speranza di ritrovare la felicità divina. Naturalmente ognuno poi prendeva coscienza di ciò secondo il suo grado di cultura e le sue capacità  intellettuali.

La descrizione dei Misteri è celebrata nell’Inno omerico a Demètra.

 

Quasi ogni popolo in tempi antecedenti al cristianesimo aveva una sua tradizione che si rifaceva ai Misteri: Romani, Celti, Druidi, Greci, Indiani, Persiani, Maya, Indiani d’America etc.

Perfino oggi, in Giappone, ai livelli più avanzati della disciplina del Ju-Jitsu – che sono noti soltanto ad una ristretta cerchia perché trattano di segreti ai quali partecipano solamente pochi –  l’allievo viene istruito con un corso di Misteri spirituali. Egli è costretto a sottoporsi ad una cerimonia d’iniziazione che richiede il suo strangolamento da parte di un maestro.

Per l’esecuzione dell’atto stesso ci vuole soltanto un minuto, dopo il quale il candidato giace su un lettino, in effetti morto. Durante questa condizione il suo spirito è liberato dal corpo e fa l’esperienza di visitare altre regioni al di là della nostra. Poi, quando il prescritto periodo di morte è passato, il suo maestro lo richiama in vita per mezzo di una misteriosa procedura il cui nome intraducibile è “KWAPPO”. Colui che emerge da tale meravigliosa esperienza è da quel momento un iniziato.

Tecniche similari venivano applicate al tempo di Gesù; una volta raggiunto un alto grado iniziatico il “discipulo” poteva essere indotto in uno stato simile alla morte per tre giorni e mezzo (forse mediante l’ingestione di droghe). Tale condizione permetteva un contatto col mondo sovrasensibile e, al risveglio, l’iniziato, che aveva raggiunto l’illuminazione, portava con sé il ricordo ed i segni della sconvolgente esperienza vissuta. Nei Vangeli la ritroviamo nell’episodio del “Figlio della vedova di Nain” e in quello più noto di Lazzaro; in quest’ultimo Giovanni ci racconta, in modo velato, la sua personale esperienza7)7. Secondo Rudolf Steiner Giovanni e Lazzaro sarebbero la stessa persona..

Viene da chiedersi da dove i Misteri Eleusini abbiano tratto origine e da che cosa. Probabilmente il primigenio nucleo approdato ad Eleusi, proveniente dall’Egitto, aveva portato con sé, quale patrimonio religioso, il culto di Iside colà praticato e probabilmente anche il rito iniziatico ad esso legato. Ma, è da presumersi, ove si abbia riguardo alle caratteristiche divine della greca Demètra, più che al culto egizio di Iside, che esso rituale fosse riferito alla dea HATHOR (Hat-Hor = dimora di Orus, ossia il cielo), la dea mucca, dea dell’abbondanza, delle messi e della natura in genere (la sua raffigurazione è con corna di bue sul capo e tra esse un disco solare). Il xx giorno del primo mese dell’inondazione veniva tenuta ogni anno a Denderah, centro principale del suo culto, una festa popolare, quella dell’“ebbrezza”. Per volere di Ra, la dea Hathor diveniva divinità dei morti e del mondo infero, per il quale prendeva nome ed aspetto mortifero di SEKHMET (la dea dalla testa di leonessa sormontata dal disco solare) moglie di Ptah (il modellatore, l’artista, che i greci – guarda caso – identificavano con Efesto). E’ pertanto ipotizzabile che Demetra/Kore (da molti indicate come un’unica entità divina e non come madre e figlia) altro non siano che la versione greca delle omologhe divinità egizie Hathor/Sekhmet.

Ma che cosa, le une e le altre, vogliono indicare e significare nei riti ad esse legati e nei Misteri da attraversare? Quale il simbolismo celato?

Come per il passaggio nel mondo infero della tenebra di Osiride ucciso e smembrato da Set ma ricomposto – salvo che per il pene – da Iside (moglie-sorella) che lo riporta in vita8)8. Osiride – identificantesi nel disco solare muore ogni giorno al tramonto sprofondando ad occidente fino a scomparire inghiottito dalla terra per risorgere da essa ad oriente il mattino successivo. e dal quale concepisce, miracolosamente, un figlio Orus;

come nella mitologia cristiana Adamo perde il paradiso terrestre, dopo aver mangiato il frutto proibito che gli conferisce la conoscenza del bene e del male ed emigra nella terra infera del dolore ove vive negli stenti e nella nostalgia di quanto perduto;

come nella parabola evangelica del figliol prodigo;

come nell’Odissea, in cui sembra vengano riproposte in chiave simbolica le vicissitudini cui va incontro l’anima umana (la partenza dalla terra natìa per combattere la guerra di Troia, poi il ritorno travagliato in patria ed in fine la cacciata dei Proci dalla propria casa – evento affine alla cacciata dei mercanti dal tempio citata dai Vangeli-);

così sembra che i racconti di tutti i tempi facciano riferimento ad un unico mito: ed il mito altro non sarebbe che la storia dell’uomo, la storia di ciascuno di noi, o meglio del nostro spirito che, abbandonato il paradiso, si immerge nella materia per sperimentarla e conoscerla;  ma, in tale esilio volontario, sente pur sempre la nostalgia di quel paradiso di cui conserva appena un appannato remoto ricordo; della cui reale esistenza persino dubita, ma verso cui avverte una inspiegabile quanto irresistibile attrazione. Il mito racconta anche del cammino che segue lo spirito per fare ritorno alla Fonte sua Prima.

In fondo la storia ci fu già accennata sotto forma di fiaba. La Guida ci narrò la storia del figlio d’un re che volle uscire dalle mura del Regno per conoscere l’altrove ove regnava dolore e disperazione e dove avrebbe perso memoria del regno paterno….

