Tituli

IL FATO

QUARTUM MOVENS FATUM INTELLEGERE

NON QUOD LABORIOSE HOC PATIENDUMST

SED QUOD BENIGNE ACCIPIENDUMST

NAM SICUT HOMINES

DEUS UNUM CUM NATURA ESSE VULT

IN BONA PARTE SUI ET IN OPPOSITA

+ + + +

Il quarto motore consiste nel comprendere il FATO (Ananche)

Non perché tormentosamente ciò sia da sopportare,

ma perché benevolmente sia da accettare (accogliere).

Infatti, così come accade per gli uomini,

in uno con la natura, Dio vuole Essere!

E ciò vale sia per la sua parte luminosa

che per la sua parte opposta (ossia di ombra)

Premesso che Dio Uno Tutto è tale perché omnicomprensivo. Nulla al di fuori di Lui in perfetta armonia e perfezione. Perché ciò sia, in Dio non può non essere ricompreso anche il Male (privo di accezione morale), ovvero il Non-Sé o regione dell’Ombra.

Così vorrei in proposito richiamare il concetto di peccato originale che È in DIO!

E così come è in Dio sussiste anche nell’uomo fatto a Sua immagine e somiglianza.

Ci fu detto che esiste solo il bene e che il male è solo assenza di bene. Del pari diremo che il male appare dall’allontanarsi da Dio come bene assoluto. Tutti i peccati, che appartengono agli spiriti, sono commissivi in proprio attraverso omissione: è il “non factum” che diventa l’ “alium factum”, poiché io condurrei ogni mio agire secondo volere di Dio e solo per libera scelta posso allontanarmene, ben sembra ch’io faccia qualcosa di male, ma quel fare qualcosa di male è solo l’avere omesso di fare il bene e per volontà mia avrei compiuto.

Allora Dio partisce Sé negli spiriti umani; ma così come l’idea di Dio viene all’umile uomo fatto di terra da Dio, gli viene anche donata la parte del non Sé di Dio. Questo e solo questo è il “P.O.” perché in sé e per sé origine della creatura in quanto espressione ed immagine di Dio. Ma mentre Dio sceglie Sé e sempre Sé ( non perché sia giusto scegliersi ma perché va da se che sia così in Sé e per Sè ) l’uomo ha – e qui è la Grazia che si sposa ed aderisce alla parola- Libertà di scegliere se confarsi e quindi agire secondo la parte di Dio che è in Sé o di non agire ed omettere la condotta che dovrebbe avere aderendo a Dio, facendo sì che di fatto agisca altrimenti con il non agire secondo Dio.

Bene. Dati questi spunti di riflessione, viene da illustrarsi il problema dell’ “Isola dei morti” come momento perenne, sganciato dal tempo e dallo spazio e chiaramente allegorico, della Misericordia di Dio e della richiesta del perdono. Quando uno spirito che ha seguito il non agire secondo Dio ha – di fatto omettendo ciò che era il dettame della parte di Dio in Sé – ha agito, si diceva, in malo modo, allora egli ha praticamente cambiato rotta e si è – potremmo dire per intenderci – autoannullato portandosi così verso la dissoluzione della parte di Dio che, non potendo essere distrutta, sfugge e fugge da LUI cacciata.

Solo un atto d’amore può ridarti la coscienza, ma attraverso l’unica chiave che dà la coscienza della conoscenza e la conoscenza della coscienza: il dolore della Croce, dove il Logos “incarnato” ha preso su di Sé i “Peccati Originali” del mondo. Ed ecco la discesa agli inferi/limbo coloro che muoiono prima del battesimo, intendendo per battesimo il momento in cui entri nella coscienza, dicono i cattolici della chiesa. Ma ciò vale per tutti coloro che, pur non appartenendo ad alcun rito e ad alcun credo, volgano verso l’alto il proprio sguardo a Dio.  Cristo da quella Croce ridona la coscienza perché ristora lo Spirito e ricongiunge – cacciato dalla volontà dell’uomo – nell’uomo ridando ancora la possibilità di scegliere tra il guardare la parte bona e la parte mala. È questo il meccanismo che dobbiamo pur sempre intendere come un momento che viene vissuto al di là del tempo e dello spazio e senza parametri che possano aderire al nostro tempo ed al nostro spazio che si ritrovano sull’isola. Quando un’anima sceglie, e sceglie di riprendere la parte di spirito di Dio che ritorna a permearla, vede… vede l’orrore dell’avere da sé cacciato Sé, come in una sorta di cupio dissolvi e da lì la sofferenza per la perduta realtà. Da questo momento ancora la scelta perché ancora vige, persiste, impera il Peccato Originale ma senza il quale non vi sarebbe la grazia e la libertà di poter scegliere. E solo accogliendo la Parola del Cristo si può, dal Suo respiro verso il Cielo spinto, giungere alla Nube e solo da codesto altissimo loco che poi – ma appartiene ai grandi misteri tra i grandi – può, sarà, si verificherà quella che avete impropriamente per l’isola definito come Resurrezione. Ma di ciò si parlerà in altro tempo. Quando Luca, a differenza di Matteo, scrive che un padrone aveva 10 servi cui diede 10 mine, una cioè a testa. Essi ritornarono chi avendole moltiplicate ed uno portando la stessa; quel padrone dirà che chi ha molto sarà dato, ricordate, chi ha poco sarà tolto anche quel poco. Perché quel colui avrà non fatto nulla; il non avere agito cioè secondo dettame della propria legge interna divina in quanto egli stesso parte di Dio, ma avere obbedito all’inane torpida pigrizia del non agire in amore omettendo dunque di seguire la legge divina che è legge che egli stesso si è dato. “E coloro che non vorranno seguire le mie leggi e che non vorranno da me essere governati siano fracassati da pietra”. Così Luca. Il “fracassati da pietra”, termine durissimo, viene utilizzato perché è lo spirito che se stesso annulla allontanandosi, portandosi verso un nihil di nulla che solo nei sepolcri tenebrosi dell’isola troveranno – fino a possibile pur sempre nuova scelta – albergo triste ed oscuro.

Bene fatta questa premessa cominciamo. E cominciamo dalla parte ultima della scritta incisa sulla lapide:

NAM SICUT HOMINES

DEUS UNUM CUM NATURA ESSE VULT

IN BONA PARTE SUI ET IN OPPOSITA

Infatti, così come accade per gli uomini,

in uno con la natura, Dio vuole Essere!

E ciò vale sia per la sua parte luminosa

che per la sua parte opposta (ossia di ombra)

Né potemmo tradurre che Dio vuole essere un tutt’uno con la Natura, ’ché Dio Uno/Tutto, in quanto Tutto è già in unione con la Natura.

Dunque, Dio vuole che la Natura sia tutt’Uno con Lui, non perché sia distaccata da Lui, ma perché essa dal non Essere passi all’Essere.

Dunque, l’emanazione che da Dio procede mediante il Logos, a Dio ha da far ritorno, ma il ritorno non consiste in sterile giostra, bensì in acquisizione di coscienza che potremmo definire espansione di Spirito Santo sulla Natura/Creato. Dunque, un ritorno con arricchimento di consapevolezza/coscienza. Passaggio dal non-Essere, ombra, male, incoscienza, all’Essere, luce, bene coscienza ed autocoscienza.

Ciò che vale per la natura vale parimenti per l’uomo.

Come abbiamo già constatato in occasione della terza lapide “La Natura VUOLE Essere”; anche in questa quarta è sotteso questo profondo concetto che costituisce il segreto che spiega anche il dolore che pervade la natura.