Nella simbologia dell’inno si ha quasi l’impressione di assistere ad un… eterno prima ed un eterno dopo – passi la contraddizione in termini – : quel prima in cui madre e figlia vivono in unione quasi inscindibile, in una sorta di perfezione immobile, ed un dopo costituito dalla loro separazione, quasi che l’unità ad un tratto – a causa, se guardiamo con attenzione, dello stesso desiderio di Persefone – diviene dualità; e ciò poiché l’anima (simbolicamente rappresentata da Persefone) decide di “conoscere” così come conoscono gli Dei. E per tale conseguenza perde la sua condizione di staticità beata per immergersi nel mondo infero. Ma tale scelta comporta accettazione del dolore: dolore per il distacco, dolore per la perdita. Di qui la risalita verso il mondo della luce, verso cioè Demetra che continua instancabilmente a chiamare e a cercare la figlia finché, ritrovatala, ottiene il suo pur temporaneo ritorno; infatti ormai nulla potrà essere come prima: Persefone è comunque sposa di Ade.

Dice il Simeoni “L’atto di Ade è un sottrarre Demetra dall’utero materno per portarla in un mondo dove dovrà vivere attraverso le proprie scelte”. Dunque un percorso di libertà; ed infatti Eros non impone ma propone la primitiva scelta.

Dice ancora il Simeoni: “ Il rapimento di Persefone è il capolavoro di Ade , è l’atto con cui Ade arricchisce l’Essere Natura con un nuovo genere di Esseri. Non più solo Esseri che sviluppano se stessi nella Luce, ma anche Esseri che formano se stessi nell’oscuro per poi continuare a svilupparsi nella Luce. Come Socrate che nella caverna intravede la luce della conoscenza alla quale tende, così ogni Essere è in una caverna e modifica se stesso per tendere a quella luce”.

Nella catechesi della religione cattolica un aspetto viene ignorato o forse volutamente taciuto: il carattere iniziatico del messaggio cristico. Tutto è permeato, a ben guardare, da riti e da gradi iniziatici (si pensi al battesimo e poi alla cresima; ma in verità ogni sacramento altro non è che un non inteso grado di iniziazione).

Gesù era un Grande iniziato, come abbiamo visto nel volume 1° e 2°, e ciò che divulga è insegnamento atto a far pervenire i suoi seguaci ai gradi di iniziazione di cui era Maestro. Molteplici passi evangelici raccontano e illustrano, per chi sappia leggervi,  proprio tale aspetto.  Questo è lo straordinario messaggio cristico: nulla più verso l’interno ma tutto verso l’esterno! La rivelazione di Gesù è, in certo qual modo, violazione del segreto fino ad allora custodito e mantenuto dalle scuole iniziatiche che perseguivano in modo ferreo tale impegno.

 

Vediamo la questione riferita all’uomo di oggi:

 

Il primo passo da compiere è il raggiungimento della Coscienza di (minuscolo), che comporta il riuscire a conoscersi effettivamente. Chi sono io?”. QQuesta è la prima domanda che mi dovrò porre con instancabile determinazione. Epperò, non dovrò tentare di darmi una risposta, ma attendere in silenzio che la “Verità” produca pensieri e percezioni senza parole dalla parte più nascosta e profonda di me stesso; perché, invero, fra il conoscere intellettualmente ed il realizzare la “Conoscenza nella Coscienza” v’è un abisso incommensurabile. In tal guisa, allora, dal profondo della mia Coscienza avvertirò come irreale ciò che, pur considerato reale dalla ragione umana, è per contro transeunte e caduco rispetto all’Unicità dell’“Uno”: la vita umana, un istante di sogno nell’oceano infinito e sereno della Realtà Eterna Unica ed Universale dell’Uno-Dio.

Tuttavia, l’illusione umana della realtà del (minuscolo) e del mondo della materia in cui esso è immerso è indispensabile al (maiuscolo), il quale, per conoscere e conoscerSi, ha scelto di acquisire l’esperienza della materialità, e cioè dell’incarnazione. Né ci è dato di sapere attraverso quali eventüali altre esperienze sia passato il (maiuscolo) attraverso le infinite dimensioni dell’essere.

Dal momento che ogni ciclo di esistenza si chiude e conchiude con l’intervento dello Spirito Santo, Che alimenta la vera Coscienza di Conoscenza in merito all’esperienza maturata dal (maiuscolo) attraverso la vita vissuta dal sé (minuscolo), è pacifico che la “forma” umana (cioè: il corpo organico con il proprio – minuscolo) deve finire nella morte fisica per dare Vita vera, ovverosia Coscienza, al (maiuscolo).

Il secondo passo da compiere è prendere Coscienza del proprio (maiuscolo), che comporta il riuscire a conoscere effettivamente la “Natura Divina” che ciascun uomo possiede: Chi sono veramente io?”. Questa è, dunque, la seconda domanda che dovrò pormi con la medesima instancabile determinazione. Epperò, e parimente, non dovrò tentare di darmi una risposta, ma attendere in silenzio che questa volta parli in me la “Voce della Coscienza” (la “Coscienza Morale” di kantiana memoria), ch’è “Grazia Divina” suasiva all’“Accoglienza” dei Fratelli ed alla “Riconciliazione” con essi, e che, in uno, è “Amore”; Amore come mano protesa, che offre e non richiede, verso il vuoto abissale dell’esistenza dell’altro. Solo per questa via l’oscuro e misterioso intervallo fra nascita e morte, vale a dire la vita ordinaria di ogni essere umano, troverà il proprio più autentico e profondo significato.

Il passo che segue verrà, così, naturalmente; ‘ché, quasi inavvertitamente, sentirò di averlo superato quando, abbandonata la consuetudine di cercare razionalmente per ritrovarmi sempre nel buio senza lucerna, mi accorgerò che, come il Cristo s’identifica con il più piccolo dei Fratelli perché lo ama, anch’io, essendo riuscito ad amare veramente il Fratello, ed anche il più piccolo e financo l’ultimo tra gli ultimi, riuscirò a scorgere il Cristo ch’è in lui; cosicché, attraverso il Cristo e nel Cristo (attraverso, cioè, l’Amore e nell’Amore, ch’è Accoglienza), riuscirò ad essere il Fratello ch’è nell’altro, ma pure, e proprio per questo, ad essere io stesso il Cristo: “Sono stato crocifisso insieme a Cristo; vivo, però, non più io, ma vive in me Cristo”, come Paolo che fu di Tarso ebbe a proclamare in un tempo lontano ormai ma sempre vivo.

Note

Note
1 1. Molti parlano di distacco del corpo astrale da quello fisico durante il sonno; un distacco non completo poiché il collegamento tra corpo fisico e corpo astrale verrebbe mantenuto dal cd. cordone d’argento – una sorta di filo energetico (taluno dice allungabile all’infinito, ma ciò presupporrebbe una dimensione spaziale) – che consentirebbe all’astrale di viaggiare in tale universo sottile della realtà mantenendo il collegamento e la vita del corpo fisico.
2 2.  Un retaggio di tale canale  di conoscenza lo ritroviamo nell’antica Grecia, in epoca antecedente il profetismo classico Vi erano colà luoghi di culto e di rivelazione che facevano capo a donne dotate di chiaroveggenza chiamate “Pizie” (dal termine Pythos = pitone). Le veggenti erano in grado di formulare profezie – si riteneva – grazie alla “pitonessa”, un serpente  femmina che traeva la conoscenza direttamente dal ventre della terra al cui interno teneva immerso parte del suo corpo .
3 3. Ciò ricorda molto da vicino i “koan” delle discipline Zen. Problemi di difficile se non impossibile soluzione razionale, cui tormentare ed arrovellare la mente per logorarla fino a sfinirla per permettere il raggiungimento del “satori” (illuminazione).
4 4. Etimologicamente: De meter , in dorico, che diventa successivamente ghe meter ossia la madre gea. La madre terra, la dea produttrice.
5 5. Il mito ricorda la disobbedienza di Eva ed Adamo a Dio e la loro conseguente cacciata dal Paradiso terrestre.
6 6. E. Schuré nel suo libro “I Grandi Iniziati”.
7 7. Secondo Rudolf Steiner Giovanni e Lazzaro sarebbero la stessa persona.
8 8. Osiride – identificantesi nel disco solare muore ogni giorno al tramonto sprofondando ad occidente fino a scomparire inghiottito dalla terra per risorgere da essa ad oriente il mattino successivo.

 

Struttura dei corpi: Ordinario, Sottile, Causale, Grande Sé.

 

Da una comunicazione del 2006

 

 

Al di là allora delle definizioni e dei nomi che vorremo dare, continuiamo col dire che se il corpo – lo chiameremo “ordinario” – va verso la sua fine naturale, il corpo che chiameremo “Sottile” permane verso la proiezione che ultima confina con il corpo che chiameremo “Causale”.

Sono diversi modi di computare, con il cervello computazionale, l’essenza e l’Essenza della realtà.

Non a caso il confine fra i tre corpi di cui detto è sfumato ed evanescente come luce che trasfonde fra tre strati di vetro; o meglio di lastre pellucide.

Quando noi lasciamo il nostro corpo ordinario, passiamo – valga per tutti il saperlo – da una condizione di presenza fisica sul mondo che siamo stati invitati a vivere, ad una condizione di contatto più permeante con il corpo Sottile che rappresenta il nostro modo d’essere noi stessi. Ma il corpo ordinario è agganciato a ciò che in vita ha percepito come proprio e verso cui è stato indirizzato dalla stessa realtà della materica essenza.

Esso corpo ordinario – si badi – non è qualcosa di distaccato, ma è qualcosa di distaccabile al momento in cui è il momento ed il Tempo!

Se il corpo Sottile prende coscienza della perdita è soltanto perché il Causale ha imposto la perdita. Ma il Causale non è padrone e signore dei tre corpi – sé compreso – ; esso e tutti insieme i tre sono governati dal Sé che li coordina (diremmo in termine computazionale).

Ed allora la realtà che viviamo è composta dai tre strati di lastre pellucide, e nel – per così dire – “Guardaroba” dell’Eternità vi sono soltanto Corpi Causali; quelli, cioè, che saranno chiamati, se voluti, dai Grandi Sé.

Cosa vuol dire tutto ciò?

Vuol dire semplicemente che la nostra percezione umana, finché crediamo, “crediamo” di vivere nel pianeta scelto (fra i tanti) è naturalmente correlata al corpo ordinario. Esso è correlato e composto da tutto ciò che l’attrae e verso cui indirizza l’andare. Ma l’ordinario è guidato dalle emozioni che sono collegate, anzi inserite, nel Sottile, il Quale è il vero corpo della realtà come umanamente ogni uomo riconosce nel rapporto d’affetto, antipatia, stima, interesse, e quant’altro con ogni altro uomo. Infine, a meglio specificare il tutto, v’è il Causale che – siccome il termine qui usato indica con precisione – è fonte e scaturigine “causale” d’ogni azione che dal Sottile viene decisa perché l’ ordinario la compia.

Ma a complicare le cose – interviene il Sé. Il Sé non è entità che penetra i tre corpi, o li indossa come maschere per dimenticare d’essere Partizione del Grande Unico SE’. Esso è il – come dire – “pilota” del “viaggio” , il quale, scelto il mezzo e tutto ciò che il mezzo potrà compiere, intraprende effettivamente il viaggio. E non beve nulla dal mitologico fiume Lete (dunque non ha oblio di alcunché), ma soltanto chiude ogni possibilità d’interferire con la triade nella quale e con la quale ha deciso d’intraprendere il viaggio.

Così il bimbo che nasce! Non più, però il giovinetto, ed ancor meno l’adulto, né meno ancora il vecchio. Ma soltanto se il viaggio ha compiuto il percorso previsto e – possibilmente – programmato.

In altri termini è durante il viaggio che, condotto dai tre mezzi intersecatisi fra di essi, il Sé perviene a migliore coscienza di “se stesso” prima e di “Se Stesso poi”.

La possibilità che il progredire del viaggio dia spazio alla coscienza del Sé non deriva dal viaggio stesso e dal compimento di esso, ed infine dal bilancio che il Sé fa del viaggio. La coscienza del Sé deriva invece dalla “Comunicazione” costante e progressiva con i tre mezzi che ha scelto antecedentemente al viaggio.

Se – ad esempio – Noi abbiamo scelto mezzi agili e ben attrezzati, ed armati e di cornucopia di doni ricolmi, e, dopo esserci immersi nella realtà materiale del vivere materico abbiamo appetito il Cielo, allora va da sé che il Nostro Sé ha comunicato con i tre mezzi perché l’esperienza di tali tre mezzi ha permesso detta comunicazione.