Ma come fa la natura a tornare a Dio per essere in unione con Lui? Solo attraverso quel “voluto” processo evolutivo che la permea e che coinvolge, alla fine, anche l’uomo … (ricordiamoci della voluntas tertium movens che abbiamo incontrato nella terza lapide); gli uomini sono infatti parte della natura stessa, che, ormai pervenuta all’autocoscienza, è pronta al ricongiungimento con Lui (Dio vuole che essi tornino a Lui). Dal non-essere all’Essere. Dunque, potremmo immaginare l’uomo come aspetto della natura che, giunta all’apice del processo, acquisita l’autocoscienza, può transitare nell’Essere.

Infatti, come si diceva, la Natura vuole Essere! Perciò faticosamente, lentamente, tormentosamente, persegue tale scopo.

La spinta insita nella natura è la “volontà di essere”, dunque di evolvere, fino all’autocoscienza e quindi fino all’uomo che in tal modo diverrebbe il punto di transito della natura: il passaggio dalla semplice coscienza all’autocoscienza che costituisce il primo vagito dell’Io Sono. L’uomo vuole essere Dio e a Lui tende; così allora Dio si rende disponibile all’uomo partendosi nel Sé grande che pervaderà l’entità umana. L’uomo diviene il punto di incontro tra la Natura e Dio, il punto di transito dal non essere all’essere: la natura – ormai evoluta – che dall’ombra transita alla Luce.

Il piccolo sé dell’uomo, primo barlume dello Spirito, tende alla continua evoluzione verso la divinità; si intensifica sempre più il contatto con il grande Sé, fino a giungere alla completa aderenza tra il piccolo e Grande Sé così come avvenne tra Gesù di Nazareth ed il Logos talché può affermarsi che Gesù sia stato uomo pienamente divinizzato e dunque Logos fatto uomo (Gesù fu vero Dio e vero uomo).

Ed ecco infatti che cosa ci dice Paolo in proposito:

Romani 8,19-23

19) Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; 20) perché la creazione è stata sottoposta alla vanità[1], non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, 21) nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. 22) Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; 23) non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo.

Vediamo di comprendere meglio:

19) Poiché la natura (il creato) tende e si sforza, con ogni mezzo, ad evolversi fino a divenire uomo ossia a raggiungere la condizione di figlio di Dio;[2] 20) perché la creazione (la natura) è stata dotata da Dio di volontà ambiziosa (vanità); 21) nella speranza di essere liberata dalla materia incosciente che la corrompe, per giungere finalmente alla condizione di figlia di Dio (ossia di uomo) ; 22) Sappiamo che la natura tutta soffre e si dibatte per tale scopo, 23) e non solo la natura ma anche noi uomini che rappresentiamo il primo passo il primo vagito dello Spirito (ossia dell’autocoscienza); noi soffriamo e ci dibattiamo finché non ci riscattiamo del tutto dalla materialità in cui siamo ancora immersi.

Ma v’è di più.

Abbiamo concentrato la nostra attenzione alla zona d’ombra e all’uomo che sembra sostare sulla linea di confine tra questa e quella luminosa.

Ma la lapide ci dice che in “Uno Dio vuole Essere” tanto nella parte di ombra che in quella di luce. Il cammino verso Dio, per diventare Re, per realizzare l’unione in Dio, è cammino che prosegue anche in quella parte di Dio che è nella Luce. E qual è la parte della Natura che prosegue nella zona di luce? È l’uomo! L’uomo deificato, l’uomo che, grado a grado, procede nel percorso di divinizzazione in un crescendo di cui non possiamo avere neanche la più pallida idea. (nella Casa del Padre ci sono molte dimore dice Gesù).

Fintanto che rimane in quella linea di confine l’uomo dovrà però combattere per affrancarsi del tutto dalle scorie della materia. Le reincarnazioni sono l’atanor, il crogiuolo, a mezzo del quale si purificherà, si raffinerà. La Legge del Karma vigilerà acché sia mantenuta l’armonia del Tutto, ma anche affinché l’individuo evolva in conoscenza ed in coscienza.

Apocalisse

All’apertura del 4° sigillo appare un cavallo verdastro montato da Morte e seguito da Ade. Gli fu data potestà di portare lo sterminio sulla 4° parte della terra. Non su tutti infatti Morte prevale. I tre quarti della terra non subirà lo sterminio. Coloro che hanno ampliato la loro coscienza – saranno cioè pervenuti a quella che chiamiamo col termine di “età paulina” – non subiranno gli effetti di Morte e di Ade poiché avranno avuto modo di prendere consapevolezza della prima morte, quella fisica. È la fase in cui l’Io sono è operante sui tre corpi, fisico, eterico ed astrale e li sta fecondando. Ciò grazie all’impulso cristico che ha permesso l’inversione della tendenza dell’uomo ad immergersi nella materialità. Per Ade è da intendersi quel “luogo” o “stato” in cui permangono gli spiriti dei morti nella carne (la prima morte, quella fisica) allegoricamente descritta da Giovanni come una “nuvola”.

In questa 4° lapide il quarto elemento di spinta è il FATO o ANANKE.

È la Legge di Causa ed Effetto che regola le vicende del “sé” (piccolo).

Che dire di più di quanto già detto a commento della visione?

QUARTUM MOVENS FATUM INTELLEGERE

NON QUOD LABORIOSE HOC PATIENDUMST

SED QUOD BENIGNE ACCIPIENDUMST

Il quarto motore consiste nel comprendere il FATO (Ananche)

Non perché tormentosamente ciò sia da sopportare,

ma perché benevolmente sia da accettare (accogliere).

È opportuno comprendere il destino che su ciascuno di noi incombe; non affannarsi e tormentarsi per sopportarlo, ma cercare di accoglierlo benevolmente poiché esso è mezzo, indispensabile, inevitabile, per transitare prima, e procedere poi nella zona luminosa del Padre. La lapide dunque riguarda l’uomo incarnato e le vicissitudini, le lotte che ha da affrontare soprattutto nelle molteplici incarnazioni che, governate dalla Legge di Causa ed Effetto, o Karma, consentono all’uomo, piccolo sé di affinarsi, perfezionarsi fino ad essere pronto al transito nella Luce.

  1. Qui il termine “vanità” va inteso come voglia di…, ambizione di…, insita nella Natura, come un’energia che permea la Natura.
  2. In questo caso il figlio di Dio è l’uomo, ma in altre realtà lontane, in altri mondi, l’entità permeata dallo Spirito, ossia dal Sé, ovvero dall’autocoscienza, potrebbe essere altro e ben dissimile dall’uomo terrestre.

LA SPERANZA

OMNIUM SPES PRIMUM MOVENS.

QUI SINE SPE CONTRA SPEM.

QUI CONTRA SPEM CONTRA SE.

QUI CONTRA SE CONTRA DEUM.

SED QUI CONTRA DEUM

AD SE VORSUS IRE INCIPIT

ET QUI HOC FACIT

AD DEUM VORSUS IRE INCIPIT.

ERGO QUI CONTRA DEUM

AD DEUM VORSUS IRE INCIPIT:

Amèn

Il primum movens di tutti è la Speranza.

Chi è senza Speranza è contro la Speranza.

Chi è contro la Speranza è contro Se Stesso (ovvero contro il Sé)

Chi è contro il Sé è contro Dio.

Ma chi è contro Dio incomincia ad andare verso Se Stesso (ovvero verso il Sé)

E chi fa ciò comincia ad andare verso Dio.

Dunque, chi va contro Dio comincia ad andare verso Dio.

Amen

Viene da pensare in prima battuta che non la speranza, o la fede, siano il primum movens di ognuno di noi, bensì il “desiderio”, come peraltro insegnano anche religioni orientali di antica origine (Buddhismo).

Inoltre, il primum movens omnium va riferito a chi? Ad ogni creatura? Ad ogni uomo? Ad ogni entità disincarnata? O forse ad ogni spirito prima di scendere nel mondo della materia? Ritengo quest’ultima ipotesi quella corretta.