Insomma non vi sono compartimenti stagni ma un’unica realtà di intersecazione “non Computazionale” che alla fine è quello che – si permetta la perifrasi – è il “Grande Gioco del Grande Eterno Fanciullo” che è l’unico Essere che perennemente, ed apparentemente immutabilmente, ma diveniente eternamente, E’!

Ora ritornando al nostro problema che è quello della realtà che preme al corpo Sottile (si badi non all’ordinario carco di gravame di sensi e pulsioni istintuali), che è, per se stessa definizione, albergo delle emozioni, degli apprezzamenti di valore morale, del dolore e della gioia, ed in fine anche dell’amore umanamente inteso, v’è da dire che esso, al momento della morte del fisico, si distacca, o per meglio dire si porta verso migliore evanescenza, in una dimensione che si pone al confine fra il tempo materiale umano e quello immobile della realtà: intorno (a seconda delle aggregazioni da vincere) ai 40 giorni terrestri; tale tempo apparrebbe all’uomo incarnato nel suo ordinario.

E’ questo il tempo dell’umano registrare il tempo che permette al Sottile di scollarsi dall’ordinario.

Succede che poi il Causale pretende a sé il Sottile, per portarsi infine (quest’ultimo n.d.r.) verso il Causale che tutto tale processo governa (sono semplificazioni che, dinanzi al reale incedere del processo risultano del tutto riduttive ed incomplete).

Eppure noi sappiamo bene che il problema che “ci” preme è il primo passaggio che individua lo spegnersi del corpo ordinario. Ed esso passaggio viene stabilito dal Sé per il mezzo del Causale attraverso l’intervento del Sottile.

I mezzi perché l’ordinario passi allo scollamento dal Sottile sono molteplici: v’è lo spegnersi semplicemente, e v’è il trauma. Altro non è dato e tutte le morti umane si ricongiungono a tali fattispecie.

Se v’è spegnersi v’è chiusura senza soluzione di continuo di un ciclo vitale, se v’è trauma v’è, invece, il troncare quella esperienza per due ordini di ragioni: o il ciclo è stato completato, e quindi si continuerebbe a vivere umanamente in giostra inutile, oppure il ciclo non serve più al Sé che se ne vuole disfare per progredire d’un balzo verso altro.

Non è caso di soffermarsi sui mezzi: ma all’umana voglia di conoscere l’abisso del mistero diremo, che – ad esempio – un modo per sciogliere lo Spirito dall’esperienza ormai conclusa, o non più utile, è quello di Or, la moglie di Lot (si rammenti la genesi biblica). Essa guardando verso Sodoma si trasformò in una colonna di sale. Dunque il guardare verso la materia e la vita terrena immerge nel sale, gonfia di sale trasforma in sale. All’incontrario, il perdere la realtà materiale e lo scollarsi dall’ordinario è…perdere sale!

 

 Cosa accade dopo la morte del corpo fisico?

Da una comunicazione del 2008

“(…) È quanto accade dopo il tunnel e la comparsa della Luce nelle anime che stavano per attraversare la soglia e nel mondo umano sono ritornate a raccontarlo.

Ciò VERUM EST!

Nell’esperienza di distacco dal corpo – e chi l’ha vissuta l’ha raccontata – v’è sempre una Luce (chi la definisce il Cristo, chi l’Angelo, chi in altro modo); e Questa Grande Luce chiede: “Sei pronto per morire, e passare verso la Casa?”; poi chiede: “Cosa puoi mostrare di ciò che hai fatto?”; poi chiede ancora: “Cosa ti sembra di sufficiente, fra ciò che hai fatto?”. Come in un rotolo con immagini in movimento, tutta la vita e le cose buone e le male scorrono allora, mentre accanto le Figure dei cari che ci furono compagni e fratelli nel mondo terreno, guardano e… sorridono. Non v’è condanna o minaccia nelle Parole della Luce; non v’è paura in chi deve dare risposte, anzi “vuole” dare risposte (e così raccontano).

Bene, quell’ “esame”, che non è tale, serve a farsi Perdonare.

Nessuno mi giudica salvo me stesso; giudicandomi, saprò scegliere, per la prosecuzione di me, il cammino più appropriato alla crescita della mia coscienza; così spesso è scelta di ritorno sul pianeta attraverso una rinascita in esistenza di dolore vuoi per espiare vuoi per amore verso chi ha necessità di capire.(…)”

 Il Perdono

Alla vendetta per il torto ricevuto, al paradigma “Occhio per occhio, dente per dente” di biblica memoria, il cristianesimo ha sostituito il “perdono” insegnando all’umanità come fare un grande balzo in avanti sul piano morale e spirituale.

Troppo spesso sentiamo profferire da taluno: “Nonostante il male che mi ha fatto io perdono quell’uomo!” o, al contrario: “Non lo perdonerò mai!” ed ancora: “chiedo giustizia per mio figlio ucciso da quell’uomo!”. Affermazioni di tal fatta sono quasi sempre l’effetto di una pulsione istintiva ed emotiva… attengono alla ricerca di qualcosa che ripristini un equilibrio turbato, denunciano l’aspirazione in costoro ad una giustizia umana, che molto si avvicina alla vendetta, nella speranza che questa sia di linimento al dolore che si avverte in conseguenza del male ricevuto.

Ma ciò attiene a questioni sociologiche o politiche. Altro è scandagliare tale questione su di un piano animico.

Come si diceva, talvolta, sia pur di rado, abbiamo sentito taluno profferire : “Si, io di cuore, perdono l’assassino di mio padre!”, un gesto davvero nobile che però vuole significare: “Non voglio legarmi a costui col nutrire nei suoi confronti sentimenti di ostilità e di odio, anzi lo compatisco perché si è macchiato di un orrendo crimine che tanto dolore mi ha provocato”. Eppure dobbiamo affermare con decisione che il perdono non compete a nessun uomo! Esso presupporrebbe la capacità di discernere in senso assoluto il giusto dal non giusto, impensabile cosa, ‘ché solo in Dio è riposto tale potere.

Perfino Gesù, l’Unto, sulla croce non perdonava i suoi aguzzini, ma invocava per loro il perdono da parte del Padre; l’Unico cui esso compete.

E’ del tutto evidente quanto sia sottile il passaggio (non a me è concessa facoltà di perdonare, ma al Padre; ed Io in NOME del Padre perdono te, o, meglio chiedo al Padre di perdonarti); a me rimane la sola facoltà di perdonare un unico e solo uomo al mondo:  me stesso!

E tale passo – come ci venne insegnato dalle Guide –  è propedeutico al cammino iniziatico:

 

“(…)Per seguire l’influenza che giunge dall’Alto – ‘chè questo, in verità è il senso dell’ammaestramento iniziatico – bisogna però, prima – direte – avere perdonato il fratello. Non è così!

Bisogna prima riuscire in un còmpito ben più difficile ed aspro (cui il perdono del fratello è conseguenza): bisogna prima PERDONARE SE STESSI.

Cosa è quest’affermazione che qualcuno potrebbe conoscere, ma che invero è ricoperta da nube di dubbio ed oscurità?

Incominciamo a dispiegare: un dispiegare che è soltanto socratico, maiuetico, e che poi dovrà essere proseguito da voi, da ciascuno di voi per se stesso.

Io non posso farmi Discipulo se non mi scelgo per essere tale; ma non potrò scegliermi quale Discipulo se non mi ritengo degno d’esserlo; e non mi riterrò degno se non mi sarò PERDONATO!

Ma cosa vuol dire perdonarmi? Attenzione: non vuol dire essere indulgente con le mie colpe; non vuol dire neppure avere capito che non voglio più erroneamente agire. Significa capire che quella che mi ascrivo è una Colpa. Ed è Colpa grave! Perché Colpa in Amore. Fate tuttavia attenzione: potrei anche ingannare l’inconscio, ma non la coscienza. Potrei dire a me stesso: ho tradito l’amico; non lo farò più perché ne ha sofferto. Ancòra non mi sarò perdonato.

Perdonarmi vuol dire analizzare me stesso guardandomi dentro; poi , vuol dire avere la chiarezza dell’azione che sto analizzando e definire se la colpa è dovuta a mia povertà di conoscenza, a mio disinteresse per l’altrui sorte, a mia sopravvalutazione del mio essere rispetto all’altro, a mia violazione della “Rita” (normalità, anche – qui – come norma); ed il Diritto vostro saprà riassumerli nella Negligenza etc.1)1. Il reato è da definirsi “colposo” se è conseguenza di negligenza, imperizia o imprudenza dell’autore del fatto.

Quando l’analisi sarà stata fatta bisognerà adottare un “metro” per misurare la colpa; ed esso metro – badate – sarà del tipo che vorrete scegliere; ma dovrà essere quello che, esaminata la colpa, e pronunciato il verdetto, dovrà darvi “acquietamento dell’anima”. Tale acquietamento non lo potrete raccontare alla ragione, ma soltanto all’Anima, al vostro IO Universaler, cioè. Se il vostro “IO” si acquieterà, avrete colto nella giusta analisi della Colpa, e conseguentemente vi sarete perdonati perché avrete “Riconosciuto” (senza inganno con voi stessi) la mala actio in Amore. Tutto ciò, non per una colpa, ma per TUTTE LE VOSTRE COLPE DI TUTTA LA VOSTRA VITA. Soltanto dopo il PERDONO di Voi a voi stessi, sarà possibile che Vi scegliate per essere Discipuli. Quindi possiate divenire sacelli di accoglimento del Vero senza più Inquietudine dell’Anima che con le sue scosse della coscienza vi avrebbe impedito di scegliervi.(…)”.

 

Ma ulteriori considerazioni sono da fare in tema di “perdono”.

Se ho ricevuto un’offesa dal mio simile – non potendo io perdonarlo poiché, come abbiamo visto, il perdono compete solo al Padre Celeste – come dovrò agire?

Il comportamento più corretto sarà quello di “dimenticare” l’offesa subìta; sarà quello di cercare di far cadere nell’oblio della memoria e della coscienza il torto che mi fu inflitto. E’ cosa ben difficile a farsi invero! Sarà tuttavia un po’ meno difficile se cercherò di trovare giustificazioni all’operato del mio offensore. In tal modo abbandonerò il mio offensore alla giustizia divina e non mi legherò karmicamente a lui. Dirò dentro di me: “Non cerco vendetta, non cerco umana giustizia, lascio che sia Dio a giudicare quell’individuo che tanto dolore mi procurò”.

Di certo questo sarebbe il comportamento del buon cristiano o del pio, ma non dell’iniziato ai Misteri il quale potrà scegliere altro ed ancor più elevato comportamento: impedire che sul piano sottile si attui lo strappo provocato dalla cattiva azione. Sarebbe come prevenire il danno non per colui che lo subisce, ma in favore dell’economia del Cosmo. Se io, in qualità di vittima, rivolto a Dio avessi la forza di affermare convintamente, decisamente: “Signore, quel torto che mi fu inflitto non è tale per me, non lo considero un danno e dunque nessuna colpa va imputata all’offensore!”, bene, se così avessi la forza di agire, avrei impedito addirittura il prodursi dello strappo ed avrei agito santamente anche, e soprattutto, nei confronti del fratello offensore che nessun debito da riparare avrebbe innanzi alla Giustizia di Dio potendo affermare: “Non c’è colpa in quella mia azione poiché la mia vittima non ne fu ferita!”. Con tale comportamento avrei anticipato e prevenuto il “Giudizio divino” che, pertanto, diventa superfluo essendo io stesso, quale danneggiato, il titolare del, per così dire, diritto risarcitorio.

La nostra essenza vista come un tempio.

 Alla luce di quanto fin qui esposto dobbiamo sforzarci di uscire da noi stessi per poterci osservare ed intravedere quel complesso e meraviglioso, miracoloso ingranaggio di cui siamo costituiti.

Dobbiamo sforzarci di vedere noi stessi come un tempio.