La traccia interpretativa della lapide va ricercata nella cd. favola del Re e del Regno da cui partono i servi/figli di quel Re alla ricerca della propria regalità anzi, alla ricerca della propria consapevolezza di possedere natura regale.

Da ciò può ritenersi che la molla che spinge al viaggio sia proprio la Speranza.

Se è vero che non tutti partono – sebbene tutti desiderino la conquista – ma solamente coloro che sperano di raggiungere l’obbiettivo finale, ecco che essa Speranza diviene il primum movens per tutti.

Ma chi parte e si incarna – ben sappiamo – diviene dimentico del re, del regno e della primigenia coraggiosa scelta e perfino della speranza che la motivò.

Così Giovanni ci descrive nella sua Apocalisse l’inizio dell’avventura.

“Aperto il primo sigillo ecco sopraggiungere un cavallo bianco montato da un cavaliere con un arco; a questi fu data una corona e giunse da vittorioso per vincere ancora”.

È il passaggio iniziale della coscienza. Il primo vagito. La materia animale – che non dobbiamo ritenere perciò priva di spirito – viene vivificata, vinta, dalla coscienza di “Sé”. Il bianco con cui è indicato il colore del cavallo sta a significare la purezza di costoro che, appena nati allo spirito e all’autocoscienza, sono, come le creature della natura, privi di malizia: sono coloro che “ancora” abitano, per così dire, il paradiso terrestre, un paradiso che risiede non nella realtà esteriore, ma nella loro coscienza.

Come si vede lì abbiamo un primo cavallo bianco e qui una prima lapide bianca; l’analogia non è casuale. Potremmo pertanto immaginare lo spirito che, distaccatosi, anzi differenziatosi dal Tutto per mezzo delle forze egoiche (simbolicamente rappresentate nella lapide dalle striature nere), scende nella materia a combattere a cavallo del tempo. (qui il cavallo rappresenta il tempo umano – che però non ha una sua autonoma realtà -, ma anche il tempo della Coscienza.).

Proseguiamo.

Il deserto della vita materiale può togliere all’uomo fiducia, può scoraggiare; il dolore della ricerca, o quello della vita nella carne, può spegnere ogni volontà e, con essa, la speranza stessa.

Coloro nei quali la speranza è spenta, finiranno per negarla primariamente a loro stessi, assumendo nei confronti della vita – e del senso di essa – un atteggiamento scettico e rinunciatario; essi indurranno perfino gli altri a non nutrire speranza; si porranno in posizione antitetica alla speranza e la avverseranno: “Coloro che sono senza speranza sono contro la speranza.

Or dunque un atteggiamento contrario alla Speranza – che mi negai – è per ciò stesso contrario a me medesimo, ma non solo a me medesimo in quanto uomo, anche a Me Medesimo quale Spirito e, del resto, il sé ed il Sé sono in unione inscindibile. In altre parole l’uomo che dispera va anche contro il suo Sé, quel Sé divino che, proprio in forza della speranza, aveva lasciato il Regno ed intrapreso il viaggio.

Chi è contro Sé è contro Dio”. È una conseguenza potremmo dire scontata ove si consideri che il Sé ha natura divina.

Qui giungiamo al paradosso.

Coloro che sono contro il Sé, e dunque contro Dio, nell’avversare Dio lo escludono.

A questo punto non possono far altro che volgersi verso se stessi, cioè credere in se stessi, porre se stessi al posto di Dio e quindi sostituirsi a Lui. Pertanto, sono uomini che cominciano ad andare verso se stessi. Ma il sé umano, come si è detto prima, è inscindibilmente legato al Sé divino, sicché il volgersi verso se stessi fa sí che essi si indirizzino automaticamente verso il Sé divino, ossia Dio!

Il paradosso si completa a questo punto perché non potremo non ammettere che effettivamente “chi è contro Dio incomincia ad andare verso Dio”; in altre parole andare contro Dio e sostituirmi a Lui in sostanza mi porta ad andare verso Dio stesso, cioè proprio verso Colui che avevo escluso o meglio, dovrei dire, che avevo creduto di escludere. Un paradosso che sembra un gioco di parole. Ciò significa altresì che io sono Io, cioè che il mio sé umano è anche il mio Sé divino, ma che essi sono anche Lui, il Re, e dunque, in definitiva, il sé, il Sé, Dio, sono tutti aspetti dell’identica realtà, dell’unico Essere, dell’unico Uno.

Tutto al fin vedrà la luce”.

Tutto, tutti, sono destinati al ritorno, chi prima chi dopo, e qui il prima ed il dopo non hanno necessariamente pregnanza cronologica umana.

Il Sé viaggiatore nel sé, o col sé, potrà percorrere strade opposte eppure entrambe predisposte a farlo giungere alla medesima stazione di arrivo, che non è Dio, non è un ritorno a Dio, Re, Padre o comunque lo si voglia indicare, né un ritorno al Regno o ritorno al Castello da cui ebbe inizio il viaggio. La stazione di arrivo non è luogo, ma stato, condizione dello spirito; la stazione di arrivo è il raggiungimento della consapevolezza completa e compiuta della propria natura divina.

Due le strade dunque: quella della cd. Mano destra e quella della cd. Mano sinistra.

Il piccolo sé potrà mantenere la originaria Speranza durante il suo viaggio umano ovvero abbandonarla; nel primo caso avrà percorso la via del Cielo, ossia (per es.) avrà seguito il Cristo affidandosi appunto alla Speranza nella Sua promessa; nel caso opposto, abbandonata la Speranza, avrà confidato solo in se stesso al pari di una divinità.

Un esempio di uomo che vuole percorrere la via della mano sinistra è Ulisse che, come lo descrive Omero, confida in se stesso e nella sua astuzia, prodotto dell’umana ragione, fino a sfidare, lui, piccolo uomo, perfino gli dei. Ma ben conosciamo le tribolazioni e peregrinazioni che dovette affrontare prima di poter fare ritorno ad Itaca sua patria e suo Regno.

Ecco in conclusione il senso profondo della vita: la conoscenza da parte dell’uomo della Reale Realtà per poter giungere alla coscienza di essa; il percorso potrà essere verso l’alto o verso il basso, ma egli dovrà pervenire alla conoscenza gustando i frutti dell’albero del Bene e del Male acché prenda consapevolezza di entrambi; ed esso albero può essere conosciuto nelle sue chiome luminose o/e nelle sue radici clifotiane che affondano nel buio della negra terra; in altre parole dovrà conoscere per conoscerSi come regal figlio, perché il Re – che è il tutto non dimentichiamolo – ha necessariamente in Sé la parte di Luce e la parte di Tenebra.

 

La Volontà

TERTIUM VOLUNTAS :

UT QUO ESSE VOLO PERVENIAM ,

QUA NON SUM TRANSIRE DEBEO ;

UT OMNIA HABEAM

NIHIL CUPERE DEBEO ;

UT AD UNUM PERVENIAM

NIHIL ESSE VOLERE DEBEO ;

QUIA QUOAM DEBILIS SUM

TUM FORTIS SUM

TRADUZIONE

TERZO PILASTRO È LA VOLONTÀ :

COSÌ AFFINCHÉ IO GIUNGA LÀ DOV’È IL MIO ESSERE

IO DEVO PASSARE ATTRAVERSO IL MIO NON ESSERE ;

AFFINCHÉ IO ABBIA POSSSESSO D’OGNI COSA

IO NON DEVO BRAMARE ALCUNA COSA ;

AFFINCHÉ IO DIVENGA L’UNO-TUTTO

DEVO VOLERE DIVENIRE IL NULLA ;

PERCHÉ È QUANDO SONO PRIVO DI VIGORE UMANO

CHE DAVVERO DIVENGO FORTE IN SPIRITO

Lo spirito, il Sé, ha completato il processo di discesa nel mondo, ma lo ha fatto tramite il piccolo sé.

Ha ottenuto ciò cui aspirava e che aveva chiesto con la preghiera: poter entrare nelle vicende umane e vivere la vita dell’uomo; entrare nella materialità e sperimentarla.

Tutto è tenebra adesso. Anche la coscienza si è ottusa. Il Sé si è – per così dire – calato nell’uomo, nel sé piccolo, è diventato uomo, fragile, mortale uomo!

La realtà che il sé/uomo trova è opprimente; si sente isolato perché ormai disconnesso dal Padre, o almeno così gli appare!

È incistato nella materia tanto che il piccolo sé umano non comunica con il Sé, operando liberamente nella dimensione materiale del mondo.

Il sé piccolo non possiede nulla, solo una bisaccia entro cui, non sappiamo, potrebbe avere soltanto mezzi idonei all’esperienza materiale che si è prefissato il Sé. La bisaccia potrebbe contenere intelligenza, furbizia, ambizione, forza di volontà, fascino, ricchezza o altro ancora. La bisaccia servirà di certo al sé piccolo per raccogliere esperienze di vita umana (dolorose e non) che non saranno disperse o consumate (la bisaccia potrà contenere solo moneta che non invecchia) ed il contenuto di essa potrà essere portato via da questo mondo, alla fine del viaggio, per essere consegnato al grande Sé. Tutto il resto (averi, ricchezze, onori, titoli, il corpo fisico e perfino il nome) sarà inesorabilmente abbandonato ed affidato al tempo cronologico del divenire che travolge ed annienta ogni cosa umana (Nel mito infatti Crono mangia i suoi figli).

Il terzo pilastro è la Volontà. Va premesso che il tema di fondo non espresso, ma che costituisce il presupposto è la libertà: libero lo spirito di iniziare il viaggio, libero di proseguire, libero di arrestarsi. Dunque, sempre possibile rimane per lui la scelta ed ogni scelta è il risultato di un atto volitivo.

In questa fase del “viaggio”, la volontà assume connotazione preminente, fondamentale. Si rende necessario volere superare le difficoltà e gli ostacoli che si presentano al Sé incarnato. È grazie al Cristo che il Sé grande ed il sé piccolo hanno di nuovo possibilità di colloquio, di comunicare cioè tra di loro; dunque è insieme che procedono e, potremmo dire, “Vogliono. È insieme che affrontano l’esperienza mondana e le difficoltà che questa contrappone.

Desidero a questo punto aggiungere una considerazione di ordine filosofico:

Se per Kant l’idea della “Cosa in Sé” ci giunge dal “Noumeno” che però inconoscibile rimane all’uomo contrariamente a quanto avviene per il “Fenomeno” (realtà esterna che però è “rappresentazione” umana non realtà oggettiva essendo l’uomo stesso con le sue categorie a crearla – Velo di Maya -), per Shopenauer il Noumeno è invece “conoscibile” sol che si penetri all’interno dell’umano sentire attraverso la Volontà; cioè occorre volere. Peraltro, la Volontà per Shopenauer è elemento insopprimibile che sottende ogni cosa, non solamente l’uomo. Ma per il grande filosofo essa Volontà si configura come una Forza libera e cieca, ossia come una sorta di energia incausata senza un perché e senza uno scopo che però costituisce motore perché è da considerare una forza che mi costringe a “volere”.

Grande intuizione quella dell’insigne filosofo, ma quest’ultima parte del pensiero di Shopenauer non è condivisibile a parere di chi scrive. La volontà qui è sì forza libera e apparentemente cieca, ma non priva di scopo, non priva di senso; non possiamo affermare che la Natura vuole perché vuole. In realtà “La Natura VUOLE Essere”! Questo è il concetto base sotteso a questa lapide, il segreto che spiega anche il dolore che pervade la natura (e che meglio vedremo nella 4^ lapide).

Ma come fa la natura a tornare a Dio per essere in unione con Lui? Solo attraverso quel “voluto” processo evolutivo che la permea e che coinvolge, alla fine, anche l’uomo…; gli uomini sono infatti parte della natura stessa, che, ormai pervenuta all’autocoscienza, è pronta al ricongiungimento con Lui (Dio vuole che essi tornino a Lui). Dal non-essere all’Essere: “Per dove non sono devo transitare”, afferma la scritta incisa sulla lapide. Dunque, potremmo immaginare l’uomo come aspetto della natura che, giunta all’apice del processo, acquisita l’autocoscienza, può transitare nell’Essere.

Ecco la ragione come si è detto: la Natura vuole Essere! Perciò faticosamente, lentamente, tormentosamente, persegue tale scopo.

La spinta insita nella natura è la “volontà di essere”, dunque di evolvere, fino all’autocoscienza e quindi fino all’uomo che in tal modo diverrebbe il punto di transito della natura: il passaggio dalla semplice coscienza all’autocoscienza che costituisce il primo vagito dell’Io Sono.

Dunque, la Voluntas è il carburante, anzi il motore, che spinge il creato tutto, con fatica, con dolore, ad evolvere sempre più. Diversamente avremmo avuto una natura viva sì, ma senza volontà, cristallizata, immobilizzata nella condizione in cui ciascun essere vivente si trova ad occupare – per cieca fatalità – ora e sempre, ora e da sempre! Così il filo d’erba resterà filo d’erba e tornerà ad essere tale all’infinito e così il leone; anzi sarebbe probabile la inesistenza della diversità della vita; non sussistendo alcuna scala evolutiva non si renderebbe necessaria infatti alcuna varietà nella natura che anzi perderebbe addirittura la ragione stessa della sua esistenza.

Affinchè Io Giunga Dove Voglio Essere per Dove Non Sono Devo Transitare.

Dove voglio giungere? Quale è la mia destinazione? È il Regno. Il Regno di mio padre che scelsi di lasciare un tempo per intraprendere il viaggio, viaggio indispensabile per “essere re”. Là nel Regno Io“voglio” essere. Ma per “rientrare da re colà dove vorrei essere”, devo transitare per la regione del non-essere ovverossia dove non sono. E poiché il Sé per sua stessa essenza è Essere, non potrà transitare nella regione del non-essere, ma lo farà attraverso il sé piccolo umano, sua creatura, suo “figlio”. Il sé, piccolo, vivrà la dimensione della materialità, ossia del non essere, e reitererà l’esperienza finché questa non venga assorbita, assimilata interamente dal grande Sé che così riceve dono di vita cosmica. Dunque, il sé piccolo deve morire, cioè si deve sacrificare per dar modo al Sé di “conoscere”, conoscere ciò che non sarebbe possibile per il Sé grande il quale, in quanto essente Sé non potrebbe attraversare la regione del non essere qual è il mondo della materia; ad esempio non potrebbe fare esperienze come “la morte”[1], ma non solo. È ben vero che tutto ha il Sé in Sé, ma tale processo è necessario alla sua conoscenza/coscienza dovendo il Sé prendere consapevolezza. Così dovremmo supporre che ogni incarnazione amplia la conoscenza e dunque la coscienza del grande Sé. La regione del non-essere è quella del sé piccolo, figlio ed espressione del Sé grande che ad ogni discesa terrena come sé, apprenderà, crescerà, imparerà proprio per il tramite e grazie ai suoi figli fragili, caduchi e mortali.

Ad ogni incarnazione anche gli involucri saranno perfezionati dal Sé che sperimentando impara. Il Buddha al momento dell’illuminazione ricordò tutte le sue incarnazioni pregresse.