Già parlammo nel libro “La Luce del Sentiero” di un tempio. Quella immagine ci permise di realizzare un edificio costituito da poderose colonne. Ciascuna di esse, come si ricorderà, ci ha consentito di apprendere e di conoscere i temi fondamentali della nostra esistenza e come opportunamente intenderli per migliorare noi stessi. Se abbiamo proficuamente meditato su quelle colonne potremo ora costruire non “un” tempio ma il “nostro” Tempio, ed osservarLo per prenderne migliore coscienza.

Per fare ciò occorre sognare… anzi seguire passo passo il sognatore come più avanti verrà descritto.

Il Sogno del Tempio

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… Così, nel sogno d’una notte vidi un Tempio, maestoso e bianco, posto come fortezza a riposare su collina da dolci declivî disegnata.

M’incamminai, di svelta lena, per vederlo più da presso; ‘ché sua distanza, dai miei piedi in marcia, infinita pareva, per infinito prato sotto infinito e calmo cielo che, d’intenso azzurro tinto, sol qualche chiara nube in sé ospitava.

Giunto che fui a poco d’un dipresso, cinque colonne, della sua facciata che mi si parava a fronte, vid’io dritte a sorreggere architrave gigantesca con sopra un alto fregio che, di scritture adorno, sostegno era, elegante, a triangolar cornice con all’interno impresso a sbalzo un nome che leggere non seppi.

Fatto ch’io ebbi dell’edificio lentamente il periplo, compresi infin ch’esso insisteva su base quadra da quattro gradi fatta, ciascun d’un braccio per altezza e ad angoli rotondi; eretto com’era ad ogni canto da duplici colonne che di ionico disegno in marmo bianco su parallelepipedo d’identica natura erano poste. Questo, che sulla quadra base poggiava una delle lunghe facce, e su minore suo asse verticale era girato a troncar dei quattro gradi gli angoli, guardava da ciascuna di sue corte pareti laterali verso colonna dorica di biancheggiante pietra che, equidistante dalle due gemelle coppie sull’ideale retta che queste congiungeva, e di maggior circonferenza delle due germane, dalla gran base quadra per molti cubiti s’ergeva a tener ferma ciclopica architrave.

Poi, fatto accesso, per i quattro gradi, all’ipòstilo salone che, immenso e silenzioso, pavimentato era di quadre lapidi di bianco marmo, inscritte in cerchi che luminose facean rote celesti tra di esse intersecate, vid’io abitato il centro della piazza da tre grigi piastroni circolari. L’uno sull’altro, altrettanti formavan gradi di due bracci alti, sul supremo dei quali era marmoreo sasso, che, imponente e cubiforme, facea d’Atlante l’umile servizio a corinzia colonna d’ancòr maggior circonferenza delle doriche e da rossastre venature offesa. E su questa, altra corinzia stava, di stesso corpo ma di più lunga linea e da gentili strie d’azzurro percorsa fino in cima, dove suo capitello, a nobile corona, i vertici incontrava convergenti delle triangolar cornici magne e di corrispondenti quattro lor minori; tutte così disposte in un solenne inchino a ricrear mistero di singolar piramide.

Disperso, ormai, nella gran sala, l’animo mio decise allor di ritrovare il passo nel verde prato da cui l’edificio inesplorato aveva scorto. Così, raggiunta nuovamente la primigenia vista che la facciata di mio ingresso offriva, guardai col capo verso la sommità del sacro Tempio, e lì altro cubo vidi: bianco di biancheggiante e luminoso marmo, di dimensioni pari ad una di dieci partizioni dell’ipòstilo, la base stabilmente assisa avea sul vertice della gran piramide dall’otto cornici generata. E lentamente, interminabilmente, tale superno cubo sull’asse verticale rigirava; ora in un senso, poi, rallentato il moto, riprendeva all’incontrario, ed ancòra poi all’inverso. Sul cubo, infine, quasi sospesa, elegante e tortile colonna stava, che, piccola a fronte delle sue sorelle, in dorati tralci di vite avviluppata per tutta la sua altezza, il capitello immerso lasciava immaginare entro gran nube… sovrastante il Tempio e di sfolgorante luce colma.

Ma gli occhi miei, che di materia umana, miseri, son fatti, colì non fur capaci di tener la mira; e, nell’abbacinante nube, il sogno si annegò… così restituendo la mia mente al mondo.

Sud dell’Octopuntuta

 

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Il Tempio
Il Tempio

Bene, a questo punto occorre dare significato ad ogni parte descritta.

Anzi, ciascun lettore dovrebbe per proprio conto sforzarsi di attribuire significato a ciascuna delle parti dell’edificio sacro. Quando ciò avrà compiuto, dovrà prendere coscienza che il tempio è il suo proprio tempio, e non d’altri: sicché le colonne che vede sarà lui e lui solo a vederle, e le colonne che alla sua vista oggi si mostrano, non sempre saranno visibili, ma oggi talune e domani tal’altre, domani dopo tutte… chissà…? Il tempio, in verità, se ha lo scopo di rappresentare, in certo qual modo,  lo “schema” di ciascuno di noi, sarà altresì cartina di tornasole per poterci indicare quanto oggi si veda di essa costruzione, e così per ogni “oggi” della vita di ognuno.

Il tempio in tal guisa mi dirà se ho visto la colonna dell’amore, della carità, dell’accoglienza e così via… , in altri termini potrò avere coscienza di me stesso e cioè se “oggi” sono stato sufficiente in amore, in accoglienza etc.

La costruzione sacra vuole assurgere a simbolo del cammino della nostra coscienza e coscienza di conoscenza. Così esso tempio è da individuare secondo tappe e gradi.

E’ in realtà un cammino iniziatico quello che viene descritto qui di seguito; ma tale percorso non è precluso a nessuno. Esso è di contro accessibile a chiunque intenda con serena determinazione intraprenderlo.

 

1) La prima tappa è l’ingresso nella struttura; superare i 4 gradini per entrare è d’obbligo. Ma tale fase è privilegio di cui fruisce già ciascun uomo.