Poi vi può essere un Altissimo Sé grande che si incarna non per necessità di sperimentare la regione del non-Essere, bensì per amore dell’umanità, ossia di tutti quei sé che, non riuscendo a comunicare con i loro rispettivi Sé, necessitano di una Guida, necessitano di Chi gli indichi la Via. Quale potrebbe essere il sé piccolo di Costui? Quale il dono di quest’ultimo al Sé grande padre suo? Potrebbe ad esempio dargli l’opportunità di allargare ed accrescere talmente tanto la Sua coscienza (qui intendo la coscienza del Sé grande) da identificarsi con la divinità stessa, con il Logos Stesso. Ed abbiamo così Dio che, come abbiamo detto più sopra, entra nella storia dell’uomo, nel dolore dell’uomo, nella tenebra dell’uomo ovvero nella regione del NON-SE’; ecco il perché Gesù di Nazareth, un piccolo sé evolutissimo in costante colloquio col suo grande Sé, sacrifica se stesso riuscendo con tale estremo sacrificio d’amore ad identificarsi, a divenire un tutt’uno con la parte più alta della divinità: il Logos, cioè Dio! Ecco la ragione per cui – essendo il Logos la parte di Dio che noi chiamiamo Figlio – Gesù è Figlio di Dio, vero uomo, vero Dio.

Affinchè Abbia Tuttonon Devo Bramare Nulla;

Anche questa frase non è di semplice soluzione.

Perché non dovrei desiderare? Chi mi impedisce e che cosa mi limita?

Nessuno mi impedisce, posso chiedere tutto e senza alcun limite salvo uno: se desidero e desidero per me, mi separo dall’Uno tutto. Concentro il mio desiderio su una parte (me stesso) che, inevitabilmente mi fa escludere il resto. Dunque, il desiderare mi allontana dall’Uno, da quell’Uno verso cui cerco e spero di ricongiungermi. Ed allora per avere tutto non devo desiderare nulla.

Qui basterebbe richiamare l’insegnamento del Buddha che ci dice che il “desiderio” è uno dei 3 veleni dell’uomo (desiderio, attaccamento, ignoranza).

Affinchè Giunga All’uno Devo Voler Annullarmi;

E giungiamo alla legge delle proporzioni inverse.

Se tutto, e intendo tutto, mi viene da Lui il Padre, Re, UNO, su che cosa poggia il mio valore, la mia boria? Non posso che riconoscere la mia pochezza, anzi prenderne coscienza e annullarmi. Finché rimarrà in me un residuo di EGO, ossia scorie del mio io piccolo, beh non potrò ricongiungermi all’Uno. Se voglio sentirmi “IO” devo separarmi, anzi direi meglio distinguermi, dall’Uno Tutto.

Sicché se ambisco essere tutto devo voler essere nulla o, per meglio dire, tendere ad annullarmi sempre. In altri termini quell’Ego che mi offre l’opportunità di individualizzarmi e dunque di distinguermi dal Tutto regalandomi la autocoscienza del Sé, deve essere superato ed anzi “ucciso” perché una volta espletata la sua funzione quell’ Ego mi farebbe solo da freno e da limite. Solo così potrò giungere a quell’Uno/Tutto cui bramo e spero di riunirmi.

Natuzza Evolo faceva miracoli e riceveva sofferenze, ma lei affermava che era Dio ad operare non era lei autrice dei miracoli, lei era solo un mezzo anzi lei si sentiva un verme della terra.

Ed infatti che cosa possediamo noi? Nulla! Tutto da Lui, Padre, a noi giunge sia in termini umani che sovraumani, sia da incarnati che da disincarnati. È pertanto importante prender coscienza di ciò, avere consapevolezza che vita, coscienza, forza, tutto ci giunge dall’Alto, ed è per tale ragione che l’energia d’amore che ci attraversa deve fluire e non arrestarsi, dunque noi dobbiamo farci mediatori dell’amore di Dio. Rammentiamo sempre “poco merito nell’amore, poca colpa nell’errore”.

Chi si abbassa sarà innalzato!

Perché Quando Sono Debole Allora Sono Forte.

Accettare l’altro, il fratello, è accettarne i limiti, è accettare tutto quanto fa da corollario al suo momento evolutivo. Così colui che è più evoluto deve avere la forza di sopportare i limiti altrui, anche quando ciò implica il subire le sue prevaricazioni, il subire la sua maggiore forza, umana forza, che lo schiaccia, fa a lui credere di avere un potere superiore e quindi di essere migliore. Direi che solo chi è più forte può sopportare, accettare senza moto di ribellione l’angheria altrui. Anzi il forte, colui cioè che è più avanti evolutivamente parlando, dovrebbe addirittura giustificarlo, o trovare nel comportamento offensivo i motivi di tale agire. Il piccolo, che all’occhio umano può apparire debole poiché soccombente nello scontro, sul piano sottile è di certo il più forte; egli infatti accetta l’altro come fratello anche quando questi lo ferisce.

Del resto, come potrei ricongiungermi all’Uno se non accetto il fratello che è proprio parte di quell’Uno? I fratelli sono porzioni di quel Me Stesso a cui tendo, non accettandoli non potrei ricongiungermi ad essi, ma se non mi ricongiungo non procedo verso l’Uno.

Fin qui una prima interpretazione che tuttavia va ampliata e completata

Vediamo allora le ultime due frasi senza separarle, ma cerchiamo di interpretarle in un unico senso:

Ut ad Unum perveniam nihil esse volere debeo; quia quam debilis sum tum fortis sum.

1) Affinché io divenga l’Uno-Tutto devo voler essere il nulla;

2) Perché è quando sono privo di vigore umano che davvero divengo forte in spirito.

Il progetto, la finalità, l’obbiettivo che mi sono prefisso è quello di divinizzarmi; questa è la premessa da cui partire per spiegarci il senso dello scritto e comprendere la lapide. Ed allora se voglio veramente divinizzarmi devo abbandonare compiutamente, definitivamente la regione dell’ombra, della materia (ossia del non-essere) e tutto ciò che essa conseguentemente comporta.

Dunque devo aspirare ad essere nulla, ossia non lasciare su di me traccia di materialità, ma diventare solo e soltanto Luce.

Questo fondamentale concetto è meglio specificato nella seconda parte dello scritto che, non a caso, inizia con la parola “perché” finalizzata a spiegare il senso che non deve rimanere oscuro.

Perché quando sono privo di vigore umano, quando cioè non possiedo forza fisica, forza intellettiva, forza razionale, combattività, vanagloria, desiderio di affermazione, di sopraffazione, istinto predatorio ecc. – in una parola “ego” piccolo umano -, ecco che rimane spazio, più spazio allo Spirito. E che forse lo Spirito non potrebbe prenderselo questo spazio se solo lo volesse? Ma certamente, senza dubbio alcuno! Lo Spirito è Dio e quindi è tutto Suo. Ma esso Spirito si arresta là ove volle per Sua autonoma, libera scelta e volere; e tale punto di arresto si chiama Libertà donata alla sua creatura: il sé piccolo, umano.

Ed allora quanto più io deliberatamente sceglierò di rinnegare me stesso come uomo, quanto più vorrò rinnegare la mia natura animale, (quella parte cioè di sé piccolo che vive ed opera in unità nel non-Sé) tanto maggiore sarà lo spazio per lo Spirito, tanto più consentirò ad Esso di parlarmi, di comunicare con me, anzi col sé piccolo, e Gli permetterò in tal modo di indirizzarmi e non perché mi viene imposto, ma in quanto così liberamente io ho scelto, o meglio, il mio sé (piccolo) ha scelto con conseguente arricchimento spirituale.

Ecco allora che sarò sempre più forte in Spirito: cosicché la mia debolezza umana, fisica, si compenserà, o meglio, si convertirà in forza spirituale. Pensiamo a Ghandi, non trovo esempio migliore.

La grande Anima, il Mahatma, aborrí ed abiurò la forza fisica e la violenza, crebbe immensamente in forza spirituale e con la potenza delle idee e della parola cambiò il corso della storia del suo popolo, immenso per numero, scongiurando così un enorme bagno di sangue, di lutti e dolore.

Ed inoltre se appena ci volgiamo alle beatitudini di evangelica memoria, non è forse scritto in Matteo che Egli disse: “Beati i poveri di spirito, perché loro è il Regno dei Cieli”?

Beato allora chi ha la forza di abbandonare il mondo, di abbandonare la cittadella della ragione e mortificarla per incamminarsi a pieno titolo, da cittadino, nello sconfinato Regno del Padre. Tanto meno spazio lascerò alla mia natura umana, e dunque materiale, tanto più spazio avrò lasciato allo Spirito: tanto più mi farò piccolo e sarò debole tanto più diverrò forte e pieno di Spirito.

Deve pertanto concludersi che tale opera avviene per il tramite dell’esperienza che il sé (piccolo) acquisisce vivendo nella materia, vivendo di materia; è una conquista che va a riempire la c.d. “bisaccia che non invecchia”, va cioè ad arricchire di Coscienza il sé e conseguentemente di Vita Cosmica il Sé.

  1. Infatti, come potrebbe morire un essere immortale? Dunque, come farà un essere immortale a sperimentare la morte? Potrà farlo solo immedesimandosi, immergendosi in una sua proiezione mortale: cioè un figlio umano; quello che noi chiamiamo semplicemente sé piccolo!

 

La Preghiera

SECUNDUM MOVENS PRECATIO ,

NON QUOD QUISQUE ALIQUID REPOSCAT

SED QUOD DEI VOCEM AUDIAT ;

QUARE HOC DICENDUMST :

FIAT VOLUNTAS TUA PATER MI

QUIA IN TE CONFIDO

ET TUA CUM INTERCESSIONE

IN HOMINIS HISTORIAM

INGREDI CUPIO

UT SPERO

TRADUZIONE

IL SECONDO MOVENTE È LA PREGHIERA,

NON AFFINCHÉ CIASCUNO RICHIEDA

INSISTENTEMENTE QUALCOSA

MA AFFINCHÉ (CIASCUNO) ASCOLTI LA VOCE DI DIO;

PER CUI È QUESTO CHE BISOGNA DIRE:

SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ PADRE MIO

PERCHÉ IO CONFIDO IN TE

E MEDIANTE LA TUA INTERCESSIONE

BRAMO ENTRARE NELLE VICENDE UMANE

COSÌ COME SPERO

Se il primum movens era la speranza, il secondo moto è la preghiera. La preghiera però intesa non come comunemente si intende, ossia una preghiera di richiesta reiterata e pressante affinché vengano esaudite e soddisfatte solo le nostre necessità umane, bensì affinché sia concesso al richiedente di poter intendere la voce del Padre, di poter ottenere cioè la capacità di ascoltare e dunque comprendere la voce di Dio.

Non possiamo trascurare di porre la nostra attenzione su questa importante forza energetica che può liberarsi attraverso la preghiera ed al modo in cui questa debba essere formulata.

Nei Vangeli è indicato che la preghiera deve essere intima e perciò da pronunziarsi al chiuso della propria stanzetta; non deve essere verbosa ed altisonante, ma spontanea e con parole sincere che vengono dal cuore, ‘sì da essere più gradite a Dio che aspetta il contatto dal proprio figlio che Lo cerca e Lo invoca.

Pertanto, la lapide suggerisce che cosa chiedere ed il come chiedere:

Sia fatta la Tua e non la mia volontá Padre Santo. Ma io so per certo che, poiché in Te confido, potrò per Tuo tramite sperimentare l’umana condizione; come io bramo e spero che sia.”

V’è il richiamo ancora una volta alla Speranza che mai dovrebbe venire meno, per le ragioni che abbiamo esaminato nella precedente lapide.

Ma, v’è da chiedersi, quale istante sembra che la lapide voglia indicarci?

Potremmo dire – volendo usare una immagine a noi familiare – che essa colga il momento della “cacciata di Adamo dal Paradiso terrestre”; che non è una cacciata invero, bensì un allontanamento volontario (non reale, ma apparente come sappiamo) dei Sé dal seno di Dio, i quali liberamente scelgono di “conoscere” per prendere coscienza di Se Stessi e della loro reale natura, reale essenza: divina essenza.

Dalle guide:

Non può esservi distinzione tra preghiera lecita e non poiché non v’è in realtà discrimine. Si può chiedere per se stessi ed ottenerlo, si può chiedere per altri ed ottenerlo.

Ad esempio il pittore austriaco (Adolf Hitler – n.d.r.-) che sognava il regno millenario chiese il potere. E lo ottenne. Nessuno glielo negò.

Tutti, dunque possono chiedere per sé o per altri. E tutto ciò che desiderano. E tutto quanto sarà stato richiesto sarà esaudito… a meno di una variabile: la forza della preghiera e l’indirizzo cui è rivolta.

Posto che non sussiste alcuna reale dicotomia fra “Spirito” e “Materia”, ed essendo l’Uno Unico e Solo, tutti gli individui fanno parte della sola unica realtà che in Dio è e vive. Or, dunque, se io mi rivolgo ad una parte di me stesso – una più bassa, od una più alta, non importa – io avrò soltanto evocato quel “Conosci Te Stesso” che evocherà a cascata le forze che – ignote fino ad allora – appena conosciute avranno possibilità di dispiegarsi ed agire. Ciò vale analogamente per i “Miracoli”. Si badi che il miracolo può avere versione proiettata al Bene… od al Male (essenzialità inesistenti secondo i canoni umanamente intesi): così quel pittore pregò – potremmo dire – tanto fortemente da aggiogare l’intera Europa in pochi anni. Miracolo? Sì. Un miracolo… in negativo. Materiale. Umanissimo? Divino? Né l’uno né l’altro. Il mero risultato della coniugazione poderosa e capace di “Spostare le Montagne” fra i tre Corpi, “in preghiera”. Preghiera verso Dio… e cioè verso Sé STESSI.

Ecco che cosa vuol dire veramente “Pregare”. Vuol dire il “Conosci Te Stesso” per rivolgerti a Te Stesso, e dunque all’Unica Origine da cui hai preso partizione. Puoi rivolgerti all’infimo od al supremo, oppure alla via che sta in mezzo. Puoi chiedere materia, potere, sesso, felicità, conoscenza e.. persino Dio!. Tutto sarà esaudito da Te per te; a seconda della forza di Libertà che imponi nella preghiera. A seconda della capacità di conoscere te stesso.

Rimane – indubitabilmente – il problema della preghiera “morale” rispetto a quella “immorale” (e non già, dunque, di quella “lecita” rispetto all’illecita – che non esiste).

La preghiera per eccellenza, come sappiamo, è quella che insegnò Gesù ai Suoi discepoli che Gli avevano chiesto come avrebbero dovuto pregare; essa è nota a noi cristiani come “Il Padre Nostro”, il cui significato appare tuttavia per molti versi oscuro.

Così, in tale chiave, proviamo a reinterpretare “La Preghiera” come ci viene suggerito dalle Guide:

“Padre Nostro che Sei nei Cieli”

O Tu dalla Cui Partizione provengo, e che permani al di là di me (ordinario) poiché non so conoscerTi

“Sia santificato il Tuo nome”

Sia reso Santo e Trascendente il Noùmeno a me inconoscibile che mi porta l’idea di Dio.

“Venga il Tuo Regno”

Sia realizzato il coniugio fra i tre Corpi, tale che io possa dirmi – conoscendo me stesso – unica parte di Te e dunque della Natura che essendo il Tuo, è anche il Mio Regno

“Sia fatta la Tua Volontà, così in Cielo come in Terra”

Sia fatta la Mia Volontà che è la Tua. Poiché Tu lasciandomi Libero fai ‘sì che io possa dispiegare per intiero la mia volontà. Dunque Tua e Mia Volontà Unica Volontà nel Determinante di Libertà.