2) Il prendere coscienza della vita nella materialità implica sentirsi individui, ovverosia entità separate dal Tutto e dagli altri simili. E’ il momento in cui l’ “ego” urla la propria essenza e vuole predominare. Iniziano le esperienze individuali e collettive; esperienze che mi inducono a percepire me stesso come soggetto ma anche come appartenente ad un gruppo: gruppo familiare, gruppo sociale, nazionale o facente parte di una congregazione specifica (come il soldato nell’esercito, ad es.); quindi, camminando lungo il pavimento del tempio, comincerò a vedere, e a conoscere le colonne che lo sostengono e su una in particolare mi soffermerò: quella del dolore! Con sorpresa costaterò che essa si innesta, sormontandola, su quella dell’amore.

Il soffitto del Tempio2)2. Si rammenta che per la Massoneria il Tempio è perennemente in costruzione e pertanto viene rappresentato senza cupola. L’edificio, mancante di copertura, rimane così aperto verso il cielo, a ricordare il lavoro diuturno dell’adepto che deve impegnarsi nell’edificazione per il suo completamento; infatti se la volta venisse realizzata, il tempio non necessiterebbe di altro ed il costruttore avrebbe ultimato l’opera., ossia la parte più elevata di esso, è costituito da una struttura che può simbolicamente aiutarci a capire noi stessi.

Innanzitutto notiamo che essa è, non a caso, a forma piramidale (con tanto di “piramidion” alla sommità). Il termine piramide ci perviene dalla parola greca pyramis che però era riferita ad un dolce a base di grano che ne ricordava la forma. Il suo vero appellativo era “MER” = MeR ove Me è da intendersi come “il luogo” e R “verso l’alto” dunque “IL LUOGO CHE VA VERSO L’ALTO”, verso il sole, verso il divino, verso RA (disco solare egizio), dunque verso Dio.

L’intera struttura ha pertanto lo scopo di puntare, per così dire, verso l’alto, verso la Divinità, di proiettarsi cioè verso ed oltre quella nube.

Ma la cupola piramidiforme simboleggia altresì il GAN EDEN (Il biblico Giardino dell’Eden) il mitico luogo dai cui partimmo quando la coscienza era ai suoi albori, e verso cui dobbiamo fare ritorno ricchi di esperienza terrena e consapevoli della lontananza dalla vera patria.

Il paradiso perduto può essere ritrovato poiché è il luogo in cui ha sede il “Cuore” dell’uomo. Ed il giardino è rigoglioso poiché un fiume centrale (il Cristo) dà origine e vita ai 4 che lo attraversano per intero – secondo taluni disegnando una croce – lungo l’asse dei 4 punti cardinali: Tigri, Eufrate, Pision e Ghion. Detti fiumi, secondo una concezione medioevale, erano quelli che portavano oro e pietre preziose, simbolo di ricchezze di conoscenze e spiritualità; dunque fiumi che con la loro acqua di sapienza e coscienza irrìgano e fertilizzano il Giardino.

Se dunque la volta del tempio rappresenta il paradiso terrestre, la colonna tortile posta al centro non può che rappresentare l’albero della Vita il cui frutto non è stato ancora colto e mangiato da Adamo.

Beati coloro che lavano le loro vesti, così da poter mangiare dall’albero della Vita ed entrare attraverso le porte nella Città” (Ap.sse : 22/14-15).

Fin troppo, potremmo dire, la piramide è stata accomunata dagli egizi allo Zed, o Djed (altresì definito colonna di Osiride) ed alla croce ansata o croce della Vita (Ank egizia). Sicché, per associazioni, si può giungere intuitivamente ad identificare lo Djed con il biblico albero della Vita e dunque con la colonna tortile posta alla sommità della struttura piramidale.

Lo Djed o Zed egizio
Lo Djed o Zed egizio

 

Ma la colonna tortile – che già oltre la dimensione tempo si pone – affonda il suo elegante capitello nella nube. Nube che cela alla vista una dimensione che è ignota alla nostra umana coscienza.

La Nube

La nube vuol indicarci  l’ “ADE” (o Erebo), quel luogo mitologico ove vagano le ombre dei morti nella carne, luogo che nell’Apocalisse è destinato, assieme alla morte prima, ad essere (per coloro che hanno raggiunto l’evoluzione spirituale) gettato nello stagno di fuoco. Ciò sta ad indicare che colui che si è evoluto non ha più necessità di reincarnarsi, ma potrà accedere ai piani superiori dell’Essere. Il ciclo vita terrena-morte fisica- accesso all’Ade/nube-reincarnazione-morte-Ade non ha più ragion d’essere (il “samsara” o ciclo buddista delle rinascite ha termine).

La Nube è allora il luogo (non visibile)3)3. Nel libro tibetano dei morti viene chiamato “Bardo”. nel quale si posiziona il corpo Sottile quando il fisico muore; esso Sottile infatti si colloca in quella regione evanescente prossima al non-tempo cronologico umano, che è rappresentato dal sottostante piccolo cubo rotante.

Lo stesso Platone ci parla di una nube luminescente costituita da un vorticar di fiamme che avrebbero lo scopo di trasportare in terra le anime, ormai purificate, di coloro che devono reincarnarsi. Quivi scelgono la loro prossima vita; quindi, dopo aver bevuto l’acqua del fiume Lete, dimenticano le loro trascorse esistenze terrene.

Secondo le teorie antroposofiche, Steiner definisce detto luogo – o per meglio dire detta condizione – col termine sanscrito Devachan (lett.: posto felice) .

 

“Egli le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi? “Quella, pensando che fosse l’ortolano, rispose: “Signore, se lo hai portato via tu, dimmi dove lo hai portato ed io lo andrò a prendere”.  Le disse Gesù: “ Maria!” Quella voltatasi gli disse in ebraico: “Rabbunì”. (che significa Maestro). Le dice allora Gesù: “Non mi trattenere più oltre perché non sono ancora salito al Padre. Va’ invece dai miei fratelli e di’ loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. (Giov. 20/15-18). Secondo una diversa traduzione del testo greco, Gesù avrebbe invece detto a Maria: “Non continuare ad abbracciarmi, come se tu mi volessi trattenere, avendo tu ancora altre possibilità di vedermi, prima della mia ascensione. Ora va’ a dire ai discepoli che sto per salire al Cielo, anziché essere trattenuto nel soggiorno dei morti” (Da intendersi: “Sto per accedere al Regno senza  trattenermi nella Nube”).