“Dacci oggi il nostro pane Quotidiano”

Dammi ciò di cui ho bisogno (non dunque soltanto spirituale); dammi la materia se della materia Tu che in Me sei Tu hai (non bisogno) realtà di esplicitazione di Te nella Libertà di essere il Tutto ed il contrario di Tutto; il Bene e financo ….

“Rimetti a noi i nostri debiti come li rimettiamo ai nostri debitori”

Aiutami – o Tu che sei Me – a capire come ricucendo il male fatto si ricucirà la realtà divina di me; cosicché chi riparerà per me riparerà anche per sé; e dove riparerò per altri riparerò anche per me. Essendo io e gli Altri l’unico Uno.

“E non lasciare che la tentazione mi induca al Male”

E fa’ ‘sì che colà dove sarò tentato di rivolgermi soltanto all’ordinario – che del tutto lecito è – non mi disperda ed affoghi in esso, e nei sui piaceri, e nelle sue tentazioni, dimenticando ben migliore gaudio che il riportarmi a Te non può non comportare. Rendimi, dunque, non dimèntico della mia Natura con il lasciare che la maschera della pantomima m’inganni.

“Ma liberami dal Male”

Forse – o Signore – non sono da tale volo le mie ali; ed allora, laddove non riuscirò, va’ Tu contro le regole e porgimi la Mano della Provvidenza. Poiché la mia forza non riuscì a far di me ciò che il mio Sé aveva deciso. Ma… riproverò. Poiché Tu mi dai sempre Libertà

“E così sia”.

 

 

DOLOR MEUS
DOLOR MUNDI.

 DOLOR MUNDI
DOLOR DEI.

 DOLOR DEI
SPES MEA.

 SPES MEA
PAX MEA

++++

ME N’ANDRÒ,
QUAL NEBBIA
CHE DILEGUA AL VENTO,
QUAL SOLCO IN MARE
D’AGILE CARENA;
A ME POI RESTERÀ
QUEL CHE DI ME
IO AVRÒ DONATO.

++++

D I L U C U L U M
P R I M O   V E S P E R E
I N V E N I E N D U M

Nelle prime ombre della sera
E’ bene riuscire a vedervi una nuova alba

 ++++

HUMANAS ACTIONES
NON RIDERE
NON LUGERE
NON DETESTARI
SED INTELLIGERE

 Le vicende umane non sono cose su cui ridere,
né piangere e nemmeno sono cose da odiare,
bensì esse sono da comprendere

++++

 POCO MERITO NELL’AMORE;

POCA COLPA NELL’ERRORE.

 ++++

   

IN AMORE AUDIRE ET AUDERE

SIT NUNC ET SEMPER FACERE VESTRUM

L.A.S.”

“In amore è necessario ascoltare ed osare.

Così, ora e sempre, sia il vostro agire.

Lucio Anneo Seneca”

++++

 

OMNIUM SPES PRIMUM MOVENS.
QUI SINE SPE CONTRA SPEM.

QUI CONTRA SPEM CONTRA SE.
QUI CONTRA SE CONTRA DEUM.

SED QUI CONTRA DEUM
AD SE VORSUS IRE INCIPIT

ET QUI HOC FACIT
AD DEUM VORSUS IRE INCIPIT.

ERGO QUI CONTRA DEUM
AD DEUM VORSUS IRE INCIPIT:

Amèn

++++

La speranza è il primo moto per tutti.
Coloro che sono senza speranza sono contro la speranza.

Chi è contro la speranza è contro se stesso (o il Sé).
Chi è contro Sé è contro Dio,

ma chi è contro Dio
inizia ad andare verso Sé

e colui che fa ciò inizia ad andare verso Dio.
Dunque chi è contro Dio incomincia ad andare verso Dio.

Amen

  

Mai ha da morir nel Core la Speranza,
Nè mai da l’Alto si volle che ciò fosse;

E non uman recesso scuro, non solitudine romita,
Non pianto inconsolato, non aspra salita pur sassosa,

Di Speranza la fiamma spegneranno,
Né ‘l Viandante che per terreni varchi

Sappia Vedere ancora, ed Ascoltare ancora,
Ed ancora far de l’Anima Sacello di silenzio solenne, antico e sacro.

                                          Sud

  ++++

 SECUNDUM MOVENS PRECATIO ,
NON QUOD QUISQUE ALIQUID REPOSCAT
SED QUOD DEI VOCEM AUDIAT ;
QUARE HOC DICENDUMST :
FIAT VOLUNTAS TUA PATER MI
QUIA IN TE CONFIDO
ET TUA CUM INTERCESSIONE
IN HOMINIS HISTORIAM
INGREDI CUPIO
UT SPERO

 

IL SECONDO MOVENTE È LA PREGHIERA ,
NON AFFINCHÉ CIASCUNO RICHIEDA
INSISTENTEMENTE QUALCOSA
MA AFFINCHÉ (CIASCUNO) ASCOLTI LA VOCE DI DIO ;
PER CUI È QUESTO CHE BISOGNA DIRE  :
SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ PADRE MIO
PERCHÉ IO CONFIDO IN TE
E MEDIANTE LA TUA INTERCESSIONE
BRAMO ENTRARE NELLE VICENDE UMANE
COSÌ COME SPERO

++++

TERTIUM VOLUNTAS :
UT QUO ESSE VOLO PERVENIAM ,
QUA NON SUM TRANSIRE DEBEO ;
UT OMNIA HABEAM
NIHIL CUPERE DEBEO ;
UT AD UNUM PERVENIAM
NIHIL ESSE VOLERE DEBEO ;
QUIA QUOAM  DEBILIS SUM
TUM FORTIS SUM

 TERZO PILASTRO È LA VOLONTÀ :
COSÌ AFFINCHÉ IO GIUNGA LÀ DOV’È IL MIO ESSERE
IO DEVO PASSARE ATTRAVERSO IL MIO NON ESSERE ;
AFFINCHÉ IO ABBIA POSSSESSO D’OGNI COSA
IO NON DEVO BRAMARE ALCUNA COSA ;
AFFINCHÉ IO DIVENGA L’UNO-TUTTO
DEVO VOLERE DIVENIRE IL NULLA ;
PERCHÉ È QUANDO SONO PRIVO DI VIGORE UMANO
CHE DAVVERO DIVENGO FORTE IN SPIRITO

++++ 

 

 QUARTUM MOVENS FATUM INTELLEGERE
NON QUOD LABORIOSE HOC PATIENDUMST
SED QUOD BENIGNE ACCIPIENDUMST
NAM SICUT HOMINES
DEUS UNUM CUM NATURA ESSE VULT
IN BONA PARTE SUI ET IN OPPOSITA

Il quarto motore consiste nel comprendere il FATO (Ananche)
Non perché tormentosamente ciò sia da sopportare,
ma perché benevolmente sia da accettare (accogliere).
Infatti così come accade per gli uomini,
in uno con la natura, Dio vuole Essere!
E ciò vale sia per la sua parte luminosa
che per la sua parte opposta (ossia di ombra)

 ++++

 

INIQUUM EST COLLAPSIS MANUM NON PORRIGERE

ET QUOD HODIE NON EST CRAS ERIT

 

INIQUO È IL NON SOCCORRERE COLORO CHE SON CADUTI IN ERRORE

E CIÒ CHE NON SI È REALIZZATO OGGI LO SARÀ COMUNQUE DOMANI

++++

 

 

 

 

POCO MERITO NELL’AMORE;

POCA COLPA NELL’ERRORE”.

 

Da una prima lettura il messaggio parrebbe contraddire quanto insegnato fin qui dalle Alte Guide.
Amare è difficile! Dunque grande merito in chi riesce ad amare il prossimo; addirittura grandissimo merito per chi riesce ad amare il nemico.
Questa sembrerebbe la sintesi degli insegnamenti impartiti in passato. Ma l’insegnamento iniziatico deve travalicare l’usuale modo di comprendere, rompere taluni schemi mentali e alleggerirsi.

Il giudizio – si è sempre sostenuto – è di Dio e non dell’uomo il quale, non possedendo il vero metro di esso, non potrebbe giammai esprimer sentenze.
Così come il giudizio non è dell’uomo, anche l’amore non è dell’uomo, ma solo di Dio!!

Il flusso d’amore inarrestabile – sia che l’uomo lo definisca misericordia o carità, sia che lo definisca dono o grazia -, trova la sua sorgente solo in Dio! L’uomo è il destinatario, ma anche amministratore di questo flusso che non si interrompe mai a patto che non venga arrestato dall’agire di altri uomini per egoistico tornaconto.

Pertanto si dovrà affermare che il mio agire in amore altro non è che trasmissione del flusso divino cui io non ho frapposto ostacolo alcuno. Il mio merito rimane quello di aver agito in modo tale da non interromperlo facendo da tramite, facendomi cioè portatore di esso; l’agire in amore però dà poco merito a colui che operò, non potendo egli far proprio quel flusso d’amore che, non suo, appartiene solo a Dio; a costui rimane tuttavia il merito, poco come si è detto, di non aver interposto ostacoli al suo fluire ed anzi, di essersi piegato e fatto mezzo, strumento, dell’amore di Dio.

Tutto ha inizio dalla misericordia del Padre e tutto in Essa ha termine

Dice l’invocazione all’Angelo Hahahel: “(…) Aiutami perché l’amore che ricevo da te ritorni alle Fonti primordiali arricchito del mio amore umano,  intessuto nella trama delle mie opere e dei miei sacrifici. (…)”

Il non agire in amore diviene, di talché, una colpa poiché esso va visto ed interpretato come azione commissiva mediante omissione e dunque colpevole.

Ecco la ragione per la quale dobbiamo essere umili. A questo punto della riflessione il concetto di UMILTA’ si impone.  Quale infatti il mio merito nell’essere venuto al mondo? Quale merito nell’essere in buona salute? Nel disporre di una brillante intelligenza? Nessuno! Tutto mi giunse in dono gratuito e senza merito; saranno poi le mie libere azioni susseguenti a far fruttare i doni secondo orientamenti egoistici o altruistici.  L’umiltà è una dote che deve necessariamente accompagnarci perché nulla di veramente nostro possediamo se non la libera volontà di confarci a quella Altissima di Lui, e nessun merito abbiamo se non quello di esserci liberamente resi disponibili a trasmettere quel vento d’amore che non ci appartiene ed al quale non abbiamo il diritto di porre interruzione. (per approfondire v.si 2° libro, il terzo trittico: “Fede, Carità, Umiltà”).

Concetti, questi or ora esposti, che ci aiutano a meglio comprendere il seguente antico lapidario detto :

Me n’andrò,
qual nebbia
che dilegua al vento,
qual solco in mare
d’agile carena;
a me poi resterà
quel che di me
io avrò donato.

Dunque se io donerò quel che, NON mio, avrò saputo trasmettere ad altri, bene, quel “donare” sarà ciò che rimarrà di me anche dopo questa vita.

Il vescovo Myriel de “I Miserabili”, patito il furto delle posate d’argento da Jean Valjean, afferma che troppo a lungo aveva tenuto per sé quelle posate NON SUE, insegnandoci con quel semplice gesto ciò che è contenuto nella lapide odierna.

Analogo ragionamento dovremo seguire per interpretare la seconda parte della comunicazione:  “Poca colpa nell’errore” .

Se abbiamo consapevolezza della nostra fallacia, della nostra debolezza, chiederemo più e più volte al Padre Santo di perdonarci, di scusarci; ciò poiché siamo certi che la infinita bontà di Lui sarà tale da perdonare i nostri errori, i nostri peccati, anche i più gravi. Il vento della misericordia divina soffia sempre verso noi tutti. Ma noi come ci comportiamo? Lasciamo che questo vento ci attraversi e prosegua fino a raggiungere il nostro prossimo? O forse lo fermiamo e al suo posto trasmettiamo sentimenti e pensieri di odio, di crudeltà, di vendetta, di antipatia, di  avversione o semplice indifferenza? Siamo capaci di esprimere misericordia verso il prossimo così come la chiediamo al Padre per le nostre manchevolezze? Abbiamo questa capacità che è conseguente al nostro grado di coscienza?

Richiamerò alla memoria la “Parabola del debitore spietato” nella quale è narrato che un re, impietosito dalle suppliche, condona al proprio servo un debito di diecimila talenti, e recede dall’originario proposito di venderlo con la moglie, con i figli e con ogni suo avere affinché saldi il dovuto. Appena uscito, quel servo ne incontra un altro che gli deve cento denari, e lo afferra e lo scuote, pretendendo la restituzione della somma. Il debitore spietato non vuole esaudire le suppliche del compagno e lo fa gettare in carcere, fino a che non abbia saldato il debito. Venutolo a sapere, il re lo fa richiamare e gli dice: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse avere anche tu pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, lo consegna agli aguzzini fino a quando non abbia restituito tutto il dovuto. Concluse Gesù: “Proprio così il Padre mio celeste tratterà voi, qualora non rimettiate di tutto cuore ciascuno al proprio fratello”.

Bene il servo malvagio non usò clemenza; evidentemente non aveva consapevolezza “morale” del suo comportamento: chiese ed ottenne dal re l’estinzione del suo debito, ma non fu altrettanto generoso condonando al suo debitore; interruppe cioè il flusso di misericordia arrestandolo su se stesso.

Questa consapevolezza proviene dall’amore che siamo in grado di esprimere verso il nostro prossimo; ce lo insegna la peccatrice di Magdala che amando molto si riconosce molti peccati e, riconoscendoseli, cerca il perdono attraverso un’azione emendatrice (lavanda dei piedi) ottenendo infine misericordia (“…a te sono rimessi i peccati, i quali molti, poiché molto amando molti ne hai riconosciuti.”).

Ma se questa consapevolezza non abbiamo, non avremo il perdono, ma solo  severa giustizia! Eppure grazie al Figlio, siamo ancora ed ancora scusati perché… quando operammo il male non sapevamo quello che facevamo!

Dunque ci sarà riconosciuta poca colpa nell’errore o perché giustificati da Cristo che – caricandosi gran parte del debito – al Padre grida dalla croce: “Perdona loro! Perché non sanno quello che fanno!” – ovvero perché, consapevoli, saremo in grado, molto amando, di riconoscerci molte colpe e di cercare di porvi rimedio.

Nella preghiera che ci insegnò Gesù chiediamo al Padre di essere clemente con noi così come noi lo siamo con il nostro prossimo; un concetto di giustizia che però fa appello pur sempre alla bontà misericordiosa di Dio il quale non potrà – secondo pesi e misure – non esser misericordioso con coloro che lo furono con i fratelli, ossia non frapposero ostacoli alla clemenza divina impedendole di raggiungerli.

Un’ultima riflessione che ci riconduce inevitabilmente a Gesù: Questi si è fatto tramite dell’enorme flusso d’amore del Logos, non frapponendo alcun ostacolo ad esso, anzi annientando se stesso per permettere il fluire d’amore divino al punto tale che il Logos si è compenetrato, direi fuso, in Gesù operando Egli Stesso attraverso Lui.

Il settore denominato “tituli” (dal latino: iscrizioni) rappresenta il momento ultimo e più alto degli insegnamenti spirituali; nel settore sono riportate infatti le “lapidi” che rappresentano brevi e condensati insegnamenti spirituali di livello iniziatico.

Talune scritte in lingua latina sono corredate della relativa traduzione per facilitarne la comprensione.

In ogni lapide  è inciso in poche righe l’insegnamento  il cui senso dovrà essere sviluppato e decodificato dallo stesso lettore se vorrà  cimentarsi nella ricerca del suo significato profondo.

 

 

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