 

Facciamo ora delle considerazioni.

Lo spirito di Gesù cala attraverso la nube (energie egoiche) e si incarna nel figlio di Maria; nasce quindi come qualunque creatura umana e, come tale, possiede sia il piccolo “” che il grande “”: perciò figlio dell’uomo poiché in un corpo umano Egli si era incarnato, incarcerato.

E’ proprio in tale condizione che, in piena libertà, farà la sua scelta: rifiutare la missione che si era proposto prima di nascere o accettarla e portarla a compimento? La scelta finale, non facile come sappiamo, fu operata nel Getsemani. Egli sentiva il Suo Spirito che pressava. Ma era dilaniato dal suo essere in tutto e per tutto figlio dell’uomo con l’istinto di conservazione, la paura del dolore e l’orrore della morte fisica che lo tormentavano sussurrandogli a gran voce: “Non soffrire, non morire… VIVI!”

Il figlio dell’uomo non ascoltò la voce dell’ego, ma quella dello Spirito, cioè del Padre, e scelse la strada del supplizio. Il sé di Gesù aderì dunque totalmente al Sé divino, al Logos che in lui era disceso. Il sacrificio del più puro ed elevato tra gli uomini si fuse con il sacrificio della Divinità. Si attuò così la Riconciliazione fra l’umanità e Dio. L’equilibrio turbato dal Peccato Originale, da tutto il male (passato, presente e futuro) commesso dall’intera umanità, quell’equilibrio che gli uomini non sarebbero mai da soli riusciti a ricostituire, per quanti sforzi di riparazione avessero posto in essere nel corso di innumerevoli vite di dolore e di espiazione, quell’equilibrio si poté quindi ristabilire, perché il prezzo di dolore era stato pagato dallo stesso Logos, dal Figlio attraverso Gesù. Così, quando fu il tempo, l’uomo Gesù, ormai divinizzato, ascese al Cielo attraverso la nube senza che le forze egoiche in essa presenti (simbolizzate nel Vangelo dall’abbraccio di Maria di Magdala) potessero trattenerlo, poiché il Suo Cuore era ben più “leggero di una piuma”. (V. ultra al 4° Mistero).

Dopo la morte, il corpo fisico di Gesù, deposto nel sepolcro, si smaterializza in un’ esplosione di luce. La resurrezione si manifesta allora con la capacità da parte di Gesù di raccogliere atomi dalla materia dell’ambiente circostante e ricostruire la propria struttura fisica (grazie al Suo doppio ectoplasmatico), un involucro materiale temporaneo che Gli consente di rendersi visibile agli occhi ancora umani dei discepoli con i quali più volte (tre in tutto) si intrattiene dopo la Sua Morte, cenando e parlando con loro a riprova che la Sua morte non era vera morte; altresì dimostrando loro che era stato capace di vincerla così come ogni uomo sarebbe stato in grado di fare.

Nei Vangeli canonici non è specificata la assunzione di Gesù in Cielo attraverso una nube, ma ritroviamo tale particolare negli atti degli Apostoli al cap. 1/9-10:

Dette queste cose, mentre essi lo stavano guardando, fu levato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.”

Viene detto ancora negli Atti degli Apostoli 1/11-12: “(…) Questo Gesù che è stato assunto in mezzo a voi verso il Cielo, verrà così in quel modo come lo avete visto andarsene in Cielo”.

E’ dunque previsto un ritorno di Gesù che discende dalla nube?

Forse tale incontro avverrà nel momento in cui anche noi, disumanizzati, ci trasformeremo da figli dell’uomo in Figli di Dio ascendendo a Lui proprio attraverso quella nube, o forse, abbandonato il corpo fisico dopo la morte, saremo trasportati all’interno della nube (l’Ade) ove vedremo Gesù farcisi incontro.

“Il Regno dei Cieli è dentro di voi”, aveva insegnato Gesù ai discepoli.

Due i percorsi che portano alla Nube: la morte prima ed il cammino iniziatico.

Per chi affronta la morte prima, la nube è luogo di stazione e di riflessione. E’ l’apice dell’Accoglienza di Dio. Tre le strade che dalla nube si dipartono: la prima verso il Regno; la seconda verso la morte secunda; la terza nella nuova rinascita nella carne, offerta al peccatore che vuole riparare o progredire sul piano spirituale.

Agli iniziati, coloro cioè che riescono nella non facile scalata ai Misteri ed attraverso Essi, è data la possibilità di esercitare l’ “accompagnamento”; colà ove cessa l’accoglienza di Dio ed ha inizio l’accompagnamento di coloro che dovranno, anzi potranno, scegliere il passo successivo. Questo potrà consistere nel fermarsi e morire, cessare di essere, ossia sprofondare nel silenzio immoto dell’Inferno ove lo Spirito individuale non ha più possibilità di esprimersi. Al contrario, l’IO Sono potrà chiedere di vivere nuovamente conservando la coscienza ed il soffio divino, al prezzo però di affrontare una volta ancòra la vita terrena con il carico karmico che essa impone. Gli spiriti degli iniziati, ad imitazione di Gesù che tutti accoglie ed accompagna, colà possono dare ai fratelli aiuto, conforto, sostegno, nella scelta del cammino di vita verso le regioni dell’Essere.

Sempre all’uomo è data libertà: essa, come abbiamo visto, riesce mirabilmente, divinamente, a conciliarsi con la giustizia (la legge del karma) e l’amore (‘ché l’accompagnamento non potrebbe definirsi altrimenti).

 

Note

Note
1 1. Il reato è da definirsi “colposo” se è conseguenza di negligenza, imperizia o imprudenza dell’autore del fatto.
2 2. Si rammenta che per la Massoneria il Tempio è perennemente in costruzione e pertanto viene rappresentato senza cupola. L’edificio, mancante di copertura, rimane così aperto verso il cielo, a ricordare il lavoro diuturno dell’adepto che deve impegnarsi nell’edificazione per il suo completamento; infatti se la volta venisse realizzata, il tempio non necessiterebbe di altro ed il costruttore avrebbe ultimato l’opera.
3 3. Nel libro tibetano dei morti viene chiamato “Bardo”.
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